Le cure domestiche – Marilynne Robinson #recensione

Marilynne Robinson a quarant’anni suonati scrive questo romanzo d’esordio, che le spalanca la via della notorietà e del successo.
Una trama abbastanza semplice, due bambine alla soglia dell’adolescenza che restano sole, e dopo un periodo di assestamento, in cui, soffrendo, credono di aver trovato la loro strada e il loro modo di proseguire il difficile cammino, ecco che vengono affidate alla loro zia, Sylvie, che si rivela la vera protagonista della storia.
Una donna piena di mistero, eterea, ribelle, vagabonda, che vive col cappotto addosso, che parla sempre di treni e di autobus, che esce di casa senza dire niente, che riempie la casa di foglie secche, di cianfrusaglie, che fornisce una continua sensazione ed immagine di precarietà assoluta alle due bambine, sempre convinte di poter essere abbandonate di nuovo.

La precarietà è il tema dominante di questo libro.
Il paesaggio, la natura, gli oggetti, sono gli strumenti con cui l’autrice rende viva la precarietà.
Il lago è lo sfondo ideale di questa storia. Un lago che inghiotte corpi e vite e cose, un lago che è veicolo dell’immaginario, del sogno, dei ricordi del passato, un lago che, visto da due bambine, può rappresentare l’Oceano infinito, il mistero del mondo intero, il suo eterno mutare.

“Camminammo verso nord, con il lago sulla nostra destra. Se lo guardavamo, l’acqua sembrava allargarsi sulla metà del mondo. Le montagne, ingrigite e appiattite dalla distanza, sembravano i resti di una diga crollata, o il bordo sbrecciato di una pentola di ferro, sul punto di ebollizione, che distillava senza fine l’acqua trasformandola in luce”

Un lago che richiama il cambiamento, un lago che accoglie, si apre ma subito si ricompone, un lago che rappresenta la morte, che inghiotte un nonno e una madre e tutto un passato, un lago che riflette la luce e cambia anche l’immagine delle persone che vi si avvicinano.
Fingerbone, questa cittadina (irreale) del Midwest, si contrappone, o vuole contrapporsi, a questa precarietà, dovrebbe rappresentare l’ancoraggio alla realtà, alle origini di tutti, alle tradizioni, alla consuetudine, all’essere conservatori.
Ma tutto cambia. Il lago esonda, il lago si ritrae, il lago ghiaccia. Il lago mette in pericolo la stabilità, degli abitanti ma anche delle loro stesse abitazioni. Il paesaggio sterminato e invaso dalle acque, dal ghiaccio, dalla neve, dal fango, attacca la vita e la sopravvivenza dignitosa delle persone.

Così come Sylvie, col suo nomadismo innato, col suo camminare oltre le regole, mette in pericolo la conservazione delle idee e delle cose.
Sylvie, che rompe un equilibrio, rompe quel ghiaccio, che ha il coraggio e l’incoscienza di attraversare quel ponte sospeso sul lago, andando incontro all’avventura senza alcuna certezza di riuscita. Perchè tanto la morte è l’unica cosa certa, perché

“è meglio non avere niente, perché alla fine crolleranno anche le nostre ossa. E’ meglio non avere niente”

Il romanzo è questo, la lotta, meglio la scelta, tra adesione al formalismo, alla consuetudine, alla pura apparenza, spesso, e l’adesione alla precarietà delle cose, della vita stessa, la lotta tra chi vuole conservare una costruzione e chi invece vuole metterla in discussione, bruciarla, conservarla solo nel ricordo per poi prendere una strada tutta personale.
I ricordi, “per loro natura frammentari, isolati, e arbitrari come le visioni fugaci che si hanno di notte da una finestra illuminata”.
Sì, frammentari, arbitrari. Ma anche potentissimi, forti, in grado di condizionare le nostre esistenze.
“C’è così poco da ricordare di ciascuno, un aneddoto, una conversazione a tavola. Ma a ogni ricordo si ritorna più e più volte, e ogni parola, per quanto casuale, si inscrive nel cuore, nella speranza che il ricordo si attui un giorno, e diventi carne, e che i vagabondi trovino una strada verso casa, e che i morti, di cui sentiamo sempre la mancanza, passino finalmente attraverso la porta e ci accarezzino i capelli con affetto sognante e abituale, perché non avevano l’intenzione di farci attendere così a lungo”.

Un romanzo onirico, con descrizioni degli oggetti e della natura davvero spettacolari, commoventi, a tratti. Non il mio genere preferito, lo dico. Ma scritto davvero benissimo. Mi ha trasmesso una malinconia fortissima, ma soprattutto una tristezza e un dolore enormi. Pensare a quanto siano precari i rapporti, i sentimenti, le persone stesse, a quanto siamo più simili a sogni che alla realtà, è un qualcosa che, in questo momento della mia vita, mi procura vero dolore. Anche se qui si parla di rigenerazione, di focolare nuovo che nasce dalle ceneri del vecchio. E’ che mi resta difficile accettare che le persone siano veloce apparizione, che rappresentino un’immagine così fragile nel mio cuore e in quello degli altri.

Musica: Natural beauty, Neil Young
https://www.youtube.com/watch?v=-Y1IF8A9XN4

Carlo Mars

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