Americana, Don DeLillo

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“Vai davvero fortissimo ” disse Will “Non ho la minima idea di cosa diavolo stai parlando, ma suona proprio fantastico, suona proprio importante, impegnativo”.

Chissà se l’intenzione di DeLillo era quella di fare dell’autoironia quando ha messo in bocca questa frase a uno dei personaggi del libro.
“Americana” mi è piaciuto, non da farmi correre a comprare l’opera omnia ma abbastanza da convincermi ad affrontare Underworld con una certa curiosità. Giusto il tempo di far decantare questo primo libro.

Non è stata una lettura facile, per niente. DeLillo richiede una concentrazione continua, assoluta e confesso che in alcune parti nemmeno la concentrazione è bastata a sopportare la pesantezza delle frasi che non sembrano seguire un filo logico, dei paragrafi prolissi e degli aneddoti dettagliati allo sfinimento (“Dov’è che volevo arrivare con questo discorso?” “Non lo so” “Neanch’io. E’ quello che capita quando si cerca di accaparrarsi la verità”).

Il libro, scritto e ambientato negli anni ’70, racconta la storia di David Bell, giovane manager di successo di una rete televisiva americana. Resosi conto della vacuità della propria vita e della realtà che lo circonda, David parte per un viaggio attraverso gli Stati Uniti accompagnato da tre personaggi alquanto bizzarri. Lo scopo dichiarato del viaggio è quello di realizzare un film sul volto reale dell’America, ma è soprattutto per David l’occasione di mettersi di fronte a se stesso e ai complicati rapporti con i suoi famigliari.

Il libro si divide in tre parti.
Nella prima David racconta il modo di vivere competitivo e senza pietà suo e dei suoi colleghi. E’ la parte del libro che mi è piaciuta di più. Le lunghe riunioni in cui si parla di aria fritta, le discussioni che si accavallano l’una sull’altra in discorsi senza capo né coda, le frasi che sono un misto tra il parlato e il pensato dei personaggi sono, secondo me, l’aspetto più brillante di questo libro. Un ritmo frenetico dove il cinismo la fa da padrone.
La seconda parte del libro è un lungo flashback dove David rivive la propria adolescenza in una famiglia tipicamente americana, dove una scintillante patina di denaro e buone maniere ricopre una realtà fatta di follia, tradimenti, contrasti e disillusioni.
L’ultima parte è quella che ho trovato più ostica. David inizia le riprese per il suo film. Personaggi improbabili incontrati durante il viaggio recitano lunghi monologhi davanti ad una telecamera fissa, seguendo un copione scritto dallo stesso David. Sono discorsi complessi e spesso contorti, riferimenti alla vita del protagonista che si aggrovigliano con qualsiasi pensiero venuto in mente all’autore in qualcosa che sembra improvvisazione jazz. Psichedelico è stato il termine che mi è venuto in mente più spesso durante la lettura: un insieme forsennato, spesso volgare e a tratti delirante.
Un quadro sull’America di quarant’anni fa, una critica a molti aspetti decisamente ancora attuali: la guerra, la brama di potere e l’alienazione che spesso ne deriva, l’inconsistenza dell’apparire e degli slogan roboanti (magnificamente riassunti nello speaker radiofonico Beasley la Bestia) . Perché, cerca di spiegarci DeLillo, l’America può essere salvata solo da ciò che tenta di distruggere.

Anna LittleMax Massimino

Prima di mezzanotte, Andrew Klavan

Prima di mezzanotte 

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Siamo a Saint Louis ed è una giornata ferocemente calda. Nel braccio della morte Frank Beachum sta trascorrendo le sue ultime ore. A mezzanotte in punto gli verrà inserito un ago nel braccio e, secondo quanto previsto dalle leggi dello Stato del Missouri, Frank verrà giustiziato per un delitto commesso sei anni prima. Per un caso del tutto fortuito al giornalista Steve Everett viene assegnata l’ultima intervista al condannato, un breve incontro di un quarto d’ora per raccontare al mondo lo stato d’animo di Frank e raccogliere le sue ultime dichiarazioni.
Everett si aggrappa a questo incarico con la disperazione e l’accanimento di un uomo che cerca il pretesto per evitare il più a lungo possibile gli effetti che il suo comportamento irresponsabile sta per avere sulla sua vita. Nell’arco di una sola giornata la vita matrimoniale e il lavoro rischiano di frantumarsi e lui non può farci nulla perché se l’è cercata. E’ facendosi scudo con la possibilità di un “colpaccio giornalistico” come di un salvacondotto che lo tuteli di fronte queste conseguenze che Everett si convince dell’innocenza di Frank.

Ma è una convinzione con qualche base di realtà o un mera illusione? La risposta non è affatto scontata.
La vicenda si svolge nell’arco di 24 ore, con un ritmo sempre più incalzante e frenetico man mano che ci si avvicina al finale. È un libro che mi ha costretta alle ore piccole perché era impossibile dormire senza conoscere la fine.

I protagonisti sono molto ben descritti e caratterizzati. Steve Everett, al contrario dei soliti stereotipi dell’eroe senza macchia e senza paura, è un personaggio che ti tira via gli schiaffi dalle mani. Dalla prima all’ultima pagina la tentazione di riempirlo di botte è latente non solo nelle persone che lo circondano ma anche in chi legge, perfino nel caso in cui il lettore abbia solitamente un animo pacifico. Ad un certo punto Everett viene descritto, cito testualmente, “uno sporco coglione” e direi che la definizione gli calza perfettamente senza ricorrere ad inutili francesismi. Va però detto che alcuni dialoghi sono esilaranti e ravvivano un libro che ha una componente di angoscia non indifferente.
Mi riferisco alla minuziosa ricostruzione delle ultime ore di Frank, il suo stato d’animo, l’ultimo incontro con la moglie e la figlia, l’iter dettagliato della preparazione alla morte, i suoi pensieri e le sue folli paure. E’ come essere in quella piccola cella e vedere le lancette dell’orologio scorrere inesorabili verso la mezzanotte, mentre la consapevolezza che la propria esistenza sta per essere cancellata si fa sempre più forte, più soffocante, più reale.
Il libro è anche una decisa critica alla pena di morte (“Dio, perché permetti che un uomo faccia questo a un altro uomo?”), ai meccanismi brutali del sistema giudiziario, alla spettacolarizzazione dell’esecuzione.
Uno dei punti deboli della vicenda è una certa faciloneria nel concedere al giornalista brillanti intuizioni e fortunose coincidenze che gli risolvono più di un momento di difficoltà. Ma questo non toglie nulla al piacere della lettura e al desiderio di arrivare presto all’ultima pagina per vedere come va a finire.
Da questo libro, come ci ricorda la fascetta pubblicitaria, è stato tratto il film di Clint Eastwood “Fino a prova contraria”.

Anna LittleMax Massimino