L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera #MilanKundera

kundera

Il libro è un romanzo in cui si muovono, nella cornice storica del comunismo post-stalinista, 4 personaggi principali: Tomas, Tereza, Sabina, Franz. Il legante è l’amore che trova i suoi fulcri in Tomas e Sabina. E’ un viaggio di comprensione tra poli opposti e vertigine. Vertigine come attrazione verso l’oblio di individui (Tomas, Tereza, Sabina) e di un popolo: quello cecoslovacco.

Personalmente credo di non aver colto il messaggio dell’autore.
L’individuo che si muove in questo eterno ritorno è leggero, perché in questa concezione subisce la storia o ci scivola sopra, ma se ne è artefice allora diventa pesante e porta il fardello della ripetizione.
E poi trovo errata, insopportabile, questa idea di ritorno, quasi una predittività scientifica, una possibilità di prendere coscienza del proprio futuro.
La storia ritorna? No, non credo; le emozioni e le categorie quelle sì. E se noi subiamo la storia tramite emozioni e sentimenti allora percepiamo questa ciclicità che ci svilisce o crea l’idillio. Ma non credo che tutta la storia passata e futura possa essere incasellabile e così compresa e determinata in categorie assolute.
Ma forse Kundera intende spronarci a vivere pienamente la vita e non prenderla con leggerezza perché altrimenti saremmo condannati inconsapevolmente alla pesantezza dell’eterno ritorno causato dall’incapacità di costruire un futuro diverso per non aver compreso il passato.

Il giudizio è positivo, se fosse diverso non lo avrei mai terminato il libro.
Le uniche parti che ho mal sopportato riguardano il ripetersi e il rimarcare i malesseri di Tereza. Per fortuna questo romanzo non è solo la storia d’amore tra Tomas, Tereza, Sabina e Franz.
Si può trovare semantica quando ci parla della “compassione” o dell’incompatibilità lessicale tra Franz e Sabina.
E’ meta-narrazione quando Milan riflette su se stesso come autore.
E’ critica politica quando ci parla delle opere di Sabina, della Grande Marcia, del Kitsch.

Victor L.

DESCRIZIONE

Protetto da un titolo enigmatico, che si imprime nella memoria come una frase musicale, questo romanzo obbedisce fedelmente al precetto di Hermann Broch: «Scoprire ciò che solo un romanzo permette di scoprire». Questa scoperta romanzesca non si limita all’evocazione di alcuni personaggi e delle loro complicate storie d’amore, anche se qui Tomáš, Teresa, Sabina, Franz esistono per noi subito, dopo pochi tocchi, con una concretezza irriducibile e quasi dolorosa. Dare vita a un personaggio significa per Kundera «andare sino in fondo a certe situazioni, a certi motivi, magari a certe parole, che sono la materia stessa di cui è fatto». Entra allora in scena un ulteriore personaggio: l’autore. Il suo volto è in ombra, al centro del quadrilatero amoroso formato dai protagonisti del romanzo: e quei quattro vertici cambiano continuamente le loro posizioni intorno a lui, allontanati e riuniti dal caso e dalle persecuzioni della storia, oscillanti fra un libertinismo freddo e quella specie di compassione che è «la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia, delle emozioni». All’interno di quel quadrilatero si intreccia una molteplicità di fili: un filo è un dettaglio fisiologico, un altro è una questione metafisica, un filo è un atroce aneddoto storico, un filo è un’immagine. Tutto è variazione, incessante esplorazione del possibile. Con diderotiana leggerezza, Kundera riesce a schiudere, dietro i singoli fatti, altrettante domande penetranti e le compone poi come voci polifoniche, fino a darci una vertigine che ci riconduce alla nostra esperienza costante e muta. Ritroviamo così certe cose che hanno invaso la nostra vita e tendono a passare innominate dalla letteratura, schiacciata dal loro peso: la trasformazione del mondo intero in una immensa «trappola», la cancellazione dell’esistenza come in quelle fotografie ritoccate dove i sovietici fanno sparire le facce dei personaggi caduti in disgrazia. Esercitato da lungo tempo a percepire nella «Grande Marcia» verso l’avvenire la più beffarda delle illusioni, Kundera ha saputo mantenere intatto il pathos di ciò che, intessuto di innumerevoli ritorni come ogni amore torturante, è pronto però ad apparire un’unica volta e a sparire, quasi non fosse mai esistito.

 

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