Pacific Crest Trail / Appalachian Trail

gail

Finiti altri due libri sui due grandi trail che al momento mi appassionano, per la par condicio uno sul Pacific Crest Trail e uno sull’Appalachian.

Ho voluto prenderli perchè sono storie che narrano di un diverso tipo di persone di quelle di cui ho letto finora: una ragazza molto giovane da sola, e una coppia di mezza età, mi interessavano le dinamiche di coppia ma anche di testa in due cinquantenni e una appena ventenne che partono per farsi 3.000 miglia a piedi.

Il libro della ragazza in solitaria  sugli Appalachi si intitola The Appalachian Trail girl’s guide, di Megan Maxwell, ed è carino perchè offre una serie di consigli utili per l’armamentario da portarsi dietro, mi piace leggere di queste liste tutte polite e limate da mesi e mesi di preparazione. In realtà speravo fosse più interessante da un punto di vista pratico, in quanto si propone come “guida per ragazze che viaggiano in solitaria”, cosa che io spesso faccio (anche se non in imprese sportive) (al massimo gareggio in resistenza fuori dai cancelli per concerti rock), e la giovane Megan alla fin fine ha sì fatto l’Appalachian Trail (e tanto di cappello), però su 4000 chilometri da sola ne avrà percorsi un cinquecento, accompagnata per il resto per lunghi tratti del cammino da amici e compagni di università, genitori, amiche e infine fidanzato. Insomma la Megan se l’è spassata tra brownies alla mariujana e feste messicane, birra a gogo e whisky intorno ai falò e buon per lei, ma non è proprio quel che cercavo come racconto di esperienza sul trail.

La coppia sposata che si cimenta sul Pacific Crest Trail, che per inciso mi par di aver capito che è un trail veramente molto più bastardo dell’appalachiano, mi è piaciuto di più, umanamente parlando. Primo la signora Gail D. Storey scrive meglio, e poi per motivi generazionali di (pericolosa ahimè) vicinanza sono riuscita in genere a relazionarmi di più con lei, che un bel mattino trova il marito dimissionario dal lavoro, perchè ha deciso di scarpinare dal Messico al Canada in piena crisi di mezza età. La signora Gail è apprensiva, è sulla soglia della menopausa e vorrebbe godersi in santa pace le scalmane e i momenti ormonali, non ha mai fatto sport, si dedica alla meditazione e allo yoga e pesa vestita 45 chili. Quindi perchè seguire il marito in questa impresa massacrante? Eh, perchè. Ste mogli!

megan

 

Le incantatrici – Pierre Boileau – Thomas Narcejac

incatatrici

E’ uno di quegli libri che si tengono fra le mani con piacere di almeno due sensi, l’edizione in italiano de “Les magiciennes” di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, in quanto una di quelle pubblicazioni Adelphi rilegate che, alla piacevolezza della sensazione tattile suscitata dalla sottile carta della copertina, lievemente ruvida, aggiunge la gratificazione di una bella immagine, che in questo caso è fotografica e – in sintonia con gli oggetti del desiderio del titolo e su cui s’impernia il romanzo – ipnotizzante: una foto in cui i volti di Alice ed Ellen Kessler (o solo dell’una o dell’altra? …) sono accostati in una composizione grafica che a me ricorda quella dello Yin e dello Yang e che, in ogni caso, mi fanno desiderare di recuperare in qualche modo il film che dal romanzo è stato tratto e realizzato quando le due bellezze tedesche erano giovanissime e io neanche nata.

“Le incantatrici” è anche il secondo titolo – il primo è “I diabolici” – che permette ai lettori italiani di conoscere un formidabile duo di autori francesi di genere dall’attività prolifica dagli inizi degli Anni Cinquanta fino agli inizi degli Anni Novanta. Per me, una grande rivelazione, tanto che resto in attesa della prossima traduzione dei due scrittori che Adelphi vorrà mandare in stampa.

Gli elementi di fascino de “Le incantatrici” non sono pochi: l’atmosfera insieme circense e retrò; quei turbamenti e quegli stordimenti del protagonista che raccontano mirabilmente la condizione dell’incontro giovanile con la bellezza; il fantasma di un padre le cui abilità (di prestigiatore) sono apprese solo dopo la sua morte e replicate prima in seguito a estenuanti esercizi volti a costruire una credibilità artistica e a individuare un proprio posto nel mondo, e poi a rintracciare la propria unicità; la presenza tangibilissima di una madre ritrovata tardivamente che incarna insieme ciò che è insolito nell’artista di strada e ciò che è consueto nell’osservazione della propria decadenza fisica, nonché la sorpresa dell’abbinamento di lascivia e tenerezza; il fatto che si tratta di una storia noir in cui, però, non si legge di detective né di indagini. E poi, loro. Le incantatrici del titolo. Bellissime e forse sciocche, bellissime e sicuramente troppo vicine l’una all’altra e troppo interscambiabili per il giovane protagonista, bellissime e iconiche come possono apparire certe fanciulle (bellissime o no) e come possono sembrare certe coppie di gemelli: quindi, doppiamente iconiche.

Manco a dirlo, però, nel corso di questo romanzo di raffinata bellezza – congegnato con mirabile misura e scritto con un’asciuttezza che niente sottrae alla resa dei personaggi – i riferimenti alle tematiche proprie al concetto di “doppio” sono davvero tanti. E nonostante la specularità gemellare sia stata raccontata sia prima che dopo rispetto a quando l’han fatto Pierre e Pierre (perché il caso – ? – vuole che Thomas Narcejac sia uno pseudonimo, e che i due scrittori avessero in comune il nome proprio), leggendo “Le incantatrici” non sembra mai di leggere qualcosa di trito. Tutto, pure ciò che è risaputo, mantiene avvinti alle pagine come succede con ciò che, oltre che ben raccontato, risulta sorprendente.

Non voglio dirvi di più dell’andamento della trama, del primo colpo di scena che costituisce la svolta della vicenda, del secondo colpo di scena (potevano non essere due, i capovolgimenti, nello sviluppo di una storia che si snoda intorno a due gemelle?), dell’epilogo che fa sconfinare la figura antica dell’artista di circo in una dimensione del mondo dello spettacolo incredibilmente attuale. E’ un noir: non voglio dissipare anzitempo le ombre in cui vi addentrerete se vorrete leggerlo.

Fra i titoli letti di recente, ho scelto di scrivervi proprio de “Le incantatrici” perché il suggerirvelo mi pare un dono sufficientemente bello con cui ringraziarvi: un anno fa, mentre ero in quarantena per il primo dei due interventi chirurgici alle corde vocali che ho dovuto sostenere tra luglio 2014 e aprile 2015, l’incontro con “50 libri in un anno” mi ha tenuto ottima compagnia, offerto occasioni di confronto e spunti interessanti, permesso di entrare in contatto con lettori lontani solo fisicamente e di avvicinarmi ad alcune persone speciali.
Buoni viaggi attraverso le letture e non, e grazie.

Sonia P.

Risvolto Adeplhi

La prima volta che Pierre Doutre vede quella incantevole, esile ragazza bionda – «di un biondo luminoso, irreale, che le fluttuava intorno come un riverbero» – è al funerale del padre, il celebre illusionista noto come «professor Alberto». E un attimo dopo gli sembra di vivere in un sogno, o piuttosto in un incubo: perché ne vede un’altra, identica, e pensa che sia una fata, capace di «sdoppiarsi a suo piacimento». Ben presto però scoprirà, con una sorta di voluttuoso stupore, che le fate sono due, ugualmente ammalianti. Di quel padre lontano e assente, del quale nei lunghi anni di collegio si è sempre vergognato, Doutre imparerà il mestiere; e se diventerà famoso quanto lui sarà grazie a un numero costruito proprio sulla incredibile somiglianza tra le gemelle da colei che sembra essere ormai la vera figura dominatrice della sua esistenza: la madre, la rapace Odette. A poco a poco, sedotto dal fascino ambiguo e perturbante delle sue partner, Pierre si ritroverà invischiato in un gioco perverso, un gioco di specchi in cui realtà e finzione, eros e morte, innocenza e colpa si scambiano continuamente i ruoli – con, sullo sfondo, la maschera della morte.