Just Kids – Patti Smith #PattiSmith #JustKids

A true starving-artist story, occasionally overwrought, but always compelling. Patti Smith is cooler than everyone you will ever meet.

Che bello questo libro, che emozione meravigliosa è stata, mi spiace non sapervela descrivere ma fidatevi, era un misto di seconda colazione con gattò di patate e panini caldi, e merenda con pane burro e marmellata (spalmata da nonna eh, mica da una dietista), o un buono sconto in Feltrinelli di 200 euro, per i più prosaici (e più attenti alla linea). Felicità a mazzi, ve lo giuro. Leggetelo. L’ho cominciato ieri notte e l’ho finito stasera prima di cena, in derapata prima di apparecchiare la tavola e buttare la pasta, ero così emozionata che non potevo smettere. E’ toccante e sincero; è un quattro stelle pieno, e lo consiglio a tutti perchè è una sentita, profonda storia di amore e amicizia, arte e rock’n’roll, poesia e pittura, e buttiamoci pure New York. Non è un’autobiografia sulla carriera di Patti Smith, di per sè, non dovete essere particolarmente suoi ammiratori o conoscitori per apprezzarlo, anzi potete anche conoscerla solo di nome, può anche non piacervi tanto il punk, potete anche non aver mai sentito nominare Mapplethorpe: questo è un bellissimo, elegiaco, poetico racconto dell’amicizia di due ragazzi che passarono anni insieme studiando la propria e altrui arte, accettandosi incondizionatamente, e diventando grandi insieme. E poi famosi e iconici, ok. Ma quello viene dopo.

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Patti Smith arriva a New York a vent’anni, nell’estate del 1968, senza soldi, senza laurea, senza conoscenze, senza essere nessuno, una ragazza magrissima e allampanata con un’immaginazione mistica che cerca la propria strada nella grande città. Ha una passione profonda per l’arte e la poesia, sa scrivere, disegnare, comporre poesie, nella sua valigia ci sono più libri e pennelli che vestiti. Cerca lavoro di giorno, di notte dormendo nei parchi o sotto qualche androne; divide sulle panchine con altri vagabondi i propri miseri pasti, scarti del giorno prima di ristoranti o panetterie. Dopo qualche tempo, incontra quello che sarà il suo migliore amico, protettore, amante, ispiratore e, in definitiva, anima gemella, Robert Mapplethorpe, un bellissimo giovane, povero come lei, anch’egli disperatamente intenzionato a dedicare la propria vita all’arte. Sentendo una reciproca affinità elettiva, uniscono i loro pochi soldi, prendono insieme una stanza pulciosa, e cominciano il loro viaggio. Lei trova lavoro in una libreria, lui fa lavoretti saltuari; pagate le bollette, quel poco che rimane deve essere diviso tra cibo e oggetti per l’arte, e spesso saltano i pranzi per andare a una mostra o comprare pennelli e colori. Saccheggiano i mercatini delle pulci e di libri usati, creano dipinti, sculture, collage con tutto quello che trovano per strada e nei rifiuti, passano intere serate a dipingere, disegnare, ascoltare rock’n’roll e leggere poesie. I loro muri sono tappezzati di fotografie dei loro eroi, Dylan, Rimbaud, Blake, Baudelaire, Genet e i poeti della Beat Generation. La reciproca vicinanza spirituale e la perfetta accettazione l’uno dell’altra permette loro di creare senza invidie o esasperati criticismi, se anche un lavoro non viene capito fino in fondo, sempre è rispettato l’impulso che aveva spinto a realizzarlo.

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Questo libro è la storia di tutto questo, di come due ragazzi sconosciuti che volevano studiare e vivere d’arte, insicuri a volte del loro lavoro ma mai della strada intrapresa e del loro supporto reciproco, vissero avventure meravigliose nella New York degli anni ’70, spesso soffrendo il freddo e la fame, sempre felici della loro scelta. E’ una storia che incanta, e per questo la suggerisco a chiunque ami un bel libro, non necessariamente a un appassionato di musica: si legge per vivere una vita magnifica che non è alla nostra portata, per usare la propria immaginazione ed entrare in un mondo che non solo è a noi ormai precluso, ma che per certi versi non sembra essere mai davvero esistito. Una cosa che continuava a tornarmi in testa mentre leggevo era il racconto di una delle prime serate che hanno trascorso insieme nel loro piccolo buco imbiancato di fresco, seduti per terra su un tappeto ripulito alla meglio trovato in un cassonetto: non hanno soldi per andare a concerti o al cinema, non hanno televisione nè radio, solo un piccolo giradischi su cui suonano incessantemente i loro pochi vinili. E per passare la serata aprono i loro libri di arte usati, e guardano i dipinti fino a notte fonda. C’è qualcosa in questa semplicità che mi incanta, quel ritorno a un’epoca in cui i libri e la cultura non erano di massa, e non potevi reperirli con facilità grazie a internet (fase questa, comunque, che sono contenta si sia superata) per cui i tuoi pochi libri, cataloghi di mostre e dischi erano tutto per te, e li conoscevi a memoria, e li mostravi al tuo migliore amico o amica come se fossero i tuoi più preziosi tesori. E lo erano.

Qualsiasi cosa pensiate o non pensiate della musica di Patti Smith e dell’arte di Robert Mapplethorpe, è impossibile non gioire leggendo i primi anni delle loro vite insieme, in appartamenti senza acqua corrente o serrature, affrontando crisi creative, mediche, monetarie e sessuali. Ma anche i semplici momenti di una giornata di sole a Coney Island, di un mercatino a Brooklyn, di un vestito vittoriano comprato in un negozio di abiti usati per pochi centesimi.

La parte centrale è più movimentata, soprattutto perchè vivono per circa un anno al Chelsea Hotel, fantastico ricettacolo di arte, musica e letteratura, un’esperienza a metà tra Ai confini della realtà e Alice in Wonderland: un centinaio di stanze ognuna con dentro un piccolo universo artistico, corridoi pieni di spettri di musicisti e scrittori vivi o morti, il salotto comune arredato con arte trasandata in cui ogni centimetro raccontava una storia di passata e presente letteratura.

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 Per qualcuno, da qui in poi il libro si fa meno interessante perchè soffre di troppa esposizione alla notorietà: Patti e Robert frequentano ambienti artistici più importanti, anche se non sono ancora famosi si intrattengono con un’infinità di musicisti e letterati che vengono spesso citati solo per poche righe in un elenco a tratti eccessivo. A me è piaciuto comunque, trovo che sia uno di quei libri in cui la storia può anche essere più interessante della scrittura. E in ogni caso, se anche io avessi incontrato anche solo per 10 minuti Salvador Dalì o Jimi Hendrix, vi martellerei gli zebedei con le mie reminiscenze di quei minuti, altrocchè. Preghereste di non rimanere mai intrappolati con me in ascensore o in fila al casello, poveri voi.

La parte in cui entrambi imbroccano la strada del successo avviene all’incirca sette, otto anni dopo il primo anno a New York; Mapplethorpe trova un mecenate e amante che lo sponsorizza, Patti riesce a mettere in musica le sue poesie, dopo aver affinato il proprio look, la propria personalità introversa e i versi che scrive. E’ un capitolo abbastanza breve, sembra quasi messo per completezza perchè Just Kids deve essere la storia di loro due, ed è giusto sapere dove sono finiti i nostri due ragazzi. Perchè è il tipo di libro in cui non puoi fare a meno di pensarli un po’ come i tuoi ragazzi, li conosci davvero un po’, ci tieni.

Poi arrivano le ultime pagine, annunciate già nel prologo, quelle dell’addio, struggenti e bellissime. Patti Smith scrive di Robert in un modo così tenero e profondo che è impossibile non commuoversi, non sentire la sua perdita come nostra. Tutti dovremmo avere la fortuna di avere un amico che ci ha amato così, un amico che ci ricorda per quando eravamo giovani, incoscienti, vulnerabili, eppure così maturi nei riguardi dei nostri sogni. Forse incompleti, e mai più così sinceri come allora.

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Questo è, prima di tutto, un libro che parla di un’amicizia durata una vita. La storia di due persone che si amavano davvero, e sacrificarono tutto, casa, famiglia, comodità, sicurezza economica e desiderio di conformità, per il sogno di diventare artisti. E quello che lo rende speciale è innanzitutto che mai si ha l’impressione che diventare famosi (per lo meno, famosi nel senso odierno di essere in quanto conosciuti dalla massa) fosse una cosa che rientrava in qualche modo, nell’equazione. Tutto quello che desideravano era avere abbastanza soldi da potersi dedicare, puramente e semplicemente, alla propria arte; e di creare qualcosa di così vero e sincero da essere apprezzato, e riconosciuto, in quanto tale. Ed erano abbastanza giovani e pazzi da credere davvero di poterlo fare, e ci riuscirono.

Lorenza Inquisition

“Take their picture. I think they’re artists,” 
and he responded, “Oh go on. They’re just kids.”

 

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