Thomas Williams – I capelli di Harold Roux #ThomasWilliams

«Thomas Williams era un meraviglioso, meraviglioso romanziere. Scrisse un romanzo intitolato I capelli di Harold Roux, uno dei miei libri preferiti, su uno scrittore di nome Aaron Benham. Benham dice che mettersi seduti a scrivere un libro è come trovarsi in una pianura buia con un fuocherello esile. Poi qualcuno si avvicina a quel piccolo fuocherello per scaldarsi. E poi arrivano altre persone. Sono i personaggi del tuo libro, e il fuoco è la tua ispirazione. E loro nutrono il fuoco, e il fuoco cresce, e alla fine si spegne perché il libro è arrivato alla conclusione. Per me è sempre stato così. Quando cominci è freddo, una sfida impossibile. Poi magari i personaggi iniziano a prendere un po’ di vita e la storia ha una svolta che non ti aspettavi».
Stephen King

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Questo romanzo ha vinto il prestigioso National Book Award nel 1975 ma è stato tradotto in Italia solo lo scorso anno (e comunque anche negli USA non è che sia troppo conosciuto), e mi è stato regalato da Marialuisa perchè Stephen King, nel retro copertina, lo ha definito uno dei suoi libri preferiti.

Ho faticato molto ad entrare in questa storia, anzi, in queste storie: Aaron Benham insegna letteratura inglese in un’università del New England. Ha una bella casa nei sobborghi residenziali della città, una moglie e due figli che stanno crescendo – ed è nel pieno di una crisi di mezza età. Ha preso un anno sabbatico e sta cercando di scrivere un romanzo che non riesce a scrivere, continuamente distratto dalle persone che ama e che hanno bisogno di lui e dai ricordi che continuano ad affiorargli alla mente, dalla malinconia, dai rimpianti.
Il suo romanzo, I capelli di Harold Roux, è «una semplice storia di seduzione, stupro, follia e omicidio», come lo definisce lui stesso. Più Aaron mescola passato e presente e il romanzo prende forma, più appaiono in controluce i suoi stessi anni al college, le sue inquietudini di allora, la nostalgia per un gruppo di amici…

A volte, soprattutto nella prima parte, mi è sembrato un romanzo un po’ troppo confusionario, con troppa carne al fuoco, un po’ cavilloso, ma la fatica che in certi punti bisogna affrontare nella lettura ha comunque un senso, per me. La seconda metà, invece, mi è sembrata più centrata, alternando solo la storia di Allard e quella di Aaron, senza troppe digressioni. L’autore interseca diversi racconti, e mostra uno scrittore che si confronta con vari alter ego e con numerose narrazioni, sviluppando una riflessione costante sul rapporto tra vita e scrittura, tra autore e personaggi. Senz’altro è da apprezzare la sperimentalità, ma onestamente l’ho trovato a volte prolisso.

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