Carne viva – Merritt Tierce @edizioniSUR @merritttierce

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Molto sensazionalismo a presa forte sul lettore (per dirla chiara: si scopa forte, anche se non sono scopate fini a se stesse), con l’obiettivo di agganciarti al problema di fondo: una vita devastata nell’intimo e quindi (auto)mortificata nel privato tanto quanto efficiente nel pubblico. Come dire, le convenzioni possono diventare sopruso e carneficina. Certo.
E funziona. I personaggi che ruotano attorno (e addosso, e dentro) Marie sono tesi come balestre e affilati come rasoi. La struttura non lineare, a tratti rapsodica, tiene e irrobustisce il senso di caos emotivo. Ma resta un retrogusto didascalico di fondo.

DESCRIZIONE

Marie è una ragazza poco più che ventenne che lavora come cameriera; ha cominciato in bistrot e catene per famiglie per approdare a uno dei più lussuosi locali di Dallas. Si è fatta strada per la sua scrupolosità ed efficienza in un mestiere logorante, ma nella vita privata è disordinata fino all’autolesionismo: fa sesso casuale, si droga, sa di non essere all’altezza del suo ruolo di madre (ha una bambina che vive con il padre, un bravo ragazzo che ha lasciato Marie dopo l’ennesimo tradimento). Ma nelle pagine del romanzo racconta tutto ciò con implacabile lucidità e senza un briciolo di vittimismo, rivendicando anche le esperienze più dolorose come conseguenza delle sue scelte, e affrontando il mondo a viso aperto. Ne esce un ritratto di donna indimenticabile – brutalmente realistico, potente e sensuale – con intorno una galleria di aneddoti e personaggi che restituiscono con inedita vivacità il “dietro le quinte” del mondo della ristorazione, dai lavapiatti ispanici al solitario pianista di sala, dal gestore cocainomane al maître elegantissimo che prenota i privè negli strip club ai clienti più facoltosi.

Tierce, nel suo romanzo d’esordio, racconta la solitudine e l’annientamento di Marie con un linguaggio così crudo, diretto, volgare da diventare a volte quasi insopportabile, quasi come se volesse assicurarsi che il lettore mantenga un disgustato distacco nei confronti della bruttezza priva di speranza delle scelte a cui la ragazza si è condannata. Eppure l’effetto è diverso: il linguaggio serve quasi a cauterizzare il disgusto e ad aiutare il lettore ad avvicinarsi a Marie, a chiedersi perché, a volerla tirare fuori dallo squallore di quelle notti in camere sconosciute o macchine in parcheggi abbandonati e a volerla riavvicinare a tutto quello da cui lei è scappata. Lui, la loro bambina, Ana, che Marie non chiama quasi mai per nome. Alla quale Marie evita accuratamente di pensare, usando qualsiasi sostanza o ossessione come morfina per mettere a tacere senso di colpa e dolore. Il titolo originale del romanzo di Merritt Tierce è Love me back: amami, ricambia il mio amore. Tutta la vicenda di Marie altro non è che un tentativo spasmodico di perdonarsi, di sentirsi di nuovo viva e intera, di amarsi ancora, di permettersi il lusso di amare Ana, e farsi amare da lei.

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