Daniela Grandi – E’ una specie di magia

Accanto allo stereo, una fila di musicassette, alcune comprate, altre registrate dalla radio, altre ancora erano compilation che le avevano fatto gli amici. I ragazzi si regalavano la musica al tempo degli MP3? Non avrebbe saputo dirlo, ma che peccato se non fosse stato così.

magia

Romanzetto leggero da cui mi aspettavo qualcosina in più. La storia di due amiche quarantottenni, poco soddisfatte della piega che hanno preso le proprie vite e che, dopo un temporale, si ritrovano improvvisamente catapultate nel 1984, nel loro corpo di diciottenni alle prese con avventure amorose che non erano andate come avrebbero voluto e alla ricerca di modi in cui migliorare il futuro che hanno visto.
Confesso di averlo comprato soprattutto per il titolo che viene dalla canzone “A kind of magic” dei Queen, tra i miei preferiti di sempre, e per il fatto che dalla sinossi mi sembrava di capire che il “salvataggio” di Freddie Mercury potesse essere una delle situazioni centrali del libro, invece così non è stato. Forse sarebbe stato più difficile realizzare un’idea così ma sicuramente più originale.
Grande nervosismo mi hanno provocato un paio di errori che con una semplice ricerchina su internet si sarebbero potuti evitare: il film Porky’s scritto Porkie’s e un personaggio che chiede a una protagonista se conosce la canzone “I’m easy” di Keith Carradine e subito dopo si mette a canticchiare i versi “I’m easy like sunday morning” tratti da “Easy” dei Commodores. Livelli di nervosismo mai raggiunti prima.

Massimo Arena

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Confessioni di una squartatrice – Håkan Nesse

barbarotti

In cerca di un erede, amico, parente di Mankell, mi sono buttata su Confessioni di una squartatrice di Håkan Nesse, ma ahimè c’è stato un grosso rimbalzo verso il no. E’ un romanzo piuttosto lungo, che parte abbastanza bene con tutti gli aspetti del giallo nordico: lunghe descrizioni di paesaggi e città, dettagliate riflessioni mentali dei protagonisti, poca azione, poca violenza, poco pulp. Il protagonista è un ispettore italo svedese, Gunnar Barbarotti, che avendo subito il lutto devastante della perdita della moglie torna dopo qualche settimana di assenza al lavoro e si vede assegnato dal capo – forse per farlo ripartire con calma – un cold case,  la scomparsa nel nulla di un elettricista, che risale ormai a cinque anni prima. Il fatto degno di nota è che l’uomo era sposato a una nota assassina, rea confessa quindici anni prima di aver fatto a pezzi il primo marito. Le indagini si concentrano quindi per mesi e anni sulla donna, per il fattore recidiva: ma non se ne cava nulla, e a questo punto, cinque anni dopo, comincia a indagare il Barbarotti. Il giallo in sè non è male, è strutturato bene e anche la scrittura non mi dispiace: è forse troppo lungo di un centinaio di pagine, ma va bene, si leggono. Il problema è che il commissario è credente, religiosamente apre la Bibbia cercando sollievo al proprio dolore, aspettando un segno, dalla moglie defunta o dal Creatore, che lo faccia andare avanti, e a un certo punto non uno ma tutti e due, moglie e Dio, rispondono. E continuano a farlo per tutto il libro, e insomma non è tanto un elemento paranormale -mistico, è proprio un dialogo  Don Camillo/Gesù Crocifisso, e insomma, Guareschi è un’altra roba, via. A me sta religiosità stropicciata consolatoria mi ha urtato, non mi pare proprio che c’entri niente con tutto il quadro della trama e dello stile del romanzo in sè. Ci sono anche due twist-plot finali che boh, forse ne sarebbe bastato uno, più un accenno a un misterioso gruppo di vilain -protagonista forse di futuri libri?- che onestamente mi ha lasciato più che altro a sbadigliare. Non ci siamo ma proprio no.