Il movimento dei sogni – Eleonora Calesini / Debora Grossi #EleonoraCalesini #LAquila #DeboraGrossi #FandangoLibri

Un romanzo autobiografico che, a dieci anni dal terribile terremoto che ha sconvolto il capoluogo abruzzese, ci riporta indietro nel tempo con una scrittura lucida e delicata, un’elaborazione del lutto vitale, fresca, che racconta come si possa tornare alla luce dopo aver visto il nero tutto intorno.

Il movimento dei sogni -Eleonora Calesini, Debora Grossi

Ieri ho ascoltato le autrici alla presentazione ufficiale del libro e sono tornata a casa con il volume che mi bruciava tra le mani. Stamattina, contro il buon senso che mi avrebbe imposto di fare altro, l’ho cominciato – solo un capitolo, dai – e l’ho appena finito.
Ci sono molti momenti in cui il libro ti frega – sembra un romanzo, e invece è la vita. Sale l’angoscia, scoppia la tragedia e la tua suspension of disbelief va in corto circuito perché quel coinvolgimento che generalmente ti porta a piangere della finzione romanzesca consapevole che l’emozione è indotta e in effetti nulla è successo, qui ti agguanta senza pietà proprio perché il racconto parla della disperazione attraverso cui sono passati i personaggi del libro, che sono persone vere.
La storia è quella di Eleonora Calesini, estratta dalle macerie della casa in cui viveva con le compagne d’università 42 ore dopo che il terremoto l’aveva ridotta in briciole.
Il racconto comincia in effetti sui colli romagnoli: Elly racconta la partenza per L’Aquila, la città dove studia all’Accademia del Cinema, dopo aver festeggiato il suo ventesimo compleanno. La settimana che si snoda da quel momento precede la data nefasta che tutti ricordiamo, quel 6 aprile di dieci anni fa, ed è una settimana da studenti, fatta di momenti di studio che si alternano a momenti di svago e costellata dai brividi di paura indotti dallo sciame sismico che aveva preceduto la scossa disastrosa nel cuore della notte. La prima parte del racconto si chiude a Lanciano, dove Eleonora e gli amici riescono a distrarsi per un pomeriggio davanti al mare, lontani dai libri e dall’irrequietudine indotta dalle scosse di terremoto intermittenti.
Nella seconda parte del libro Elly sparisce, la narrazione passa alla terza persona e il punto di vista che assume è quello delle persone che dopo il terremoto la cercano, che l’aspettano, che si mangiano le mani per non averla trascinata fuori da quella casa quando avrebbero potuto – suo padre, suo zio, il capo della squadra di Urban Search and Rescue del Veneto, sua madre, le compagne di casa assenti al momento del crollo.
Nella terza parte Eleonora, che torna a parlare in prima persona, affronta i suoi fantasmi e si riappropria dei suoi sogni, che sono quelli di una giovane videomaker capace anche di evocare emozioni con le parole.
È un libro che parla soprattutto di amicizia e di sogni e la domanda che serpeggia nella prima parte del racconto si concretizza solo nella nota di Eleonora in coda al libro: perché vennero chiuse le scuole di ogni ordine e grado ma non l’Università? Quanti studenti si sarebbero potuti salvare se fossero stati tutti indotti a tornarsene a casa? Quanti sogni avrebbero potuto realizzare se fossero stati altrove alle 3.32 di quella mattina?
E un’ultima cosa: nonostante il peso di quel che racconta, questo libro ha una leggerezza piena di grazia – non trovo altra espressione. È un percorso verso la luce, verso i colori, fuori dal silenzio senza appello.

«Sorrido a quello che ho davanti. Al futuro. Un futuro che per quarantadue ore non ho più visto, a cui per sei anni non ho voluto credere, che per duemilacentonovanta mattini non ho voluto incontrare. Sorrido al futuro, quello dei miei film preferiti, quello della lotta tra il male e il bene, quello che ferocemente mi sono ripresa, quello che crudelmente è stato strappato ad altri. Sorrido a chi questo futuro non lo vivrà. Lo vivrò due volte, con più passione. Lo sognerò più di prima. Sorrido a chi mi darà sempre la forza per affrontarlo anche nell’oscurità.»

Maria Silvia Riccio

La gloria – Vladimir Nabokov #vladimirnabokov #lagloria

Traduzione di Franca Pece
Biblioteca Adelphi

“Sulla parete luminosa sopra lo stretto lettino era appeso l’acquerello di un fitto bosco con un sentiero serpeggiante che si perdeva nelle sue profondità. Ora in uno dei libri inglesi che la madre gli leggeva, c’era la storia di un dipinto proprio come quello con il sentiero tra gli alberi, e il bambino, una bella notte, così com’era, in camicia, andò dal letto sin dentro il quadro, avventurandosi sul viottolo che si perdeva nelle profondità del bosco. Quando adolescente ripensava al passato, si chiedeva se non fosse davvero saltato dal letto dentro il quadro, e se quello non fosse stato l’inizio del viaggio, colmo di gioia e di angoscia, che era diventata la sua vita.”

Libro scelto in modo frivolo per i colori della copertina e per il titolo, tra gli scaffali della biblioteca.

Martin è un giovane che sogna, un carattere ardito, un uomo che ha guadagnato la mia simpatia da subito. Vive l’infanzia con la madre in Crimea e poi, esule dalla rivoluzione bolscevica, si trasferirà in Svizzera, a Cambridge e a Berlino.
È un giovane baldanzoso, che ama le sfide, e fino all’ultimo è alla ricerca della felicità. Non si ferma davanti a nulla, affrontando la paura e la fatica.
L’eroe de “la gloria”, tra gli espatriati russi, non è necessariamente interessato alla politica, la sua realizzazione è il tema del suo destino. Questa realizzazione è permeata, a volte, da una struggente nostalgia. La gloria è la parola russa podvig che, alla lettera, si traduce in “prodezza”. È la gloria di una magnifica avventura , di una conquista disinteressata. Non vado oltre, altrimenti è spoiler; il senso della vita, forse non è glorioso, nè diventare adulti, ma sentire la luce della vita che ci esplode dentro.

Questo libro ha passi magnifici. Mi ci sono proprio affezionata.

Gli piaceva ballare con una bionda sconosciuta, gli piaceva la conversazione vacua e casta attraverso la quale si presta ascolto da vicino a quel fenomeno vago e ammaliante che si verifica dentro di noi e dentro di lei, che durerà ancora un paio di battute musicali e poi, in mancanza di una conclusione, svanirà per sempre e finirà del tutto dimenticato. Ma fintanto che il legame fra i corpi permane, cominciando a prendere forma i contorni di una potenziale relazione amorosa, e l’abbozzo schematico comprende già tutto: l’improvviso silenzio fra due persone in una stanza illuminata fiocamente; l’uomo che con dita tremanti appoggia con cautela sul bordo di un posacenere la sigaretta appena accesa ma d’intralcio; gli occhi della donna che si chiudono lentamente come nella scena di un film; l’oscurità estatica, in cui vi è un punto luminoso, e una scintillante limousine che corre spedita nella notte piovosa e, a un tratto, una spianata bianca e l’increspatura abbacinante del mare

“ Sulla sinistra, nella lontananza misteriosa delle tenebre, scintillavano le luci adamantine di Jalta. E quando Martin si girò, vide poco lontano il nido fiammeggiante e irrequieto del fuoco, e attorno le sagome delle persone, e una mano che aggiungeva al falò un ramo. I grilli continuavano a stridere, e di quando in quando giungeva una dolce folata di ginepro che bruciava; e sopra la scura steppa subalpina, sopra il mare di seta, il cielo immenso, che inghiottiva tutto e che le stelle sfumavamo di grigio tortora, dava le vertigini, e d’un tratto Martin provò di nuovo la sensazione che aveva già conosciuto in più occasioni da bambino: un acuirsi insopportabile di tutti i sensi, un impulso magico e perentorio, la presenza di qualcosa per la quale soltanto valeva la pena vivere”

Barbara Facciotto