I segreti di Brokeback Mountain – Annie Proulx #BrokebackMountain #AnnieProulx

I segreti di Brokeback Mountain – Annie Proulx

Editore: Dalai Editore (27 settembre 2005)

Collana: Romanzi e racconti

Traduttore: M. Dèttore

“Ennis e Jack, i cani, i cavalli e i muli, un migliaio di pecore con i loro agnelli fluirono su per la pista come acqua fangosa tra i tronchi e oltrepassarono il limite degli alberi giungendo ai grandi prati fioriti sotto un vento teso, incessante.”

Racconto di neanche 100 pagine, e pure scritte in grosso, originariamente intitolato Gente del Wyoming e pubblicato per la prima volta sul The New Yorker, lo scritto è meno patinato del film di Ang Lee vincitore del Leone D’Oro alla Mostra del cinema di Venezia 2005. E’ una narrazione più cupa, sporca, dalla grana spessa, più umana e meno romantica. I due protagonisti non sono belli, nè istruiti, e neanche tanto fortunati. Non hanno grandi sogni nè visioni del futuro, e vivono in un mondo impietoso e brutale (il West degli anni Sessanta, ma la storia non cambia neanche oggi, ahimè), in un ambiente sociale conservatore e bigotto dove l’omosessualità è da condannare, deridere, sminuire. Eppure si amano, si cercano, non si dimenticano. Gli anni passano, l’attrazione rimane ma non si può ammetterla apertamente, neanche con sè stessi. La frustrazione di vite spese negando, l’inutilità di provare a fare progetti quando la vita non lo consente, il triste destino di chi si convince che essere “normali” è meglio, e se non lo si è, qualsiasi cosa significhi, è comunque meglio fingere, sempre e in ogni caso.

Non è una storia felice, è breve e amara. Eppure rimane, insieme a qualche pennellata di natura matrigna e indifferente, in poche righe l’eco lontana di una storia che la società decide che non deve esistere, così, perchè due uomini in una relazione non sono accettabili.

Una lettura breve e triste, che fa riflettere, consigliata.

Mentre discendevano il pendio Ennis ebbe la sensazione di trovarsi in una lunga caduta a capofitto, rallentata ma irreversibile.

Lorenza Inquisition

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Il potere del cane – Thomas Savage #ThomasSavage #NeriPozza

“Piú ignorante era la gente, e piú sentiva il bisogno di fare la ruota con le piume sul sedere.”

Traduttore: L. Corbetta
Editore: Neri Pozza
Collana: Bloom

Appena si incontrano i fratelli Burbank non possono non venire in mente altre coppie letterarie di fratelli, ho pensato a Charlie e Adam, e a Cal e Aaron de La Valle dell’Eden, ma anche ai fratelli McPheron di Kent Haruf: il Montana come la California, la California come il Colorado; valli, campi, raccolti, mandrie, animali e animali, la natura madre e matrigna, invadente e avvolgente, ma poi l’analogia finisce qui.
Il West di Thomas Savage, autore praticamente sconosciuto in Italia (e questo è un romanzo del 1967), ma che ci regala un gioiello letterario tenuto nascosto per oltre cinquant’anni. Il romanzo più bello che abbia letto quest’anno è molto particolare e spietato, ambientato nel Montana degli anni Venti.
Non c’è solo l’Ovest delle praterie gelate o, al disgelo, profumate intensamente di artemisia, non ci sono solo i territori che un tempo furono dei nativi oggi confinati nelle riserve, o i due fratelli quarantenni cresciuti fino allora (il racconto inizia nel 1924) quasi in simbiosi e complementari l’uno all’altro; c’è anche il solco che la natura, quella umana, traccia quando un cambiamento, un elemento esterno – di rottura – arriva a dividere e a disallineare equilibri che sembravano fissi e immutabili. C’è soprattutto un modo differente di guardare al futuro e di pensare alla propria vita: il modo di Phil – altero, macho, sicuro di sé, sprezzante, prepotente, collerico, colto – e il modo di George – sensibile, impacciato, lento, taciturno, rozzo, però capace, dopo quarant’anni di vita a due, di innamorarsi, e di tradire, agli occhi del fratello, il loro patto di sangue. Il vulnus sarà una donna carina e insicura che girerà per casa, con un figlio strano, solitario, intelligente e maledettamente effeminato.
Sotto il machismo imperante tra gli uomini che lavorano al ranch e nel rude approccio alla vita di Phil (Si usavano i guanti per rendere le bestie al lazo… per marchiare, per cavalcare. Tutti li usavano tranne Phil. Lui non si curava di vesciche, tagli o schegge e disprezzava quelli che usavano i guanti… le sue mani erano ruvide forti e ossute), nelle sue mani sporche si nasconde un’omosessualità negata che diventa feroce omofobia.

Ma Phil sapeva, Dio sa se lo sapeva, cosa significa essere un paria, e aveva odiato il mondo prima che il mondo odiasse lui.

Su tutto aleggia, ricordata in continuo da Phil, la figura mitica di Bronco Henry, il migliore dei mandriani, ma anche quello che vedeva quello che vedeva Phil nel profilo della montagna di fronte, il profilo del cane. Sempre più Bronco diventa il compagno perduto e nostalgicamente, direi teneramente evocato.
È una storia d’amore, quindi, ma anche di odio, di frontiera, di virilità, di onore, di pregiudizio. E di orgoglio, viene quasi naturale aggiungere, un orgoglio che impedisce a Phil di guardare dentro a se stesso con onestà, a George a comprendere da dove arriverà il pericolo.
Ma oltre alla storia, che si rivela man mano che ci si inoltra fra le pagine, e la vicenda, più complessa di quello che potrebbe apparire (poco facilmente etichettabile, tanto è bene architettata e congegnata), o alla fine rapida e inaspettata, a colpire è lo stile di Savage: asciutto, duro, ma capace al tempo stesso di uno scavo psicologico profondo con poche pennellate.
Pregevole la postfazione di Annie Proulx che permette al lettore di costruire analogie tra la vicenda autobiografica di Savage e la potenza creativa del romanzo: “Una cosa è avere in dotazione questo straordinario materiale grezzo, un’altra riuscire a cucirne insieme i pezzi e ricavarne una storia avvincente, classica, capace di fissare per sempre un luogo e un evento nell’immaginazione del lettore”.

«Libera l’anima mia dalla spada e il mio amore dal potere del cane» [Salmo21]

Pia Drovandi