La lettera – William Somerset Maugham

Traduttore: F. Salvatorelli

“Mr Joyce non aveva fatto i conti con la piccola incrinatura della voce di Leslie, che l’abituale ritegno di lei rendeva intollerabilmente toccante.
Lo guardava con occhi umili e l’avvocato pensò che se respingeva il loro appello, quegli occhi lo avrebbero perseguitato per il resto dei suoi giorni.”

Maugham non mi delude mai, ha un ritmo impeccabile e tira fuori colpi di scena perfetti, un racconto che si legge d’un fiato, davvero avvincente.

La lettera è uno dei sei racconti pubblicati da Maugham nel 1926 nella raccolta The Casuarina Tree, che vede protagonisti inglesi residenti in Malesia o nel Borneo, all’epoca colonie britanniche. I colonizzatori, nell’ambiente tropicale, perdevano il severo autocontrollo so british, mentre le loro passioni precipitavano facilmente nel furore. La vicenda de La lettera sarebbe stata ispirata da un fatto realmente accaduto nel 1911: la moglie di un preside di una scuola superiore di Kuala Lumpur fu condannata per l’omicidio di un amico di famiglia, ma graziata poco tempo dopo.
L’ambientazione in questo racconto è nella colonia britannica di Singapore, dove anche gli inglesi, sebbene colonizzatori, devono sottostare alle regole dei colonizzati.
Un marito un po’ tonto, grande lavoratore nel gestire le piantagioni, la moglie Leslie meno femme fatale ma perfetta acqua cheta (che si sa, le acque chete…) e un avvocato che ha troppa esperienza per farsi fregare dalle apparenze. La vicenda, che ha scosso i residenti della zona, vede protagonista Leslie di un brutto fatto di cronaca nera: a suo dire, per difendersi da uno stupro, si vede costretta ad ammazzare il suo aggressore. Non tutto quadra però e qualcuno ha in mano una lettera che svelerà retroscena più torbidi delle apparenze.
Maugham adattò questo scritto per il teatro e successivamente anche per il cinema, quando sceneggiò Ombre Malesi di William Wyler, film che ricevette 6 candidature agli Oscar fra cui quella per la miglior attrice, che altri non poteva essere che Bette Davis.

Raffaella Giatti

Risvolto

Né il marito, membro influente della colonia britannica di Singapore, né tanto meno l’avvocato pensano che sarà arduo far assolvere l’irreprensibile Leslie Crosbie dall’accusa di omicidio: lei si è solo difesa da un tentativo di stupro. Ma qualcosa non quadra, e un temibile teste ha in mano una prova che potrebbe esserle fatale.
Da questo racconto di sottile crudeltà (che lo stesso Maugham adattò per il teatro) è stato tratto nel 1940 lo splendido Ombre malesi di William Wyler, con Bette Davis e Herbert Marshall.

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La luna e sei soldi – William Somerset Maugham #recensione

“La civilizzazione è ciò che mi disgusta”

Paul Gauguin

La luna e sei soldi W. Somerset Maugham
Traduttore: F. Salvatorelli
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Anno edizione:2013

La luna e sei soldi è un libro ambientato in un lungo periodo di anni a cavallo tra fine Ottocento e primo ventennio del Novecento, e racconta la storia della vita di un pittore, un genio indiscusso del post impressionismo che, come spesso accade ai veri precursori di discipline artistiche, non viene riconosciuto come talentuoso nella propria epoca, ma solo anni dopo la sua morte. La narrazione parte da quando il protagonista, Strickland, alla bella età di quaranta anni, nel momento in cui il resto dei suoi coetanei (ai tempi) si adagiava nei piaceri di un lavoro quasi finito con la propria vita, abbandona improvvisamente e senza ritorno un prestigioso posto nella City, la moglie con cui è spostato da più di sedici anni, e due figli in età ancora scolare, per andare a vivere a Parigi e imparare a dipingere. La sua decisione è irrevocabile, e nulla lo distoglie dal suo scopo negli anni a venire: non altre donne, non la mancanza di agi o perfino di cose basilari come cibo, vestiti, una casa; non i rifiuti che colleziona da mercanti di arte; tutto il resto della sua esistenza sarà dedito alla creazione artistica, ogni umile lavoro che egli intraprenderà, ogni prestito che chiederà ad amici e conoscenti saranno solo oneri tesi alla necessità di comprare i colori e le tele. E di niente altro gli importerà mai più.

Tutto questo ci viene narrato da un biografo non ufficiale, uno scrittore, amico di famiglia della moglie, che dopo aver conosciuto Strickland a Londra nel suo momento di “normalità” e conformismo, per un caso fortuito incrocia in futuro due dei soggiorni principali del pittore alla ricerca della propria arte: qualche anno a Parigi e poi Tahiti.

Da queste premesse, è ovvio intuire che il pittore qui descritto è una versione romanzata, parecchio romanzata a dire il vero, di Paul Gauguin, anch’egli uomo d’affari per la prima metà della propria vita, che finirà a dipingere nei Mari del Sud lontano dalla famiglia e dal proprio passato. I punti di contatto con la vera vicenda di Gauguin non sono poi molti, in realtà, ma questa è letteratura, non cronaca. La luna e sei soldi non è una biografia, è solo una storia basata su una vita che ha ispirato Somerset Maugham. I temi di cui parla questo libro sono essenzialmente tre: il significato di creare arte, il vero valore dell’avere successo, e l’impossibilità di capire davvero le reali motivazioni che muovono le vite umane.

“Perchè pensare che la bellezza, la cosa più preziosa del mondo, se ne stia come un sasso sulla spiaggia, a farsi raccogliere per ozio dal primo sbadato passante? La bellezza è qualcosa di strano e meraviglioso che l’artista plasma dal caos del mondo nel tormento della propria anima. E quando l’ha creata, non a tutti è dato comprenderla. Per riconoscerla devi ripetere l’avventura dell’artista.E’ una melodia qquella che lui ti canta, e per ri-udirla in cuor tuo ti occorrono esperienza, sensibilità e immaginazione.”

Strickland e tutta la sua vicenda sono di base la storia (penso anche riferita da Somerset Maugham a sè stesso) di quello che un vero artista deve fare per creare, perchè non può fare altrimenti. Per lui tutte le cose che costituiscono la base delle vite del resto dell’umanità (famiglia e legami affettivi, soldi, beni materiali, lavoro, persino il potere – o la fama) sono secondarie alla propria necessità di esplorare la visione artistica. Strickland in seguito alla propria decisione abbandona tutto quello che ha conosciuto fino ad allora (agi, comodità materiali, affetti) per fare ciò che alla fine capisce sia l’unica cosa davvero vitale per la propria esistenza. Ma questo non giunge con un costo solo per lui stesso: molte persone saranno influenzate in modo distruttivo dalle sue scelte, i figli e la moglie per primi, ma poi a seguire altre donne con cui avrà qualche relazione, altri artisti che proveranno ad aiutarlo e che lui sfrutterà senza pietà, inseguendo una luce che solo lui vede e che lo consolerà fino alla morte.

E’ impossibile apprezzare Strickland come personaggio, o anche come persona,  umanamente così scadente, ostico, antipatico, un sociopatico irritante che pensa solo a quello che deve fare, incurante di quello che sarebbe invece giusto o onorevole. Ed è anche impossibile capirlo, in fondo: Strickland è un privilegiato, uno che gli dèi hanno scelto, uno su milioni di esseri umani. Ma quando gli dèi scelgono, condannano: e Strickland è un solitario incompreso, costretto ad atti di inumanità dal volere tirannico della propria dea artistica. Il resto di noi mortali vaga nel conformismo, nella morale comune, nelle regole forse ipocrite che ci siamo imposti per la riuscita del vivere civile.

“Mirava a qualcosa, a cosa non sapevo, e forse non lo sapeva nemmeno lui; e di nuovo, ebbi, più forte, l’impressione di un uomo posseduto. Pensai che non volesse mettere in mostra i suoi quadri perchè in fondo non gli interessavano. Viveva in un sogno, e la realtà per lui non significava nulla. Avevo la sensazione che lavorasse a una tela con tutto l’impeto della sua violenta personalità, dimentico di ogni cosa nello sforzo di ottenere ciò che vedeva con gli occhi della mente; e poi, quando aveva finito forse non il quadro ma la passione che lo infiammava, non se ne curasse più. Non era mai contento di ciò che aveva fatto; gli sembrava senza importanza rispetto alla visione che gli ossessionava la mente.”

Al tempo stesso, introducendo nel romanzo storie di vite e incontri di altre persone con Strickland, l’autore solleva una questione più marginale ma non meno importante: visto che Strickland dedica la sua esistenza a una visione di bellezza inspiegabile e superiore, il principio sul quale noi altri allineiamo le nostre comuni vite ha senso? è logico, è importante davvero? Abbiamo deciso di vivere in un contesto mondano che dà importanza al successo, al potere, ai soldi; e chi decide cosa è il vero successo personale è appunto la società, sono i nostri simili, quasi mai noi stessi. In questo senso Strickland non conta, perchè si toglie dalla gara concorrendo a parte nella sua ricerca del divino scavando nel profano; vincono in queste storie alcune altre figure, un mercante che ha rinunciato alla vita nella società bene europea, diventando piantatore ai tropici e contando i suoi successi nell’amore della moglie e dei figli che lo hanno aiutato; e un dottore che ha rinunciato alla carriera per contentarsi di vivere da povero ma felice dei frutti del proprio lavoro tra gli umili.

“Fare ciò che più si desidera, vivere nelle condizioni che più danno piacere, in pace con sé stessi, è rovinarsi la vita? Il vero successo è essere un medico eminente con diecimila sterline all’anno e una bella moglie? Dipende, suppongo, dal senso che si dà alla vita”.

Somerset Maugham è un grande scrittore, sempre all’altezza, non si può smettere di leggere nemmeno quando racconta persone e vicende poco piacevoli nel suo caratteristico tono un po’ distaccato. E’ strano come riesca a generare empatia anche solo dissezionando vite e sentimenti, forse senza sentimento ma non crudelmente. E’ un libro piuttosto breve, e la parte centrale, quella del soggiorno parigino, è forse la meno riuscita, un poco noiosa perchè presenti alcuni clichè tipici di storie del  mondo bohèmien. Invece tutta la seconda parte sulla vita nell’isola tropicale, con incantevoli descrizioni delle sensazioni che comunica la natura dei Mari del Sud, lo spirito che pervade i viaggiatori tra suoni, profumi e colori, è spettacolare e davvero lirica. E davvero di infinita bellezza è la conclusione cui giunge l’artista nella propria ricerca, arrivando a creare un attimo di infinito su una parete sbilenca di una baracca nei tropici.

“Era una notte così bella che l’anima sembrava incapace di sopportare la prigione del corpo. La sentivi pronta a volare via nell’aria immateriale, e la morte aveva l’aspetto di un’amica dolcissima”.

La luna e sei soldi è un gran bel romanzo, intelligente, intenso e particolare, molto poco banale. Un classico che racconta storie mai dimenticate, che ti fa innamorare di parole come arte e letteratura, colori e bellezza, che vi introdurrà splendidamente al talento di Somerset Maugham se non lo conoscete ancora, o che vi confermerà ciò che già sapete: “Se guardi a terra in cerca di una moneta da sei pence, non puoi guardare in alto, e così non vedi la luna”.

Lorenza Inquisition