La bastarda di Istanbul, Elif Shafak

shafak

Il libro racconta della vicenda di due ragazze: Amy, americana di origini armene e Asya, turca. Amy desiderosa di scoprire le sue radici, di nascosto dalla madre iperprotettiva, parte per Istanbul facendosi ospitare dalla famiglia del patrigno attraverso qualche sotterfugio. Si tratta di una famiglia particolare, casinista e formata da sole donne e si legherà molto ad Asya, la cugina. Il destino entra in gioco e si scoprirà che c’è qualcosa che lega le due cugine (e che invoglierà molto la lettura del libro) e soprattutto verrà messo in discussione il rapporto di odio tra turchi e armeni. Personalmente il libro mi è piaciuto, è scritto bene e mi ha fatto conoscere in maniera più approfondita la questione armena.

Ivana Vignato

Rose è una ragazza del Kentucky sposata con un armeno, Barsam Tchakhmakhchian. Dal matrimonio nasce una figlia, Armanoush, ma proprio a causa dell’invadenza della ultratradizionalista famiglia del marito, il matrimonio va a rotoli. Consapevole dell’odio reciproco che anima turchi e armeni, quasi per ripicca Rose si risposa con un turco, il giovane geologo Mustafa Kazanci. Insieme si trasferiscono in Arizona, dove Armanoush cresce divisa tra l’affetto oppressivo della madre e la famiglia del padre a San Francisco.

A 19 anni, Armanoush decide di recarsi di nascosto a Istanbul per ritrovare le proprie radici armene, facendosi ospitare dalla famiglia del patrigno, una famiglia tradizionalista turca composta di sole donne. Qui farà amicizia con la cugina Asya, la ‘bastarda’ del titolo. Ma il destino intreccerà le storie delle due famiglie in modo ancora più complesso e le due ragazze, insieme, scopriranno che l’odio ancestrale tra turchi e armeni si può superare.

Alex Capus, Skidoo – Viaggio nelle città fantasma del Selvaggio West

capus

I giornali di queste parti, nel 1874, annunciarono a grandi lettere che un tizio di nome Jonathan Newhouse aveva inventato un’armatura in grado di proteggere dai colpi di calore e dai raggi solari. Secondo le informazioni fornite dal giornale di Virginia City, il “Territorial Enterprise”, l’invenzione consisteva in una giacca lunga e molto aderente fatta di spugne da bagno spesse un pollice cucite insieme, e di un berretto del medesimo materiale. Sotto il braccio destro, Jonathan Newhouse portava una borsa di caucciù collegata con un tubo di gomma alla cima del berretto, mediante la quale si preoccupava che la sua speciale armatura solare fosse continuamente irrorata d’acqua, la cui evaporazione portava a un considerevole raffreddamento della superficie. Per mantenere l’armatura bagnata, il viaggiatore desertico non doveva fare altro che spremere di tanto in tanto la borsa dell’acqua per mezzo dell’avambraccio destro. Secondo le informazioni fornite dal giornale, Jonathan Newhouse aveva quarantasette anni ed era arrivato dall’Ohio per mettere alla prova la sua invenzione nelle condizioni più estreme che fosse possibile immaginare. A detta del “Territorial Enterprise”, si era allontanato il 27 giugno dall’ultimo insediamento umano annunciando che avrebbe fatto ritorno nel giro di un paio di giorni. Il 29 giugno, tuttavia, non era apparso Newhouse, bensì un indiano che in un inglese molto stentato e con gesti concitati aveva chiesto ai presenti di seguirlo. Dopo un viaggio di venti miglia nel cuore del deserto, l’indiano indicò loro, nella calura mortale, quella che sembrava essere una figura umana appoggiata a una roccia. Era Newhouse, congelato come uno stoccafisso nella sua armatura. La barba era coperta di brina e dal naso gli pendeva un ghiacciolo, nonostante il sole del mezzogiorno estivo e una temperatura esterna di circa 65° centigradi. Newhouse era morto miseramente nel mezzo della Death Valley perché – queste le conclusioni del “Territorial Enterprise” – la sua invenzione aveva funzionato fin troppo bene ed egli non era più stato in grado di liberarsi dall’armatura ghiacciata.

Alex Capus – Skidoo – Viaggio nelle città fantasma del selvaggio West

___________________________________________________

Ancora una volta mi sono lasciato abbindolare dalla sinossi di Amazon che, per ben 0,99 €uri, ieri mi ha conquistato con Skidoo, promettendomi un viaggio in compagnia dello scrittore svizzero Alex Capus “fra i deserti e le infuocate praterie del Far West, sulle tracce delle città fantasma dei cercatori d’oro; lungo il percorso, oggi tutt’altro che avventuroso, raccoglie da vecchissimi ritagli di giornale delle storie degne di uno spaghetti-western o di una comica di Buster Keaton.”
E’ molto breve, sono solo 86 pagine (e già questo avrebbe potuto darmi da pensare), gli aneddoti sono tutti molto curiosi, interessanti e/o divertenti.
In ogni capitolo l’autore racconta un aneddoto di una ghost town anche in modo avvincente, però peccato che manchi totalmente la parte del viaggio: avrebbe potuto scriverlo direttamente da casa sua a Olten, in Svizzera, facendo ricerche su internet o in biblioteca senza percorrere un km. Osti, sei stato nel Far West sulle tracce degli antichi pionieri, raccontaci du’ cose di quello che hai visto!!!
Peccato, un’occasione persa per l’amico Capus.

Massimo Arena