“Palude” – Antonio Pennacchi #AntonioPennacchi

owlina

“Palude” di Antonio Pennacchi, come erroneamente si potrebbe credere, non si riferisce alla conformazione del territorio in cui sono ambientate le sue vicende (Latina e l’Agro pontino), ma è il nome del protagonista che vi abita e a cui è dedicato il libro.
Una serie di rocambolesche avventure che delineano il personaggio (“Palude – quando era Palude – ti alzava con una mano sola, se non ti stavi zitto. Era un armadio di un metro e novanta. Di altezza. Moro, riccio. Occhi neri. Naso imperiale. Sorriso largo. Vita stretta.”), le sue relazioni, i luoghi e l’epoca (quella fascista, che include la bonifica e la conseguente fondazione di quelli che originariamente dovevano essere solo piccoli centri rurali), con tanto di fantasma mussoliniano che vaga per il suo capolavoro ingegneristico più riuscito.

Per chi non conoscesse già l’autore, ciò che colpisce in primo luogo non è tanto la storia e gli aneddoti in essa raccontati, quanto il linguaggio: schietto e colorito, ricco di espressioni gergali, fantasiose bizzarrie e curiosi accostamenti rigorosamente scritti in prima persona. Sembra di sentir parlare direttamente Pennacchi, non solo per il contenuto ma anche per lo stile diretto e senza mediazioni. Frasi brevi che vanno al punto come le inquadrature pulite del neorealismo. Non può fare altrimenti Pennacchi, è scrittore verace o come lui stesso si definisce “uno scrittore popolare – <servo del mio popolo>, come si diceva ai tempi del Libretto rosso di Mao Tsetung – e mi piego alla voce e al volere del popolo mio. Non sono un <chierico> vassallo di chierici. Sò vassallo del mio popolo. Amen.”

Godibile lettura di impronta sfacciatamente popolare dunque, di cui non ho apprezzato lo strampalato libro terzo tantomeno gli elementi che sono successivamente convogliati in “Canale Mussolini”.

“Questo è quanto. Non resterebbe nient’altro da aggiungere. Ogni altra parola, difatti, non è che superflua. Ridondante. Io non vorrei nemmeno rimettere a verbale che – per me – tutto quanto precede non è che un cumulo di fesserie: una creazione a catena della fantasia popolare.”

Sullo sfondo, una veduta dell’Agro pontino attuale 😉

Owlina

DESCRIZIONE

da Mescalina:

Il libro racconta la storia della fondazione di Latina, dell’intreccio tra politica e retorica fascista che la caratterizzò. E Pennacchi colora la realtà con le storie delle leggende sulla palude, sull’Agro Pontino, sugli spiriti che in qualche modo continuano a vivere la città. L’arcana forze delle credenze portate dai veneti scesi ai tempi della bonifica,come la zia Antinesca, si mescola con la dissacrante versione che l’autore propone della beatificazione di Santa Maria Goretti. Su questo affresco storico e magico si sviluppano le vicende di Palude, fiero operaio e sindacalista alla ex Fulgorcavi, i suoi amici come il Federale, fedelissimo del Duce ed ex combattente divenuto sindaco di Latina. Ed in più ci sono gli spiriti. Quello di Mussolini, of course. Ma anche quelli di Cencelli, commissario governativo che mise anima e corpo nella bonifica delle paludi pontine, di Santa Maria Goretti, di Benedetto, anima fragile innamorata dell’amore e dei libri.

Il libro è un bellissimo calderone, scritto con una lingua viva, che mescola dialetto veneto ed espressioni tipiche del linguaggio parlato.

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