Morte di una sirena – Rydahl & Kazinski #NeriPozza

Hans Christian Andersen viene accusato dell’omicidio di una giovane donna: Anna, una prostituta, del quale pare essere stato l’ultimo cliente, e il cui cadavere viene ripescato dalle acque di uno dei canali di Copenaghen: una macabra sirena.

Un bellissimo essere femminile con gli occhi chiusi. È tutto imbrattato dell’acqua lurida del canale, di feci e di putridume, ma i capelli che sfiorano le spalle scintillano di conchiglie. Corde, alghe e vestiti strappati hanno avvolto la parte inferiore del tronco e le gambe, facendoli sembrare un unico pezzo. La donna gronda acqua. Il suo busto è pallido, bianco, ma decorato con un motivo particolare, che fa un bell’effetto finché Hans Christian non si rende conto, anzi, finché non se ne rendono conto tutti gli astanti, che è ferita, mutilata e decisamente morta.

Hans Christian Andersen tenne un diario in cui scrisse ogni giorno della sua vita, ma nell’estate del 1834 il suo racconto si interruppe per circa un anno e mezzo. Da questo punto parte la narrazione: in questo terribile periodo dovette lottare per dimostrare la sua innocenza: non è stato lui ad uccidere la bellissima Anna, costretta a prostituirsi per mantenere la sua piccola bambina, Marie. Ma allora chi è stato ad ucciderla così barbaramente? Chi si rende colpevole di delitti così truculenti a Copenaghen? Andersen veste i panni dell’investigatore e assieme a Molly, sorella di Anna intraprende le ricerche. Un giallo intricato e pieno di colpi di scena ma anche di tanto, tanto sangue. Copenaghen non è la città che ci immaginiamo oggi, piena di serenità ed eco friendly, ma è una città dark, di sapore dickensiano, malsana e piena di ingiustizie. Molly e Andersen ne passeranno di tutti i colori perché loro, poveri e con poche conoscenze, non vengono ascoltati dalle autorità. È più facile addossare le colpe addosso ai poveracci e nessuno ha interesse a voler vedere la verità.

In più Andersen, “l’uomo dei ritagli”, era visto come un pervertito: pagava Anna per osservarla e,nel mentre, realizzava strani ritratti ottenuti ritagliando la carta. Tra i suoi molti talenti, Hans Christian aveva infatti anche un’abilità speciale nel paper cutting ovvero l’arte di ritagliare figure, spesso molto complesse, da un foglio di carta. Tutto mirava quindi a sospettare di lui, se non altro per la sua stranezza. Un romanzo che intreccia le storie della città con le favole che conosciamo benissimo, La Sirenetta, La piccola fiammiferaia, Il soldatino di stagno… Bè, avevamo già il forte sospetto che la vita di Andersen non fosse stata proprio un prato fiorito, in effetti!

Lo stile è un po’ piatto, forse una traduzione colpevole rende la narrazione a tratti davvero impersonale. Non è precisamente un giallo storico, anche perchè il colpevole è svelato all’inizio; ma l’ambientazione storica è stata per me davvero ben congegnata, e ho apprezzato la trama e i personaggi.

“So parlare con gli oggetti. Loro mi parlano. Ah! In che senso? In che senso, parlare con gli oggetti? Per me i candelieri e i soldatini di stagno sono dotati di vita, e gli alberi e i fiori sono in grado di pensare e di sentire come noi. Tutte le cose sono prigioniere della loro forma e anelano a uscirne”.

“Una manina. Nella sua. Lui si sveglia di soprassalto. La piccola lo guarda con i suoi occhioni. Il dolore dei bambini, quello lo conosce, non ha mai superato il proprio. L’unica cosa che lo alleviava era il racconto, sparire in un altro mondo. Non importava se era raccapricciante oppure meraviglioso. Se era raccapricciante, si sentiva sollevato a tornare alla realtà; se era bello e piacevole, poteva continuare ad inventare, ad allontanarsi dal dolore con l’immaginazione”.

Barbara Facciotto

Morte di una sirena – Rydahl & Kazinski

Traduttore: Eva Kampmann

Editore: Neri Pozza Collana: I narratori delle tavole

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