Così crudele è la fine – Mirko Zilahy #Longanesi #MirkoZilahy @barbarafacciott ‏

Così crudele è la fine – Mirko Zilahy

Editore: Longanesi

Sono ponti così: pochi giorni di vacanza, tanto lavoro (e grazie al cielo che ce n’è tanto), da doppio monitor. Che bello perciò leggere un romanzo giallo ambientato a Roma nei luoghi che in questi anni ho visitato: il teatro di Marcello, la Garbatella, La Sapienza, il Portico d’Ottavia, Campo Scellerato, lungotevere Gassman, lungotevere Flaminio, il Gianicolo … e che brava sono stata a non buttare via un minuto nelle mie peregrinazioni romane. Se avessi avuto fretta o se non avessi colto l’attimo, mi sarei persa uno spettacolo incantevole. Perciò, per la mia saggezza, sono ampiamente ripagata da una serie di ricordi che saranno miei per sempre.
Da qui deriva la meraviglia di leggere di una Roma antichissima e segreta che, di questo romanzo, è la parte più accattivante: la città stessa si fa protagonista irrinunciabile del racconto. Ed è una Roma nera, paurosa, ricca di mistero.
L’affascinante Enrico Mancini è un profiler che ha studiato a Quantico (ma che figata è studiare a Quantico e abitare a Roma?!?) ed è tanto provato dalla vita che gli tocca andare in cura dalla psichiatra della Polizia. L’assassino, d’altro canto è sfuggente, trovarlo é molto complicato anche perché i delitti apparentemente sono slegati. Ma il commissario pre-sente che è fondamentale lui affrontare questo serial killer. Ne va della sua stessa vita.
Tanti sono i personaggi che si incontrano, tutti ben definiti e complessi. Scopro che questo libro appartiene ad una trilogia e andrò subito a prendermi i primi due, temendo di essermi spoilerata qualche passaggio. Mannaggia a me che ancora scelgo i libri dalla copertina e inizio a leggere saltando prologhi e quarte.
Il romanzo è un po’ psyco-thriller ed è gradevole anche perché è a caratteri enormi, cosa non sottovalutabile a 51 anni, e scorre via a paginate con grande soddisfazione.
È pur vero, d’altro canto che, come thriller di un certo livello, quando uno ha assaggiato Stephen King, non può più esaltarsi per altro, ma suvvia, andiamo oltre.
È anche vero che, ti viene da pensare, se Stephen King avesse ambientato uno dei suoi capolavori a Roma…. scànsate…

Ma non divaghiamo. Mi è piaciuto, molto godibile, lettura di intrattenimento intelligente.

“Quando si ha a che fare con i morti, anche se per mestiere e a qualunque livello, come succede tra noi, è sempre in fatto personale. Non dovrebbe essere così. Siamo professionisti. Ma é esattamente così che va. Ho passato notti a pensare a come isolare una parte dentro di me per usarla come fosse un piccolo deposito in cui scaricare quelle immagini orribili. Ho capito che la mia macchina fotografica mi aiuta. Ma non basta, non basta mai. Ogni tanto quel deposito si satura e quando le voci, le facce, i corpi emergono, io sto male. Quelle vite spezzate mi turbano, peggio, mi cambiano da dentro. E allora ho capito una cosa. Che è sempre una questione personale e che io non voglio più stare sola.”

Barbara Facciotto

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Bird Box – Josh Malerman #Netflix #BirdBox #JoshMalerman #Piemme

Traduttore: S. Bortolussi

Editore: Piemme

Anno edizione: 2019

Romanzo un po’ thriller, un po’ horror e un minimo gore, con ambientazione post apocalittica, dal quale hanno tratto un film con Sandra Bullock per Netflix. Opera prima dell’autore, scritta nel 2014, rimane sulla falsa riga del più noto (e ben fatto) film A quiet place, laddove feroci e imbattibili creature attaccano la terra e distruggono il mondo come lo conosciamo: sono cieche ma hanno un udito formidabile, e qualunque suono, anche minimo, le mette sulle tracce della preda. La logica narrativa in Bird Box invece è spostata sugli occhi umani, le creature che eliminano la nostra civiltà non sono violente, nè oscuri predatori: sono semplicemente così orribili, così orrendamente folli e incomprensibili che basta intravederle un attimo, qualche secondo, perchè la mente umana impazzisca del tutto. Il mondo finisce perchè la razza umana si autoestingue in un delirio di suicidi e pazzi omicidi rabbiosi, mentre i pochi sopravvissuti imparano a resistere imponendosi di vivere con gli occhi bendati. Per chi vede, arrivano insanità mentale e morte. Chi è cieco, o si autoesclude in un mondo al buio, ha qualche possibilità.

Malorie, la protagonista, una ragazza piuttosto giovane, è incinta in un’America pre-distopia, e partorisce nove mesi dopo in un mondo dominato da un potere oscuro e invisibile, follia, natura selvaggia che si riprende il pianeta e paranoie umane varie. La sua storia è raccontata attraverso una serie di flashback, alternati alle vicende del presente, in cui si deve intraprendere un viaggio verso una labile speranza di futuro se non salvezza.

E’ un libro che mi è piaciuto, direi ben fatto, per certi versi disturbante, che si legge molto in fretta perchè la tensione è sempre al giusto grado: le cose positive sono il richiamo a Lovecraft, il tema sempre intrigante del survival horror, un certo sviluppo psicologico, soprattutto della protagonista, mentre il resto dei comprimari è tratteggiato piuttosto rozzamente. Malorie è una che sopravvive, ma non senza dolore, ansie, dubbi; non è una super eroina esperta di arti marziali, è solo una ragazza normale che deve allevare due bambini in un mondo ostile, senza aiuto esterno, esperienza o consigli. Non dà nome ai bambini nel tentativo di evitare di essere troppo coinvolta come madre perchè sa che per farli sopravvivere deve essere prima di tutto guardiana, tutrice, sorvegliante.

La compensazione fisiologica dei sensi ha una parte fondamentale in tutto il narrato, che è claustrofobico e inquietante: tutto si svolge al buio, o in stanze chiuse con porte e finestre sigillate, l’orecchio teso al minimo rumore. Nello stesso modo i momenti in cui si deve uscire, bendati, in un mondo ostile che si deve affrontare alla cieca, sono ugualmente angoscianti.

Quindi l’idea di partenza c’è, e anche lo svolgimento è tutto sommato più che sufficiente; non c’è il respiro del grande romanzo, e anche se lo stile è intenso, manca la scrittura del Maestro, manca la capacità di raccontare e forse spaventare davvero, con le parole. Però ha un buon ritmo, è coinvolgente, è importante nel messaggio che nel bisogno di stare insieme e proteggersi a vicenda rimane la vera forza dell’essere umano, sempre e comunque.

Il vero problema di fondo, COMUNQUE, è che MUORE IL CANE. Teniamo presente che il CANE MUORE. Può essere accettabile ciò? no dico. Caro il mio Malerman papocchione, ripeti con me, IL CANE NON DEVE MORIRE OGGI, IL CANE NON DEVE MORIRE DOMANI, IL CANE ARRIVANO ZOMBIE, VAMPIRI, MANNARI, JEEG ROBOTI, GODZILLI E FESTIVAL DI SANREMO, IL CANE HADDASALVARSI, IL CANE NON MUORE, MAI.
Le basi proprio, zio porcaccione.

Lorenza Inquisition