L’antisemitismo -Pierre-André Taguieff

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L’antisemitismo” (Pierre-André Taguieff, Raffaello Cortina, 13 euro) non è esattamente quel che si definisce una strenna, anche se, alla luce degli sconfortanti dati di lettura, è lecito chiedersi che fine faranno i libri regalati a Natale. Eppure questo piccolo saggio andrebbe fatto leggere “con le buone o con le cattive”, come dicevano un tempo ai loro piccini i genitori sanamente privi di eccessive sovrastrutture pedagogiche.

Si tratta di un libro illuminante già a partire dal titolo: l’autore contesta infatti la congruità del termine “antisemitismo” che pure usiamo comunemente, poiché “gli ebrei a causa dei numerosi meticciati, non sono “semiti” nel vecchio senso etnico del termine, e non tutti i “semiti” sono ebrei, poiché anche gli arabi erano considerati “semiti”.

Un’ignoranza sulla quale si potrebbe pure sorridere (sono infinite le cose che non conosciamo…) se non fosse la spia di una più generale rimozione del problema. La giudeofobia – questo è il termine suggerito dall’autore – è una storia infinita di odio e di metamorfosi dell’odio, tante quante nel corso dei secoli sono le accuse rivolte agli ebrei.

A questo punto le persone perbene potrebbero ringraziare della segnalazione e sensatamente andare oltre. Errore. Questo piccolo documentatissimo saggio, testimonia di cose che nel migliore dei casi non sappiamo e nel peggiore non vogliamo sapere. Ma che è tuttavia indispensabile affrontare e conoscere. Ad esempio, che la giudeofobia moderna è un prodotto costruito ad arte in Francia e in Germania nella seconda metà dell’Ottocento da autorevoli esponenti del mondo culturale e scientifico (sic) dell’epoca; che, allora come oggi, le “false notizie” venivano costruite e diffuse con arte sopraffina e finivano con l’essere credute in virtù dell’acquiescente collusione di chi – intellettuali, politici, educatori e religiosi – avrebbero potuto e dovuto opporsi bollando le ”notizie sugli ebrei” per quello che erano: oscene menzogne.

Come è finita si sa: prima si è dato fuoco ai libri, poi all’arte degenerata e alla “fisica ebraica”, per poi finalmente bruciare gli uomini. Quello che invece non si sa o peggio si fa finta di non sapere, è che la giudeofobia è l’elemento qualificante di un quartetto composto da nazionalismo, populismo, razzismo. Dove c’è antisemitismo (mi perdoni Taguieff) prima o poi il populismo fa propri i toni del nazionalismo, e questo immediatamente del razzismo. Ogni volta, in ogni paese, sempre nello stesso modo.

La storia d’Europa dell’Ottocento e del Novecento dal caso Dreyfus sino all’ultimo progrom polacco, è soprattutto la storia di questi moderni cavalieri dell’Apocalisse. Il populismo aizza il nazionalismo che vedeva ieri nell’’internazionalismo e oggi nella globalizzazione la causa di tutti i mali; il nazionalismo scatena il razzismo xenofobo e quest’ultimo accusa “l’internazionale ebraica”, i “giudaico-massoni” di ogni nequizia. Il motore è come sempre l’ignoranza, la sola malattia contagiosa per la quale non esiste vaccino: riconoscersi ignorante è già una forma suprema di conoscenza.

(Mi piace immaginare che anche Babbo Natale finalmente liberato dal secolare copyright della Coca Cola Company, sarebbe lieto di consegnare questo libro)

Giuseppe Ravera

52 libri di Paolo Tomasi #50libri #Lista2016

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Nonostante il nome del gruppo e nonostante capisca la rotondità del numero 50 il mio obiettivo è sempre stato 52 libri: uno per ogni settimana dell’anno. Relativamente all’anno solare mi è sempre sembrata una cifra più sensata. Devo dire che con una figlia neonata non è stata impresa da poco ma ho comunque portato a casa il risultato, senza nemmeno troppe scorciatoie. Non ho rispettato la lista proposta perché almeno nel tempo libero mi piace leggere quello che mi pare.
Perciò chi ne ha voglia può trovare qui sotto l’elenco dei libri che ho letto nel 2016, ovviamente in rigoroso ordine cronologico di lettura.
Devo dire che sono molto soddisfatto.

1. “Buonanotte Signor Lenin”, di Tiziano Terzani (ricco e interessante);
2. “Whole vegetale e integrale”, di Colin Campbell (se non siete pronti a rinunciare alla carne e ai formaggi è meglio che non lo leggiate);
3. “La notte”, di Elie Wiesel (libro breve ma ad altissima densità di contenuto ed emozioni);
4. “Razza di zingaro”, di Dario Fo (so che Fo ha scritto questo libro e so anche che nel 1997 ha vinto un Nobel per la letteratura: le due cose mi sembrano incompatibili) ;
5. “Sentieri sotto la neve”, di Mario Rigoni Stern;
6. “A volte ritorno”, di John Niven (libro impresentabile, pessimo, ma me l’ha regalato a Natale mia nipote tredicenne perciò per me è comunque bellissimo);
7. “Aspettando l’alba”, di Mario Rigoni Stern;
8. “Le due chiese”, di Sebastiano Vassalli;
9. “I promessi sposi”, di Alessandro Manzoni (resta ancora e sempre un po’ oltre le mie possibilità);
10. “Marco e Mattio”, di Sebastiano Vassalli;
11. “I celti in Italia”, di Venceslas Kruta e Valerio Massimo Manfredi (tante informazioni, poca meraviglia);
12. “La notte della cometa”, di Sebastiano Vassalli;
13. “Pensare l’islam”, Michel Onfray;
14. “La tomba di Alessandro”, di Valerio Massimo Manfredi;
15. “Violenza e islam”, di Adonis (per quelli del relativismo culturale…) ;
16. “Il signore delle vigne”, di Noah Gordon;
17. “Questa vita”, di Vito Mancuso” (riflessioni riflessioni riflessioni…);
18. “Il nazista ebreo”, di Georg Rauch (credevo in una storia più sorprendente);
19. “Danubio”, di Claudio Magris (per comprenderlo completamente ci vorrebbe una Laurea in letteratura germanica, ma ho comunque intuito perché molti lo definiscono un capolavoro);
20. “La fata Carabina”, di Daniel Pennac;
21. “Stella del mattino”, di Wu Ming 4 (ho incontrato l’autore, una di quelle persone che quando parla non ti guarda mai negli occhi…nonostante questo il libro merita di essere letto);
22. “Il paradiso degli orchi”, di Daniel Pennac (è il terzo libro di Pennac che leggo in vita mia: è il terzo che non mi convince);
23. “Le serate di Medan”, di Zola, Maupassant, Huysmans, Céard, Hennique, Alexis (6 racconti, tutti belli);
24. “Nelle tempeste d’acciaio”, di Ernts Jünger (un lungo diario di fatti a cui manca, secondo me, un po’ di approfondimento interiore);
25. “Il piccolo regno”, di Wu Ming 4;
26. “Kitchen”, di Banana Yoshimoto (volevo leggere tre libri della Yoshimoto ma dopo aver concluso la lettura di questo, che è considerato il suo libro più famoso, ho deciso di finirla qui);
27. “Sentiero luminoso”, di Wu Ming 2 (tantissimi spunti e altrettante polemiche);
28. “I pascoli del cielo”, di John Steinbeck;
29. “Addio alle armi”, di Ernest Hemingway;
30. “Made in Sweden”, di Anders Roslund e Stefan Thunberg;
31. “Il progetto Lazarus”, di Aleksandar Hemon; (di Hemon ho letto un libro bellissimo, uno bruttissimo e questo…di cui però alla fine non ho ben capito il significato)
32. “Navi Perdute”, di Naomi Williams (erano anni che sognavo un romanzo sul conte di La Perouse ma questo non mi ha soddisfatto come speravo);
33. “Spy story love story”, di Nicolai Lilin (troppe ingenuità);
34. “Se non ora quando”, di Primo Levi;
35. “La cripta dei cappuccini”, di Joseph Roth (una bella sorpresa);
36. “La corriera stravagante”, di John Steinbeck (capita che alcuni scrittori americani, seppur famosi, in certi libri forniscano prove assolutamente inconsistenti);
37. “Un americano tranquillo”, di Graham Greene;
38. “Viaggio al termine della notte”, di Louis Ferdinand Celine (Capolavoro stilistico! E non solo stilistico. Peccato per le bestemmie, presumo che nell’intenzione dell’autore servissero a impreziosire il libro);
39. “Novecento”, di Alessandro Baricco (ben scritto, ma quando l’ho finito mi sono chiesto “E quindi?”);
40. “Colazione da Tiffany”, di Truman Capote;
41. “Ogni cosa alla sua stagione”, di Enzo Bianchi;
42. “Il sentiero dei nidi di ragno”, di Italo Calvino (libro bellissimo, non ci avrei scommesso un rublo);
43. “La storia di Kullervo”, di John Ronald Reuel Tolkien;
44. “Nahui”, di Pino Cacucci (dell’autore non so se mi dispiaccia di più il nome o il cognome, ma i suoi libri li apprezzo come raramente mi capita con gli autori italiani);
45. “Spezzare il pane”, di Enzo Bianchi (noioso e pieno di ripetizioni);
46. “Il bar delle grandi speranze”, di John Joseph Moehringer (100 pagine in meno e sarebbe un gran libro);
47. “Teutoburgo”, di Valerio Massimo Manfredi;
48. “Sir Gawain e il cavaliere verde”, di John Ronald Reuel Tolkien;
49. “Mahahual”, di Pino Cacucci;
50. “La marcia di Radetzky”, di Joseph Roth (più pesante rispetto all’altro suo libro che ho letto quest’anno);
51. “Il buio e il miele”, di Giovanni Arpino;
52. “Rinascimento privato”, di Maria Bellonci (una visione d’insieme impressionante)