La vedova Van Gogh – Camilo Sanchez #camilosanchez #recensione

La vedova Van Gogh – Camilo Sánchez

Traduttore:F. Conte
Collana:Gli alianti
“Un angolo di giardino coperto di arbusti in cerchio e sul fondo
un salice piangente e ciocche di alloro rosa
erba appena tagliata e un filo di fieno che secca nel sole
un piccolo angolo di cielo là in alto.”
Così scrive Van Gogh, prima di annunciare la sua intenzione di mettersi a rileggere tutto Balzac.
Libro interessante e poetico, originale nello stile, che narra l’incredibile storia di come l’umanità debba a una semplice donna intelligente la diffusione e preservazione delle principali opere di Vincent Van Gogh.
Camilo Sanchez, giornalista e poeta argentino, scopre quasi per caso questa vicenda, e la racconta in un libro che è parte diario, parte narrazione, parte estratti di lettere personali di Van Gogh. La scrittura è pacata, non troppo scorrevole per il cambio di tono tra storia e riflessioni personali, ma proprio l’alternanza di queste voci amplifica la realtà storica nella verità poetica con un risultato affascinante.
La vedova si svolge in un arco temporale di pochi anni, e si apre con la morte di Vincent Van Gogh, suicida, finanziariamente rovinato, disprezzato e respinto per tutta la vita da mercanti e critici di arte. Lascia una marea di tele (più di seicento) e disegni al fratello minore Theo, cui è unito da anni in un legame morboso, tanto che questi non si riprende mai dal lutto e cade in depressione, morendo di inedia e complicazioni per una sifilide mal curata appena sei mesi dopo. Theo è sposato, con un bambino di un anno, chiamato Vincent; e la moglie, ben presto giovane vedova, Johanna, è quella che avrà un ruolo fondamentale nell’accrescimento della fama e della reputazione del cognato.
« Ho fatto, sempre come decorazione, un quadro della mia camera da letto, con i mobili in legno bianco, come sapete. Ebbene, mi ha molto divertito fare questo interno senza niente, di una semplicità alla Seurat; a tinte piatte, ma date grossolanamente senza sciogliere il colore; i muri lilla pallido; il pavimento di un rosso qua e là rotto e sfumato; le sedie e il letto giallo cromo; i guanciali e le lenzuola verde limone molto pallido; la coperta rosso sangue, il tavolo da toilette arancione; la catinella blu; la finestra verde. Avrei voluto esprimere il riposo assoluto attraverso tutti questi toni così diversi e tra i quali non vi è che una piccola nota di bianco nello specchio incorniciato di nero, per mettere anche là dentro la quarta coppia di complementari»
Johanna all’inizio crede fino a un certo punto nel talento del defunto pittore; prima di tutto si dedica con impegno a ricostruirsi una vita, e ad allevare il figlio Vincent, tornando a vivere in Olanda e lasciando in Francia, in una casa di Pigalle, tutte le opere del cognato. Lavora duramente, apre una locanda in campagna, e nel frattempo legge, si immerge nell’immensa corrispondenza epistolare avvenuta tra i due fratelli, una marea di lettere in cui l’artista spiega, spesso in passaggi di pura poesia, la sua concezione artistica. Johanna annota le parole, sottolinea passaggi, comincia a selezionare ed editare le lettere: Van Gogh è un poeta, ancora prima che un pittore, e le sue riflessioni artistiche e i suoi pensieri sulle proprie  e altrui opere gettano nuova luce sulla sua produzione. Lettere e quadri insieme vanno a formare un manifesto artistico, e Johanna finalmente vede quello che il cognato le mostra con le proprie parole a volte sbrigative e nervose: che il suo era davvero un genio non compreso, e va promosso al mondo.
“Ha dipinto il campo di grano più intenso della terra, con dei corvi che bucavano il cielo col becco, come un presagio, e poi si è sparato un colpo al cuore.”
Johanna risparmia, è seriamente decisa a fare di tutto per organizzare mostre delle opere di Van Gogh, che ormai ha imparato a conoscere e amare nei dettagli. Dalla vecchia casa di Pigalle seleziona 300 tele delle 600 originali; per questione di soldi e spazio non riuscirà mai a far arrivare le altre, che col tempo andranno perdute, comprate da rigattieri parigini per due soldi o scomparse misteriosamente prima che il pittore diventasse davvero famoso.
A proprie spese fa incorniciare quelle che ha scelto, attaccandone molte ai muri della propria casa/locanda: “Oggi ho appeso molte tele a Villa Helma. Questo è stato il primo gesto, svelare i quadri al mondo.”
Poi, a poco a poco, senza risultati soddisfacenti all’inizio, comincia a organizzare piccole mostre commemorative, vendendo per finanziarsi solo gli schizzi e i disegni meno importanti perchè sa che le grandi tele, quelle più belle, quelle che ornano le sua stanza da letto in un tripudio di girasoli e notti stellate, quelle, per volontà di Vincent Van Gogh, dovranno andare nelle sale di musei.
“Scrivo circondata dalla vertigine dei colori. Frutteti in fiore, in camera da letto; in sala da pranzo, sopra il camino, davanti ai miei occhi proprio adesso, i mangiatori di patate; nel piccolo soggiorno, il grandioso paesaggio di Arles e la notte stellata che sovrasta il Rodano.”
Non trova subito fortuna, anzi, solo pochissimi amici e appena due critici d’arte la incoraggiano, perchè capiscono come Van Gogh, al pari di Gauguin e Toulouse-Lautrec, nel 1890 dipingeva come fosse già stato nel Ventesimo secolo. Ma Johanna non si perde d’animo, e dopo poco più di un anno di sacrifici arriva a una svolta. “Come Van Gogh, lavoro per l’infinito – si lusinga. Comincia a sentire che cammina, adesso, per la prima volta, sopra a una specie di eredità.”
Le commissionano una grande mostra, una selezione di settantacinque quadri, ventiquattro disegni e quindici lettere private del pittore al fratello. Sceglie (tra più di seicento missive che sa ormai a memoria) le più rappresentative, le lettere sullo stesso piano dei quadri nella mostra, a prestare loro il linguaggio di cui le tele hanno ancora bisogno per camminare sulle proprie gambe.
Il libro si chiude qui, con Johanna che non sa esattamente cosa le riserverà il futuro, nè soprattutto quando il talento del cognato troverà il giusto riconoscimento. E’ ottimista, ha lavorato tanto, è comunque contenta del lavoro fatto. E’ tempo di vivere, guardare suo figlio crescere, cercare forse un nuovo amore. Il cognato morto, con i suoi blu cobalto e i gialli accesi dei campi di grano maturo e dei girasoli contro il mondo, può riposare ancora per un poco, il mondo arriverà anche a lui prima o poi, ne è certa.
E’ una bella storia, di note positive, realtà dura, e tanta, tanta arte, così tanta da riempire cieli infiniti di un blu cobalto impossibile.
Nella distanza infinita di un crepuscolo, un sentiero di terra nera circondato da brughiera selvaggia, e un cielo così lilla che non tollera alcuna analisi.
Lorenza Inquisition

La luna e sei soldi – William Somerset Maugham #recensione

“La civilizzazione è ciò che mi disgusta”

Paul Gauguin

La luna e sei soldi W. Somerset Maugham
Traduttore: F. Salvatorelli
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Anno edizione:2013

La luna e sei soldi è un libro ambientato in un lungo periodo di anni a cavallo tra fine Ottocento e primo ventennio del Novecento, e racconta la storia della vita di un pittore, un genio indiscusso del post impressionismo che, come spesso accade ai veri precursori di discipline artistiche, non viene riconosciuto come talentuoso nella propria epoca, ma solo anni dopo la sua morte. La narrazione parte da quando il protagonista, Strickland, alla bella età di quaranta anni, nel momento in cui il resto dei suoi coetanei (ai tempi) si adagiava nei piaceri di un lavoro quasi finito con la propria vita, abbandona improvvisamente e senza ritorno un prestigioso posto nella City, la moglie con cui è spostato da più di sedici anni, e due figli in età ancora scolare, per andare a vivere a Parigi e imparare a dipingere. La sua decisione è irrevocabile, e nulla lo distoglie dal suo scopo negli anni a venire: non altre donne, non la mancanza di agi o perfino di cose basilari come cibo, vestiti, una casa; non i rifiuti che colleziona da mercanti di arte; tutto il resto della sua esistenza sarà dedito alla creazione artistica, ogni umile lavoro che egli intraprenderà, ogni prestito che chiederà ad amici e conoscenti saranno solo oneri tesi alla necessità di comprare i colori e le tele. E di niente altro gli importerà mai più.

Tutto questo ci viene narrato da un biografo non ufficiale, uno scrittore, amico di famiglia della moglie, che dopo aver conosciuto Strickland a Londra nel suo momento di “normalità” e conformismo, per un caso fortuito incrocia in futuro due dei soggiorni principali del pittore alla ricerca della propria arte: qualche anno a Parigi e poi Tahiti.

Da queste premesse, è ovvio intuire che il pittore qui descritto è una versione romanzata, parecchio romanzata a dire il vero, di Paul Gauguin, anch’egli uomo d’affari per la prima metà della propria vita, che finirà a dipingere nei Mari del Sud lontano dalla famiglia e dal proprio passato. I punti di contatto con la vera vicenda di Gauguin non sono poi molti, in realtà, ma questa è letteratura, non cronaca. La luna e sei soldi non è una biografia, è solo una storia basata su una vita che ha ispirato Somerset Maugham. I temi di cui parla questo libro sono essenzialmente tre: il significato di creare arte, il vero valore dell’avere successo, e l’impossibilità di capire davvero le reali motivazioni che muovono le vite umane.

“Perchè pensare che la bellezza, la cosa più preziosa del mondo, se ne stia come un sasso sulla spiaggia, a farsi raccogliere per ozio dal primo sbadato passante? La bellezza è qualcosa di strano e meraviglioso che l’artista plasma dal caos del mondo nel tormento della propria anima. E quando l’ha creata, non a tutti è dato comprenderla. Per riconoscerla devi ripetere l’avventura dell’artista.E’ una melodia qquella che lui ti canta, e per ri-udirla in cuor tuo ti occorrono esperienza, sensibilità e immaginazione.”

Strickland e tutta la sua vicenda sono di base la storia (penso anche riferita da Somerset Maugham a sè stesso) di quello che un vero artista deve fare per creare, perchè non può fare altrimenti. Per lui tutte le cose che costituiscono la base delle vite del resto dell’umanità (famiglia e legami affettivi, soldi, beni materiali, lavoro, persino il potere – o la fama) sono secondarie alla propria necessità di esplorare la visione artistica. Strickland in seguito alla propria decisione abbandona tutto quello che ha conosciuto fino ad allora (agi, comodità materiali, affetti) per fare ciò che alla fine capisce sia l’unica cosa davvero vitale per la propria esistenza. Ma questo non giunge con un costo solo per lui stesso: molte persone saranno influenzate in modo distruttivo dalle sue scelte, i figli e la moglie per primi, ma poi a seguire altre donne con cui avrà qualche relazione, altri artisti che proveranno ad aiutarlo e che lui sfrutterà senza pietà, inseguendo una luce che solo lui vede e che lo consolerà fino alla morte.

E’ impossibile apprezzare Strickland come personaggio, o anche come persona,  umanamente così scadente, ostico, antipatico, un sociopatico irritante che pensa solo a quello che deve fare, incurante di quello che sarebbe invece giusto o onorevole. Ed è anche impossibile capirlo, in fondo: Strickland è un privilegiato, uno che gli dèi hanno scelto, uno su milioni di esseri umani. Ma quando gli dèi scelgono, condannano: e Strickland è un solitario incompreso, costretto ad atti di inumanità dal volere tirannico della propria dea artistica. Il resto di noi mortali vaga nel conformismo, nella morale comune, nelle regole forse ipocrite che ci siamo imposti per la riuscita del vivere civile.

“Mirava a qualcosa, a cosa non sapevo, e forse non lo sapeva nemmeno lui; e di nuovo, ebbi, più forte, l’impressione di un uomo posseduto. Pensai che non volesse mettere in mostra i suoi quadri perchè in fondo non gli interessavano. Viveva in un sogno, e la realtà per lui non significava nulla. Avevo la sensazione che lavorasse a una tela con tutto l’impeto della sua violenta personalità, dimentico di ogni cosa nello sforzo di ottenere ciò che vedeva con gli occhi della mente; e poi, quando aveva finito forse non il quadro ma la passione che lo infiammava, non se ne curasse più. Non era mai contento di ciò che aveva fatto; gli sembrava senza importanza rispetto alla visione che gli ossessionava la mente.”

Al tempo stesso, introducendo nel romanzo storie di vite e incontri di altre persone con Strickland, l’autore solleva una questione più marginale ma non meno importante: visto che Strickland dedica la sua esistenza a una visione di bellezza inspiegabile e superiore, il principio sul quale noi altri allineiamo le nostre comuni vite ha senso? è logico, è importante davvero? Abbiamo deciso di vivere in un contesto mondano che dà importanza al successo, al potere, ai soldi; e chi decide cosa è il vero successo personale è appunto la società, sono i nostri simili, quasi mai noi stessi. In questo senso Strickland non conta, perchè si toglie dalla gara concorrendo a parte nella sua ricerca del divino scavando nel profano; vincono in queste storie alcune altre figure, un mercante che ha rinunciato alla vita nella società bene europea, diventando piantatore ai tropici e contando i suoi successi nell’amore della moglie e dei figli che lo hanno aiutato; e un dottore che ha rinunciato alla carriera per contentarsi di vivere da povero ma felice dei frutti del proprio lavoro tra gli umili.

“Fare ciò che più si desidera, vivere nelle condizioni che più danno piacere, in pace con sé stessi, è rovinarsi la vita? Il vero successo è essere un medico eminente con diecimila sterline all’anno e una bella moglie? Dipende, suppongo, dal senso che si dà alla vita”.

Somerset Maugham è un grande scrittore, sempre all’altezza, non si può smettere di leggere nemmeno quando racconta persone e vicende poco piacevoli nel suo caratteristico tono un po’ distaccato. E’ strano come riesca a generare empatia anche solo dissezionando vite e sentimenti, forse senza sentimento ma non crudelmente. E’ un libro piuttosto breve, e la parte centrale, quella del soggiorno parigino, è forse la meno riuscita, un poco noiosa perchè presenti alcuni clichè tipici di storie del  mondo bohèmien. Invece tutta la seconda parte sulla vita nell’isola tropicale, con incantevoli descrizioni delle sensazioni che comunica la natura dei Mari del Sud, lo spirito che pervade i viaggiatori tra suoni, profumi e colori, è spettacolare e davvero lirica. E davvero di infinita bellezza è la conclusione cui giunge l’artista nella propria ricerca, arrivando a creare un attimo di infinito su una parete sbilenca di una baracca nei tropici.

“Era una notte così bella che l’anima sembrava incapace di sopportare la prigione del corpo. La sentivi pronta a volare via nell’aria immateriale, e la morte aveva l’aspetto di un’amica dolcissima”.

La luna e sei soldi è un gran bel romanzo, intelligente, intenso e particolare, molto poco banale. Un classico che racconta storie mai dimenticate, che ti fa innamorare di parole come arte e letteratura, colori e bellezza, che vi introdurrà splendidamente al talento di Somerset Maugham se non lo conoscete ancora, o che vi confermerà ciò che già sapete: “Se guardi a terra in cerca di una moneta da sei pence, non puoi guardare in alto, e così non vedi la luna”.

Lorenza Inquisition