Camille Claudel. La sua vita – Odile Ayral-Clause #CamilleClaudel #recensione

 

Camille Claudel. La sua vita – Odile Ayral-Clause
Traduttore:S. Giordano
Editore:Castelvecchi
Collana:Storie
Mi trovate al lavoro; perdonate la polvere sulla camicetta. Scolpisco il marmo da sola.

In maniera del tutto casuale ho scoperto non solo questo libro ma anche l’esistenza stessa di Camille Claudel . Non mi affliggo nemmeno di essere tanto ignorante: in fondo l’ignoranza permette di entusiasmarsi per le proprie scoperte (disse l’ignorante in cerca di giustificazioni). O no? Boh!

Ma passiamo oltre.

Camille Claudel nacque nel 1864 e fu allieva, musa e amante di Auguste Rodin. Ma non faremo certo l’errore di liquidarla in questo modo, vero? Perché Camille Claudel fu soprattutto una scultrice di grande talento, una donna anticonformista e caparbia, un’artista che si battè perché le donne venissero ammesse ai corsi di scultura e di nudo. Stiamo parlando della fine dell’800, un periodo in cui la critica giudicava i lavori della Claudel scrivendo cose del tipo “La signorina Camille Claudel ci consegna opere che superano, per la capacità inventiva e la potenza dell’esecuzione, tutto quello che ci si può aspettare da una donna”. Ci si aspettava decisamente altro da una donna, per esempio che servisse il tè e facesse figli. Non certo che realizzasse opere come Sakuntala o Il valzer, cariche di appassionata sensualità. Non certo che lottasse per la sua indipendenza, per le sue idee, per il fatto di credere fortemente nelle sue indubbie capacità e nel suo talento e insistesse per dar loro il risalto che meritavano.

Un grandissimo talento quello della Claudel, un talento che dovette combattere contro una storia clandestina complicata, contro convenzioni sociali implacabili e contro un intrigo di rabbia e ossessioni che la portò alla paranoia. All’età di 48 anni fu internata in manicomio e lì rimase per i successivi 30 anni.

Da qui inizia la parte più dolorosa della biografia.

“Ci sono due modi per eliminare una persona dalla società. Uno è l’omicidio. L’altro è l’internamento in ospedale psichiatrico, successivamente modificato, alla bisogna, all’isolamento.”

All’epoca una qualsiasi persona armata di un certificato medico poteva richiedere l’internamento di un famigliare considerato malato di mente, e consigliarne l’isolamento, che consisteva non solo nel vietare ogni visita ma anche nel censurare la posta. Camille passò anni a scrivere lettere e aspettare risposte che non arrivarono mai. Molte di quelle lettere erano rivolte alla madre alla quale chiedeva una visita e la possibilità di tornare a casa. La madre, che nell’internamento vedeva soprattutto una soluzione allo scandalo che sua figlia stava provocando, non andò mai a trovarla. Era malata, Camille, ma era soprattutto una vergogna per la madre e i fratelli con il suo sfacciato anticonformismo. Morto il padre, l’unico ad averla sempre incoraggiata e supportata, la famiglia decise non farla uscire più, nonostante l’avessero fatta rinchiudere all’apice della propria carriera, mentre esibiva sculture nelle più prestigiose gallerie di Parigi.

E se giudicare tutto questo a un secolo di distanza ha come ovvio un valore pari allo zero, lo stesso non ho potuto fare a meno di avere in mente per tutta la durata della lettura la parola “spreco”: spreco di talento e spreco di vita. Un peccato enorme.

Questo libro è una biografia molto ricca, completa, con moltissimi stralci delle lettere scritte e ricevute da Camille e dai personaggi che le gravitarono attorno. Le lettere di Camille testimoniano le sue ossessioni ma sono anche, molto più spesso, disperatamente lucide.
L’autrice non è caduta nella trappola del pietismo facile o delle sdolcinature, non si inventa in maniera romanzata parti in cui si immagina le reazioni o i pensieri di Camille ma ci mette nelle condizioni di immaginarne la sofferenza attraverso le sue stesse parole.

“Qui è tutto un piangere, un cantare, urlare a squarciagola dal mattino alla sera e dalla sera alla mattina. Ci sono creature talmente fastidiose e nocive che non le sopportano nemmeno i genitori. E per quale motivo sono costretta a sopportarle io?… Quanto è seccante stare in mezzo a tutto questo, devi tirarmi fuori di qui, sono quattordici anni che vivo sequestrata! Reclamo a gran voce la mia libertà.”

E soprattutto, anche se la relazione con Rodin ha una parte fondamentale, la figura che emerge maggiormente non è quella di Camille-amante del grande scultore, bensì quella che in realtà era: Camille Claudel, donna e artista di enorme talento.

“Desiderava, sopra ogni cosa, allontanarsi dall’ombra di Rodin, essere riconosciuta come un’artista con il proprio stile distinto e originale. Nel 1893, quando aveva appena iniziato a lavorare da sola, mostrò alcuni schizzi e idee al fratello. “Vedi – spiegava- non assomigliano più in niente a Rodin.”

Anna Massimino

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