The dirt – Mötley Crüe. Confessioni della band più oltraggiosa del rock – Neil Strauss #MotleyCrue #Rock

Sesso, droga e rock ‘n’ roll. Forse i Motley Crue non hanno fatto tutte e tre le cose meglio di altri, ma di sicuro le hanno fatte più di tutti gli altri.

Riletto in vista del film (attualmente in lavorazione) prodotto da Netflix e ispirato a questa fortunatissima autobiografia.
Niente di così eccezionale ma è una lettura frizzante e per nulla autoindulgente, che spinge alla curiosità morbosa: uno sguardo dalla serratura nelle vite drogate, degradate, eccessive e completamente caotiche di 4 ragazzi che una trentina di anni fa erano delle rockstar planetarie suonando, come ha sempre proclamato Nikki Sixx, “musica da idioti”.

Questo è quello che mi è sempre piaciuto dei Crue: non si sono mai presi sul serio. Un buon bassista (Nikki Sixx), un discreto batterista (Tommy Lee), un ottimo chitarrista (Mick Mars) e un cantante al limite dell’ascoltabile (Vince Neil). Ma, incredibilmente, questa combinazione avvia la scintilla per un successo di proporzioni immense, dando addirittura il via a una vera e propria scena (lo Street Metal o Glam Metal della Hollywood anni 80). The dirt, con uno stile diretto e piuttosto brillante, ci catapulta nella vita della band attraverso interviste, ricordi e fotografie, un vero e proprio trip di più di 400 pagine, narrandoci la storia di quattro giovanotti che, un po’ per caso, un po’ per fortuna, un po’ per le vie misteriose del destino, hanno dato vita a un grosso capitolo della storia musicale.
Ma, come spesso capita, è capitato, e capiterà, il successo è la scintilla che fa deflagrare le dipendenze insite dei nostri: cocaina, alcool, eroina, pastiglie, crack, e via così di deriva in deriva.
Nikki Sixx è quello messo peggio e infatti il culmine della narrazione è senza dubbio la cronaca della propria morte: infatti il 23 dicembre dell’87 Nikki Sixx fu dichiarato morto per overdose per circa due/tre minuti, salvo poi tornare nell’aldiqua, congedarsi da ospedale e medici, tornare a casa e farsi un’altra pera.
Poi dai vari rehab si passa alle mogli fighe e succhiasoldi: Pamela Anderson, Donna D’Errico, Heather Locklear e via dicendo, ma questo è il passaggio meno interessante.
Il libro contiene anche momenti abbastanza duri: su tutti la cronaca, cruda e umanissima, della malattia e poi della morte della figlia di 4 anni di Vince Neil, un pugno in faccia e un evento che comunque non è mai stato superato nè metabolizzato dal frontman.

Un libro intenso e coinvolgente, schietto e senza panegirici, che non ha parti noiose, e che può divertire anche chi non si interessa particolarmente di Rock e relative band.
In ogni caso: io i dischi dei Crue me li sono sempre ascoltati alla grande (anzi, dr.feelgood fu uno dei primi miei in assoluto), il libro merita e il film che uscirà su Netflix sarà da guardare per forza.

Alessandro Dalla Cort

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