Il giardino di Elizabeth – Elizabeth Von Arnim #recensione #ElizabethVonArnim

Il giardino di ElizabethElizabeth Arnim

Traduttore: S. Terziani
Editore: Fazi
Collana: Le strade

Scrive Stefania Bertola: “Elizabeth possiede al cento per cento quella peculiare caratteristica di tante autrici britanniche: un romanticismo spinto ma non sentimentale, un ardore emotivo che si avvolge ben bene in un cinismo pungente ma affettuoso. Sono autrici in bilico tra il sorriso e la stilettata.”

Il giardino di Elizabeth (Elizabeth and Her German Garden) è un romanzo di ispirazione autobiografica della scrittrice britannica Elizabeth von Arnim, e segna il suo l’ingresso nel mondo letterario, nel 1898. E’ scritto sotto forma di un diario tenuto in prima persona da una signora inglese sposata a un nobile prussiano. Dopo cinque anni di matrimonio e la nascita di tre figlie, da lei chiamate in base al mese di nascita, Elizabeth è scontenta della grande e caotica città di Berlino e, desiderosa di solitudine, chiede al marito di trasferirsi in Pomerania, dove possiedono un’isolata tenuta familiare. Con l’approvazione del suo indulgente marito, da lei chiamato tuttavia “Uomo della collera”, Elizabeth si dedica alla ristrutturazione dell’enorme abitazione e soprattutto del giardino che la circonda.

In questo angolo di mondo si apre ai suoi sensi un paradiso di felicità, circondata da libri, bimbi, uccelli e fiori, e tutto il tempo necessario per goderseli. E’ un luogo che si riempie di vita, un giardino popolato da un’infininta varietà di colori e odori, un piccolo grande rifugio, un luogo dei sogni al riparo da un mondo che sente non appartenerle e lontano da quella vita esterna che non sente propria, che saltuariamente giunge a ricordarle la triste condizione della donna ai suoi tempi, persona inferiore nella società e assoggettata al ruolo del maschio dominatore. Mentre le stagioni si susseguono, Elizabeth ritrova se stessa, i suoi spazi, i suoi ricordi e la sua libertà: nella cura delle piante e dei fiori, nella maternità, nel trascorrere delle stagioni, nella fuga dalla distruttività dei rapporti sociali, Elizabeth sente autentica la determinazione a essere qualcosa di più di una buona moglie tedesca. La natura, come l’uomo, dev’essere libera. E, sotto le mentite e raffinate spoglie di un inno alla intensa bellezza della vegetazione, una donna più avanti del suo tempo ci parla di un modo – così moderno – di vivere il conflitto tra libertà e oppressione

Un romanzo delicatamente femminile. Chi ha (o ha nostalgia di) un giardino e conosce la paziente attesa dello sbocciare di un fiore che segue le infinite cure prodigate amerà le descrizioni del giardino di Elizabeth nelle varie stagioni.

“Abbiamo preso il tè sul prato al sole, e quando ha incominciato a farsi tardi e le bambine erano a letto, e tutti i piccoli anemoni si erano richiusi per la notte, io passeggiavo ancora sui sentieri verdi, il cuore colmo della più felice gratitudine. Rende molto umili vedersi circondati da una tale profusione di bellezza e perfezione che ci e’ elargita anonimamente, e pensare alla infinita piccineria delle nostre carità forzate… io confido che la benedizione che mi attende sempre nel mio giardino possa un po’ per volta essere più meritata, e di potere crescere in grazia, e pazienza, e allegria, proprio come i fiori felici che amo tanto”…

Anna Massimino

Lettere da Yerevan – Giorgio Macor #GiorgioMacor #NeosEdizioni #recensione

L’ odissea di una famiglia armena che nel 1946 insegue un’idea di patria, emigrando nella Yerevan sovietica. L’impatto con la terra promessa però è amaro. Le lettere tra i due fidanzati Maral e Kevork, che dopo la partenza di lei si trovano sulle sponde opposte della guerra fredda, diventano testimonianza di un sogno d’amore e di un momento poco conosciuto della diaspora armena.

Lettere da Yerevan – Giorgio Macor

Editore: Neos Edizioni Collana Le nostre storie

Gregorio Kirkan, quando ancora era bambino, aveva chiesto che cosa significasse il suo secondo nome, e gli avevano detto che corrispondeva al primo ma nella lingua del padre. Così aveva saputo che suo padre era armeno… Qualche anno dopo aveva saputo anche che Kirkan non era il nome di un nonno, ma di un non meglio precisato migliore amico del padre, quando egli ancora viveva nella sua terra natale, che non era l’Armenia… bensì il Libano.

Dall’esilio di Beirut alle stazioni intermedie di Batumi e Tbilisi in Georgia fino all’approdo agognato di Yerevan: sono le tappe che ripercorre il protagonista Gregorio sulle tracce di un mistero lasciatogli in eredità dal padre Kevork, sotto forma di una raccolta di lettere scambiate con l’innamorata Maral, sorella dell’amico fraterno Kirkan. E proprio Kirkan è il secondo nome attribuito a Gregorio da suo padre: un mistero che affonda la sua radice nella diaspora armena, generata dal genocidio perpetrato dall’impero ottomano nel 1915, che sembra trovare una tardiva e parziale ricompensa con la disponibilità offerta da Stalin ai profughi di ritrovarsi nella loro vecchia capitale Yerevan dopo la seconda guerra mondiale. Investigando sulle vicende private delle due famiglie amiche di Kevork e Kirkan che decidono in modo difforme nella risposta all’appello russo, e che sono il paradigma di tante storie simili dimenticate o sconosciute, Gregorio ricostruisce la storia di un amore incompiuto fra suo padre e Maral percorrendo a ritroso il calvario di attese deluse, speranze frustrate ma anche la grande dignità di un popolo oppresso e illuso dalla madre Russia. L’autore accompagna con affetto ed empatia i suoi protagonisti riservando a Gregorio un’ipotesi di amore simbolicamente riparatore delle fratture emotive vissute dal genitore, e con il grande merito di ricordarci il sacrificio di un popolo troppo spesso dimenticato nella sua sofferenza e che dopo la tragedia subita ad inizio ‘900 è stato ulteriormente illuso e tradito da chi si proponeva come suo salvatore.

Renato Graziano