Dodici racconti raminghi – Gabriel Garcia Marquez #riflessione

dodici

Riletti, per la terza volta.
Un sogno, il punto di origine di questi dodici racconti.
E come poteva essere altrimenti, parlando di Marquez?
Sogna di assistere al suo funerale, insieme a tutti i suoi amici. Poi immagina, al termine, di andare via con loro. No. “Sei l’unico che non può andarsene”.
“Solo allora avevo capito che morire è non ritrovarsi mai più con gli amici”.

Che dire? Già nella prefazione al libro ci si commuove. Lui era lui. Un modo assolutamente unico di presentarsi, di scrivere, te lo vedi lì, alla sua scrivania, nella sua stanza, che prende appunti su un taccuino, che lo perde, finisce in mezzo a quintali di carta, a quintali di idee e illuminazioni ammucchiate in pochi metri, quasi riesci a vederla, quella Magia che sortisce da quella testa, e vaga per quella stanza. E’ la magia che fa sparire questi appunti, e poi li fa riapparire quando forse nemmeno lui ci pensava più, preso da altri mille lavori.
Dodici racconti per “scrivere sulle cose strane che succedono ai latinoamericani in Europa”.
Racconti persi e, per puntiglio, riscritti da capo. Usati in parte per partorire film, altri vanno a finire in interviste giornalistiche. Li dimentica, ma poi vuole recuperarli, distrugge quasi la casa, facendosi aiutare da amici e domestici, alla ricerca di quegli appunti, e qui c’è davvero tutto Garcia Marquez.
Alla fine li ricompone con cura, li riscrive col setaccio del tempo. Torna in Europa, per vedere se dopo tanti anni le città gli restituiscono le stesse sensazioni, e ovviamente così non è e non poteva essere. Quindi nuova scrittura, omogenea e contemporanea.
Alla fine lo dice lui stesso, “capovolgimento stupefacente: i ricordi reali mi sembravano fantasmi della memoria, mentre i ricordi falsi erano così convincenti che avevano soppiantato la realtà. Sicché mi era impossibile distinguere la linea divisoria fra la delusione e la nostalgia.”

“Non ho avuto il bisogno di domandarmi dove finiva la vita e dove cominciava l’immaginazione, perché mi sorreggeva il sospetto che forse non era vero nulla di quanto avevo vissuto vent’anni prima in Europa”.

Ecco. Questa, la sua inarrivabile abilità. Il saper sfumare, come un abilissimo disegnatore, i contorni tra realtà e fantasia, riuscendo a farlo così bene che il lettore ci si immerge dentro senza chiedersi più dove sia l’una e dove l’altra, ma percependo con certezza che davvero nella vita tutto sia possibile, anche il massimo dell’improbabile che Marquez narra.
Disegna. Pittura. Sono dei quadri, questi. In cui viene descritto il sunto della vita di tutti. La vita, la morte, la passione, l’ironia, la malinconia, il dolore, i pregiudizi, la fede incrollabile, l’innocenza dei bambini, il Fato, il destino, la potenza e l’imperturbabilità della Natura.

“Il sole si infilava a coltellate attraverso le persiane, ma la casa sembrava immersa in uno stagno”.

E l’amore, sempre e comunque l’amore, in mezzo a tutto questo, in mezzo alla vita, alle altezze e alle bassezze umane.

“Sotto la triste reputazione di bullo 70 che lui aveva ben sorretta dalla confluenza di due nomi illustri, lei scoprì un orfano spaventato e tenero. Arrivarono a conoscersi tanto mentre gli si rinsaldavano le ossa della mano, che lui stesso si stupì della fluidità con cui sopraggiunse l’amore quando lei lo portò nel suo letto di signorina in un pomeriggio di piogge in cui erano rimasti soli in casa. Tutti i giorni a quell’ora, per quasi due settimane, ruzzarono nudi sotto lo sguardo attonito dei ritratti di guerrieri civili e nonne insaziabili che li avevano preceduti nel paradiso di quel letto storico. Anche nelle pause dell’amore rimanevano nudi con le finestre aperte a respirare la brezza di relitti di barche della baia, il suo odore di merda, e ad ascoltare nel silenzio del sassofono i rumori quotidiani del cortile, la nota unica del rospo sotto i banani, la goccia d’acqua sulla tomba di nessuno, i passi naturali della vita che prima non avevano avuto il tempo di conoscere.”

L’esistenza di tanti personaggi a volte speciali, singolari, ma spesso assolutamente nella norma, piene di quotidianità, che però lui rende magicamente uniche.

I santi e i dannati, le donne selvagge, i fanciulli e i vecchi, i repellenti e gli affascinanti, e anche gli animali. Tutti comunque nello stesso mondo che decide per loro, perché “il mondo non è altro che un immenso giocattolo a molla con cui si inventa la vita”.

E Marquez è stato il Giocattolaio per eccellenza.
Che ti regala il sogno, che ferma il tempo, che ti fa dimenticare la grama esistenza quotidiana per tutto lo spazio che occorre a divorare le sue storie, con quei lunghissimi periodi che leggi senza mai prendere fiato e quando arriva il punto sospiri, e non sai se quel punto lo volevi davvero.

“Ho sempre creduto che ogni versione di un racconto sia migliore della precedente. Come sapere allora quale deve essere l’ultima? E’ un segreto del mestiere che non obbedisce alle leggi dell’intelligenza ma alla magia degli istinti, così come la cuoca sa quando la minestra è pronta. Comunque, per ogni evenienza, non li rileggerò, come non ho mai riletto nessuno dei miei libri per timore di pentirmi. Chi li leggerà saprà cosa farne. Per fortuna, nel caso di questi dodici racconti raminghi, finire nel cestino della cartaccia deve essere come il sollievo di tornare a casa”.

Mi piacerebbe averlo, quel tuo cestino di carta straccia, Gabo. Sapremmo sempre cosa farne, della tua carta, stanne certo.

Musica: Europa, Santana
https://www.youtube.com/watch?v=Ot6pSrKT1oc

Carlo Mars

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