Io, l’infame – Patrizio Peci

Patrizio Peci – Io, l’infame.

Sono finita con Anna LittleMax nel gorgo della storia degli anni di piombo, e ho cominciato con l’autobiografia di Patrizio Peci, capo terrorista della sezione di Torino, passato alla storia per essere stato il primo vero pentito delle brigate rosse, nonchè l’unico ad essere stato negli anni sia vittima che carnefice, in quanto l’Organizzazione per ritorsione contro il tradimento sequestrò suo fratello Roberto e lo ammazzò.

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E’ un libro che mi è piaciuto molto, il narrato è colloquiale, del resto chi parla non ambisce a scrivere una grande opera letteraria, desidera solo parlare delle proprie vicende e dare la propria opinione. E’ anche un libro “incredibilmente” vecchio, scritto quando Peci stava per uscire dal carcere, nel 1983. Sono passati trent’anni ma sembrano cento per quel che riguarda la società italiana e quello che è successo in mezzo.

C’è per esempio all’inizio una descrizione di come Peci, circa diciottenne, cominciò a interessarsi di politica come molti giovani di quell’età fanno. Un giorno si mobilitò la popolazione della sua intera cittadina per un fatto di cronaca che forse oggi non farebbe neanche notizia al telegiornale: un peschereccio affondò al largo di san benedetto del tronto, dove lui viveva con la famiglia, e si temeva ci fossero delle persone intrappolate dentro. L’armatore però rifiutava di far trainare la barca a riva per non perdere la quota assicurativa, e tutta la città scese al porto per manifestare il proprio dissenso a questa decisione, organizzati in modo molto blando dalla sezione locale di lotta continua. Questo scendere in piazza spontaneo, senza neanche parlarne troppo, dalla sera alla mattina di centinaia di persone solo per solidarietà è un caso così evidente di cosa sia il disagio sociale dei nostri giorni che al solo pensarci rimango a bocca aperta.

Comunque, è un buon libro per una serie di motivi, per esempio spiega come fosse naturale, normale l’impegno politico per un diciottenne, anche perchè avevano davanti esempi -come nel caso di san benedetto – di quello che la lotta politica applicata nel quotidiano poteva portare al popolo.

Poi spiega di come fosse una cosa quasi ordinaria chiedere di entrare nelle brigate rosse se ci si sentiva ardere dal fuoco dell’impegno politico e civile, senza subito pensare di cominciare a sparare alla gente appena reclutati, anzi. C’erano soprattutto discussioni e discussioni su ogni cosa, le azioni armate venivano richieste e proposte ai piani più alti della gerarchia, ma chi militava da irregolare o da appena arrivato tendenzialmente non faceva altro che il galoppino, e discuteva discuteva discuteva, autocoscienza autocoscienza autocoscienza.

Vi sono poi descritti i lunghi anni di ascesa nella gerarchia dell’organizzazione, la clandestinità, i primi colpi, le azioni armate e così via. Peci, da pentito, vuole innanzitutto smitizzare quello che è l’immagine delle br vista da fuori: la figura del bandito duro e puro, intelligente, colto, un nobile guerriero della lotta armata che vuole salvare il proletariato. Questo perchè negli anni in cui scriveva erano passate le nuove leggi, durissime, sulla lotta armata, e trovava criminale da parte di Curcio e degli altri capi brigatisti continuare a incitare alla rivoluzione anche dal carcere, con metà organizzazione già smantellata, senza capire che i giovani da loro irretiti andavano incontro al pericolo di una vita rovinata, anni e anni di carcere duro solo per aver seguito i loro incitamenti dalla galera.

Quindi vi sono una serie di aneddoti anche ridicoli, pistole che si inceppano, baffi e parrucche dei travestimenti che si spostano, colpi che partono per caso e si conficcano in pali, vicini curiosi che scoprono i covi, malattie, ritardi nelle azioni che davvero se letti danno un’idea da “oggi le comiche”, altro che finissimi combattenti addestrati in Palestina. Ma soprattutto vi sono lo squallore della clandestinità, la sporcizia, il poco calore umano, il sospetto e la paranoia di anni passati a nascondersi. E soprattutto, anche in “oggi le comiche”, la gente veniva gambizzata, a volte uccisa, spesso rovinata per la vita. Non mancano, è vero, momenti che fanno riflettere: tutti i soldi rubati alle banche vengono scrupolosamente contati (con registri di fantozziana memoria) e reinvestiti nell’organizzazione, di tutte le spese si deve rendere conto, nessun bandito che prende queste scorciatoie per arricchirsi. Peci afferma di non aver mai sentito un compagno dire Quando finirà, quando avremo vinto mi candiderò per quel partito e diventerò ministro, la massima aspirazione di tutti una volta vinta la rivoluzione era avere una casa, una famiglia, un posto dove stare. Riflessioni di questo genere in effetti spiazzano, ammetto di non aver mai speso molto tempo in vita mia considerare questo aspetto delle brigate rosse, fino a questo momento.

Arrivati al discorso del pentimento, Peci afferma che innanzitutto al momento dell’arresto arrivava da una serie di mesi, se non anni, di crisi, una crisi personale e psicologica, stanco da anni di rinunce e della tensione che comporta la clandestinità armata. Tutti i compagni pare dicessero che era normale questo tipo di crisi, arrivava per tutti loro almeno una volta nella vita. Poi, una volta arrestato, ha per la prima volta compreso come valutare la forza dello Stato raffrontata a quella dell’Organizzazione, l’enorme disparità delle forze in gioco. Quando sei latitante, pensi di riuscire a beffare lo Stato nello stesso modo in cui riesci a gambizzare un poliziotto, se ti va di farlo. E vivendo all’interno di un’Organizzazione chiusa come quella delle br, riesci a vedere solo quello che ti fa vedere, e ti pare di stare facendo dei progressi. Nel momento in cui vieni istituzionalizzato in carcere, calcoli quello che Stato ha a disposizione in termini di forze dell’ordine, guardie giurate, magistrati, ministri, anche solo per tenerti dentro, mentre l’Organizzazione non può fare niente per tirarti fuori, se non prendere qualche sbirro a pistolettate, e lì, afferma Peci, capisci che non stai disarticolando un bel niente, stai lottando da anni contro i mulini a vento.

Ma soprattutto, in carcere Peci cominciò a parlare con i nemici di sempre, non solo i magistrati o il Generale Dalla Chiesa, scoprendo per esempio un valore e un rispetto per gli avversari che possono anche essere attesi e previsti, in fondo. No, in carcere egli scoprì l’abisso del fallimento br come movimento politico nel momento in cui le guardie carcerarie, gente che prendeva meno di un metalmeccanico, cominciò a chiedergli Ah Pe’, ma perchè ce l’avete con noi guardie? ma lo sapete quanto prendo per tirare a campare? ma lo sapete che era l’unico lavoro che potevo trovare al paesello? ma che pensate che lo volessi fare di carriera? e arrivò quindi a capire che le masse operaie, le tanto millantate masse che le br cercavano di liberare dal potere padronale erano anche questi poveri cristi di guardie giurate che se avessero potuto sarebbero andate a fare i metalmeccanici in Fiat. Quelle erano le masse, e le altre masse, quelle delle fabbriche, non volevano la Rivoluzione, non come la prospettavano le br, almeno. Nei momenti di crisi, quando pesava combattere e ci si chiedeva se mai le cose sarebbero cambiate, nell’Organizzazione si diceva di portare pazienza, perchè loro erano gli apripista, i primi guerrieri, spettava loro il duro compito di aprire la strada per la lotta: poi le masse si sarebbero accorte che le cose stavano cambiando, il consenso si sarebbe espanso, le fila delle br sarebbero state ingrossate dal popolo. Ma in questo dimenticarono che le uniche rivoluzioni in cui il popolo si sollevò davvero furono quelle in cui la gente moriva di fame, e non sapeva come sfamare i figli. In Italia, l’operaio non aveva fame, doveva emigrare dal Sud, doveva lavorare tanto e magari male, avrebbe voluto condizioni di lavoro migliori, certo, questo sì, ma non moriva di fame. E alle prime persone ammazzate dalle br, il tanto ricercato consenso non ebbe più una sola singola possibilità, per anni la lotta continuò e non riuscivano assolutamente ad allargare i consensi nelle fabbriche, a infittire le brigate di fabbrica, ad aumentarle in qualche modo, anzi. Per questo, per tutti questi motivi, Peci prima si dissociò, cioè decise di uscire dall’Organizzazione e poi si pentì, aiutando attivamente le forze dell’ordine a smantellare le brigate rosse, che vilmente gli rapirono e uccisero il fratello Roberto.

“Non ho ancora perdonato, non perdonerò mai, ma ogni proposito di vendetta è scomparso”.

Il libro si chiude con questa riflessione fatta da Peci nel momento in cui fu assolto e scarcerato: In quel momento mi sono sentito sulle spalle il peso di tutti gli errori che avevo fatto: i morti, i feriti, gli spari, la paura. Sentivo il peso del passato, e quello nessuna corte me lo potrà mai togliere.

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Un libro interessante e che scorre via veloce, che parla di storie che non dobbiamo scordare.

Lorenza Inquisition

Il bacio della bielorussa, Antonio Pagliaro

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Ho preso questo libro inquantocchè suggeritomi da Amazon, guardo le recensioni, il 90peccento da’ 5 stelle. Da consolidata esperienza, statisticamente so che alle recensioni di amazon così entusiaste devo subito applicare una rivalutazione al ribasso, cioè per capirci per me 5 stelle le puoi dare solo a Tolstoj and Co.  Se c’è gente che unanimemente le da’ a un giallo italiano, e non è neanche Sciascia o Scerbanenco, qualcosa che non va ci deve essere, la faccenda puzza. Comunque  ho deciso di buttarmi, e ho fatto male, già mi vedevo a fare la splendida con voi che ho trovato il giallo dell’anno ma che dico DEL MILLENNIO e così imparo a fare la vanitosa. L’ho finito stanotte e l’ho trovato brutto assai, cominciamo subito col dare un voto, tanto per rimanere in tema con l’introduzione pagellara, e si becca un bel (o brutt) due su cinque stelle, perchè la trama sarebbe in effetti avvincente, è una storia che scritta meglio avrebbe avuto numeri belli assai, ma per il resto, un grosso GROSSO bah.

A me, prima cosa, non piace come scrive. Va bene, lo stile è anche una cosa che al lettore può parlare o meno, non siamo tutti uguali, ma per me è scritto male, punto.

Poi, l’ambientazione. Per le prime 100, 150 pagine la storia si dipana in Olanda, dove un investigatore abbozzato con l’accetta che ha le solite caratteristiche di tutti gli investigatori da Marlowe in su (sociopatico, sciupafemmene, il lavoro prima di tutto ma ha i sensi di colpa per il figlio che non vede mai, fumatore, goloso di un qualche tipo di dolciume o in fissa con un qualche tipo di abbigliamento) incappa in un caso che vede coinvolti due italiani ritrovati in un canale, forse mafiosi.

Il personaggio in sè al di là della noia di aver già letto migliaia di volte di uno così, non è vivo, non esce dalle pagine, metà delle volte non ti ricordi che faccia abbia. Comunque il  primo grosso problema è proprio qua, l’ambientazione di questa prima parte. Se sei italiano, e scrivi di un detective olandese che vive in Olanda, mi spiace, ma devi essere proprio proprio molto bravo a scrivere, per renderlo vivo, questo personaggio, e credibile il suo mondo. Altrimenti se ne esce con quello che per me è stato insopportabile, la sensazione di un italiano che parla di un mondo non suo, e si sente, non trovo altro modo di spiegarlo,

Proseguendo con la storia, la vicenda si sposta in Sicilia, dove elementi noir di mafia e massoneria escono allo scoperto e si intrecciano all’indagine olandese. Qui il romanzo migliora nettamente, sia per l’introduzione di un nuovo personaggio, un killer mafioso, ben caratterizzato e ben scritto, con un ritorno del linguaggio siciliano alla Camilleri che è mi sa ormai imprescindibile per questo tipo di gialli, sia per l’ambientazione in una Palermo viva, sporca, credibile. Se non ci fosse stata la prima parte, per questo pezzo avrei dato tre stelle. Purtroppo la prima parte c’è, e non solo, investigatore e vicenda olandese vengono messi da parte come due calzini sporchi, così, buttati in un angolo in mezza riga, e addio.

Questo è il secondo grande problema del romanzo: vengono chiamati in causa una serie molto vasta di personaggi minori e storie marginali, e l’impressione netta è che l’autore abbia provato a maneggiare un romanzo corale che gli si è sgretolato tra le mani a tratti. Non sempre, lo ammetto, alcune storie funzionano. Ma per esempio, tornando all’uscita di scena dell’investigatore olandese in mezza pagina, questo gestire rapidamente in tono distaccato una vicenda nera e allucinata con tratto amaro e crudo il giusto lo può fare McCarthy, o Ellroy. Altri, scusate, non tanti, no, non ci siamo. La storia in sè, ripeto, mi è piaciuta, ha un certo cinismo e un’amarezza di fondo che ho apprezzato, e la parte siculo-mafiosa cammina per bene. Però l’ho trovato scritto male, gestito peggio, troppa carne al fuoco, sono una voce fuori dal coro rispetto ai 5 stelle di amazon, ma per me non ci siamo proprio, e sono anche abbastanza stanca di gente che inneggia al nuovo romanzo noir italiano quando siamo sempre impantanati al primo Carlotto, e da lì non si muove neanche lui da anni, trallaltro. Per darvi un’idea, c’è questa recensione che lo osanna, e io già a leggerla mi addormento, per dire, e mi domando se veramente questo pensa le cose che scrive perchè io non le direi quasi per Wambaugh o Hammett.

http://www.satisfiction.me/il-bacio-della-bielorussa/

Comunque ho deciso che ne compro un altro del Pagliaro, ha un qualcosa. Non me la sento di liquidarlo così, come l’ispettore olandese.

Lorenza Inquisition