Le dodici domande – Vikas Swarup #TheMillionaire #VikasSwarup

Terzo di una serie di libri che cercherò di leggere alla voce Letteratura Indiana, Le dodici domande di Vikas Swarup è un bel romanzo, scritto bene e con personaggi  caratterizzati non a casaccio.

slumdog

E’ il libro da cui hanno tratto il pluripremiato film Slumdog Millionaire di Danny Boyle, che forse non meritava tutti quegli Oscar ma che è comunque un buon film. E il libro, per una volta, non è che sia necessariamente meglio del film, anzi. Strano eh? eh lo so.

Narra la storia in prima persona di un ragazzo poverissimo, un paria di Mumbay che ha finito a malapena le scuole elementari e poi per il resto della sua vita di diciottenne perennemente affamato non ha fatto altro che rubacchiare, lavorare quando poteva, sopravvivere con qualsiasi espediente possibile in quell’India moderna dove il passato è dietro ogni angolo di strada, il profumo dell’incenso si mescola al lezzo delle fogne all’aperto e i colori dei sari contrastano con il fango delle baraccopoli. E’ un barbone ignorante, Ram Mohammad Thomas, eppure partecipa al quiz televisivo più famoso del mondo e risponde correttamente a tutte e dodici le domande, vincendo la fantasmagorica cifra di un miliardo di rupie. Com’è possibile? Per i produttori, infatti, non è possibile: deve evidentemente aver barato. Quindi incaricano un poliziotto di corcarlo di mazzate fino ad ottenere la confessione dell’imbroglio; quello che invece racconterà il giovane protagonista sarà la storia della sua breve vita, relativamente a quelle dodici domande: dodici ricordi, dodici pezzi di vita, dodici storie che per un caso assurdo e fortunato sono anche legate alle famose dodici risposte esatte. Perchè in fondo, come dice lo stesso Ram, non devi sapere tutte le risposte a tutte le domande, per vincere: devi solo sapere quelle dodici risposte precise, e nient’altro.

La storia si dipana molto velocemente, è gradevole e genera una certa curiosità per come è strutturata: dodici racconti, uno per ogni domanda del quiz, che viene posta alla fine del capitolo. Quindi Ram racconta una storia, alla fine della quale veniamo a sapere quale fosse la domanda che gli hanno posto, e capiamo come sia possibile che l’abbia azzeccata. I personaggi positivi sono irresistibili; e quelli negativi, bè, sono davvero delle merde.

Due sono i difetti principali, per me: primo, necessariamente le storie non sono in ordine cronologico, non sarebbe possibile e non avrebbe senso: lui racconta solo un momento della sua vita che corrisponde a una domanda, questo però genera un certo saltabeccare avanti e indietro nel tempo che non è sempre agevole da seguire.

E il secondo, è la fine, veramente inverosimile, o forse spiegabile solo con un epilogo alla Bollywood: le ultime due domande sono un coacervo di agnizioni, rivelazioni, riunioni, piagnistei, amore, vendetta e preghiere. Manca solo la cantatina con il protagonista e la sua bella che dalle prigioni arrivano improvvisamente in America e cominciano a ballare con centinaia di comparse.

Nonostante questo rimane un libro che mi è piaciuto leggere; ci sono passaggi di grande umanità, realtà di povere vite che a noi parrebbero insopportabili, solitudine, miseria, fame, il non avere un futuro, tutto tollerato perchè si deve, perchè non si può fare altro, perchè domani in qualche modo si troverà un pasto caldo. E anche un certo senso di ineluttabile rassegnazione alla propria miserabile vita perchè chi chiede di più finisce male, chi aspira a vivere meglio attira su di sè la sfortuna, perchè c’è una netta distinzione tra poveri e ricchi, e sarà sempre così.

Ma Ram ha il coraggio di pensare in grande sfidando l’ingiustizia del sistema, e ottiene persino un certo happy ending, perchè insomma questa è una favola indiana, e negli slums di Bombay è giusto avere un lieto fine ogni tanto.

Lorenza Inquisition

 

 

 

 

 

22-11-1963 – Stephen King #22/11/63 #StephenKing

  “Non voltarti, non guardarti mai indietro.”

22-11

Visto che A) domani inizia la serie TV di 22.11.1963 e B) Alessandro l’ha letto da poco e non ha trovato recensioni recenti, ri-posto la mia che era ancora sul vecchio blog.Se non avete letto molto di Stephen King, questo per me è uno dei migliori. Se non avete letto niente di King e siete un po’ paurosi, potete iniziare da questo, vi piacerà e non avrete traumi particolari. Però il meglio per iniziare rimane sempre Stagioni diverse, io ve lo dico, e li ho letti tutti ehn.

“La vita è un lancio di monetina.”

Ho cominciato questo libro durante un pomeriggio, e mi ci sono immersa nel modo che solitamente mi arriva addosso con i libri belli di Stephen King: di fiato, salutando per un paio di giorni i coinquilini, vivendo con fastidio qualsiasi interruzione, sia essa coniuge, telefono, genitori, cibo, figli o amanti, togliendo tempo a tutto quello che ho intorno perchè devo tornare a quella vita e a quei personaggi, vivere con loro ogni momento possibile, devo vedere cosa succede, devo sapere (il DEVO, come i lettori di Misery ben sanno, non è usato a caso).

Mi ha preso circa dopo dieci pagine, e mi ha agganciato a: I felt good. Until I saw Derry.
Poi mi ha un po’ perso tra Jodie e Forth Knox e lo studio di Lee Oswald, è tornato ad arpionarmi nella corteccia cerebrale dall’attentato a Kennedy fino alla fine, e mi ha lasciato con la consueta desolazione di quando chiudi un bellissimo libro e vorresti solo tornare là fra quelle pagine per un altro po’.

E’ ambientato per la quasi totalità negli anni Sessanta, il periodo d’oro della White America: Camelot alla Casa Bianca, le rivoluzioni sessuali, politiche e per i diritti civili ancora lontane, Cadillac color pastello, gonne svasate, rock’n’roll e swing, milk shakes e Norman Rockwell.

Il passato, apprendiamo, è bellissimo, certo, ma non solo. Per esempio, è ostinato; ed è anche difettoso: i neri non sono animali ma neanche propriamente persone, lo dice la Bibbia; gli ebrei vanno giusto bene per farci affari, non per essere amici; un uomo è il padrone a casa propria, anche se questo significa imporre la disciplina a suon di sberle e pugni alla moglie.

Noi vaghiamo in mezzo a tutto questo mano nella mano con il protagonista, cercando di capire cosa succederà, come e se si muoverà il futuro, perchè sia giusto alterare il corso della storia, potendo. Dato che stiamo viaggiando con il Re, ben presto scordiamo ogni cautela e ci lasciamo andare completamente, siamo Jack Epping, amiamo con tutto il cuore Sadie e i ragazzi e l’insegnamento, siamo onorati di trascorrere del tempo con Deke e Miz Mimi, viviamo e danziamo. Ci scordiamo che la Plymouth Fury in un’altra vita è stata Christine, che la vita è un lancio di monetina, che l’ultima volta che siamo usciti dalla tana del coniglio The Yellow Card Man era morto e nera era la sua carta, che il passato è ostinato per dei motivi non del tutto egoistici, e che Dunning è stato armonicamente ucciso ma a volte gli uomini cattivi ritornano. Perciò anche se sappiamo che il Re non è la Cartland, continuiamo incuranti per trequattrocento pagine a godere, finchè un bel mattino ci svegliamo e il lieto fine ha i denti, denti che azzannano e fanno male: il momento da cui poi tutto andò male non è solo l’assassinio di Kennedy, il migliore dei mondi possibili non ci sta necessariamente aspettando a braccia aperte, l’amore è importante ma a volte non può essere tutto, e soprattutto what goes around turns around.

Penso che questo sia uno dei migliori libri di King per molti motivi, perchè è una buona ricostruzione storica e un ottimo romanzo, perchè è scritto bene e ha grande capacità di emozionare, perchè è maturo ed epico, e soprattutto perchè ci lascia con il messaggio dolceamaro che a volte l’ultimo vero bacio che ti hanno dato è roba di anni e anni fa, e va bene così.

Lorenza Inquisition

“Le cose accadono per delle ragioni, ma a noi piace quella ragione? Molto di rado.”