Notturno indiano – Antonio Tabucchi #AntonioTabucchi #India

La realtà passata è sempre meno peggio di quello che fu effettivamente: la memoria è una formidabile falsaria. Si fanno delle contaminazioni, anche non volendo.
Collana: La memoria

Buonasera a tutti. Questa piccola review non contiene spoiler.
In questi giorni di pausa semi rilassata dopo un Esame molto impegnativo, che ha richiesto tutta quanta la mia energia, fisica e mentale, mi sono intrattenuta con questo notturno gioiello di Tabucchi, insignito nel 1987 del premio Médicis Étranger per gli autori debuttanti o giudicati di notorietà non ancora pari al loro talento.
Senza nulla dire dei contenuti accenno che la storia narra di un viaggio in India, con poche tappe, alla ricerca di un amico perduto.
Il libro si apre con una nota dell’autore che immerge subito il lettore in un’atmosfera magica e surreale, definendo il racconto come un “Notturno in cui si cerca un’Ombra”. E sono proprio le ombre, le vere protagoniste.
La vita del viaggiatore narrante pulsa di notte, e i vari personaggi incontrati hanno contorni indefiniti, come se sfumassero nell’acquarello di un sogno.

Le conversazioni seguono lo stesso principio, a volte non è nemmeno chiaro di chi, o di cosa si stia parlando, e si avverte nitidimanete che è voluto e che anche questo, come tutto il resto, ha una sua allusività, che oscilla tra la mistica e l’ambiguità. Le cose non sono dette, sono accennate. Gli sguardi indicano, i suggerimenti sono da cogliere in questo sottile giallo in cui l’incastro è tra indizi che non si palesano mai completamente. Il racconto è diviso in tre parti, ciascuna definita da un luogo non chiaramente presentato, ma che si intuisce nel procedere della narrazione, e che prende forma come da uno sfondo che con le sue luci fioche, e le sue pennellate descrittive mai precise, è sempre un po’ come un acquario onirico. Incredibile come Tabucchi sia riuscito a trasmettere gli odori , la spiritualità, la miseria, l’allusività, l’ambiguità e il passo felpato dell’India usando proprio questa indefinitezza, e ogni singolo capitolo ci presenta un luogo, e una persona, che invece di svanire nella piattezza traggono un’incredibile forza vivida da queste volute di fumo, un po’ come la luce risulta ancora più chiara quando è immersa nell’oscurità. Un racconto al lume di candela, che vi consiglio di leggere se siete alla ricerca di un viaggio prima di tutto mentale.

Giulia Casini

Si fermò a guardarmi, e mi parve che nei suoi occhi passasse un lampo di nostalgia. “Ho studiato a Londra”, disse, “e poi mi sono specializzato a Zurigo”. Tirò fuori il suo astuccio di paglia e prese una sigaretta. “Una specializzazione assurda, per l’India. Sono Cardiologo, ma qui nessuno è malato di cuore, soltanto voi in Europa morite di infarto”.
“Di cosa morite voi qui?” – chiesi io.

“Di tutto ciò che non riguarda il cuore. Sifilide, tubercolosi, lebbra, tifo, setticemia, colera, meningite, pellagra, difterite ed altre cose. Ma a me piaceva studiare il cuore, mi piaceva capire quel muscolo che comanda alla nostra vita, così”.

Fece un gesto con la mano aprendo e chiudendo il pugno. “Forse credevo che vi avrei scoperto qualcosa dentro.”

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L’odore dell’India – Pier Paolo Pasolini #Pasolini

“Eravamo ormai verso la fine del nostro viaggio in India, ed eravamo mezzi dissanguati dalla pena e dalla pietà. Ogni volta che in India si saluta e si lascia qualche persona che è stata con noi per un qualche tempo, si ha l’impressione di lasciare un moribondo che sta per annegare in mezzo ai rottami di un naufragio. Non si può resistere a lungo a questa situazione: oramai tutta la strada dell’India dietro a me era seminata di naufraghi che non mi tendevano neanche la mano”.

L'ODORE DELL'INDIA
L’ODORE DELL’INDIA

Nel 1961, in compagnia di Alberto Moravia e di Elsa Morante, Pasolini si reca in India per una serie di conferenze a commemorazione di Tagore, un soggiorno che durerà sei settimane. Le emozioni e le sensazioni provate sono così intense da spingerlo a scrivere queste pagine, un diario di viaggio uscito dapprima a puntate su Il Giorno (Moravia pubblicherà a sua volta un romanzo su questo viaggio, Un’idea dell’India).

Pasolini approccia l’India da un punto di vista colto, ovviamente, ma anche  emotivo: è la prima volta che vi si reca, anche se ha già visitato altre realtà del terzo mondo, e ne rimane travolto. Non ha paura di immergersi in quella che nelle guide di solito banalmente si chiama la “vera India”: esce la sera, spesso da solo, a camminare, confrontandosi amichevolmente con le mille situazioni umane che incontra, mai sottraendosi al reale putrido e patetico di quel Paese. Si imbatte così in un’improvvisa chiacchierata con dei giovani senza dimora pronti a divorare gli avanzi di cibo gettati dal ristorante del suo albergo, nell’odore di poveri cibi e cadaveri, nei mille colori dei sari, nella solennità coloniale della Porta dell’India, nell’orrore ma anche nel fascino di certe morti sul fiume sacro, nelle centinaia di corpi dei mendicanti sporchi e vestiti di stracci che dormono per le vie della città, nelle brevi intense amicizie con ragazzini di strada che gli lasceranno il segno nel cuore. Poi torna in stanza, e scrive, riflette, approfondisce argomenti: parla di religione, borghesia, politica, cultura.

Sopra a tutto, comunque, Pasolini prova pietà e compassione; l’aspetto che sempre sottolinea è la dolcezza, il sorriso docile e a volte rassegnato dei suoi abitanti, gli occhi ridenti. Si pensa  a Pasolini come a un grande poeta della miseria, qui lo è sicuramente, nel suo approccio al diverso senza pregiudizi, con estrema naturalezza e senza morbosa curiosità. 

Scrittura eccellente, libro più che di viaggio direi di ricordi e sensazioni, con qualche pagina un poco datata: l’India di cinquantacinque anni fa non aveva le immense megalopoli di Mombay, New Dehli e Calcutta, non era una delle realtà economiche più in crescita al mondo, non era la quarta economia del mondo in termini di potere d’acquisto, tutto il futuro che la attende è per Pasolini ignoto. Fa qualche riflessione ma non esattamente centrata, però questo non disturba, per me. Soprattutto questo libro rimane attuale per la sensibilità poetica e sociale con cui riesce a raccontare l’infinita variegata umanità di quel Paese.

Lorenza Inquisition