Il vagabondo delle stelle – Jack London #JackLondon #Adelphi

Scritto nel 1915, un anno prima della sua morte, Il vagabondo delle stelle è l’ultimo romanzo di Jack London. Nonostante fosse ancora giovane, lo scrittore soffriva di gravi problemi di salute. Solo inquadrando il romanzo in questo contesto autobiografico (perchè, del resto, autobiografica è l’opera di London) è possibile comprendere il romanzo che appare profondamente differente dagli altri suoi scritti, soprattutto dal celebre “Martin Eden”.

Esso infatti è pervaso da quelle idee che oggi definiremmo New Age ma che, in fondo, appartengono, ad ogni epoca.Il protagonista della vicenda è un professore universitario finito nel braccio degli assassini di San Quentin per aver ucciso un collega in un accesso d’ira. Come un moderno sciamano, il protagonista riesce a scandagliare il suo inconscio alla ricerca dei ricordi delle sue passate esperienze compiendo un vero e proprio viaggio nel tempo. Accanto al tema della condanna del sistema penale statunitense (lo stesso London passò del tempo in prigione durante la sua giovinezza)- vi è dunque quello della sopravvivenza alla non-vita (che è il carcere) certo, ma soprattutto alla morte.

“Come avviene per qualsiasi essere vivente, anch’io sono il risultato di un processo di crescita. Non ho avuto inizio quando sono nato o, addirittura, nel momento in cui sono stato concepito. La mia crescita e il mio sviluppo sono l’esito di un numero incalcolabile di millenni. Tutte le operazioni fatte nel corso di queste e di infinite altre esistenze hanno per gradi dato forma a quell’insieme- possiamo chiamarlo anima o spirito- che è il mio io. Non capite? Io sono tutte queste vite. La materia non ricorda, lo spirito sì. Ed il mio spirito altro non è che la memoria delle mie infinite incarnazioni”.

Non una vita, dunque, singola e irripetibile ma dieci, cento, esistenze. La morte e con essa la fine di tutto: un pensiero che non doveva lasciare pace a un tipo come Jack London che, come i protagonisti dei suoi romanzi, visse una vita avventurosa. London, malato e prossimo alla fine, doveva domandarsi cosa sarebbe stato di lui dopo la morte se, davvero, le sue avventure si sarebbero arrestate in un sonno eterno. Sebbene in alcuni punti i racconti delle vite passate, che dalla metà dell’opera occupano un singolo capitolo, assomiglino quasi a una raccolta- una sorta di “Mille e una notte”- forte è il messaggio di fondo. La carne è solo un misero involucro per lo spirito. E che si creda o no alla metempsicosi, non si può non ammirare il coraggio del protagonista, la sua disciplina e una libertà interiore da prendere ad esempio.

“Non erano che schiavi (riferito ai carcerieri), mentre io ero uno spirito libero. Non ero io a essere rinchiuso in una gabbia, ma il mio corpo. E mentre la mia povera carne giaceva- senza provare sofferenza, del resto- nella piccola morte della camicia di forza, il mio dominio sul corpo era totale”.

Federica Forte

Descrizione

Il vagabondo delle stelle (titolo originale: The Star Rover) è un romanzo di Jack London pubblicato nel 1915.

Inerente all’ambientazione carceraria, il romanzo è stato influenzato sia dall’incontro con alcuni ex detenuti, conoscenti di London, sia dalle cronache, pubblicate su alcuni giornali, che descrivevano le cattive condizioni carcerarie della California, oltre che dalla vicenda di Jake Oppenheimer ed Ed Morrell. Uno dei temi del romanzo è la metempsicosi, ma l’assoluta novità rappresentata nel 1915 da questo romanzo fu l’idea di affidare la storia a un manoscritto fatto uscire clandestinamente dal carcere, scritto dal condannato a morte Darrell Standing in prima persona sino ai minuti precedenti l’impiccagione. Ma il romanzo, come scrive Jay Williams (edizione 2015 del romanzo), è una serie di racconti: “London, nove giorni prima di finire il romanzo e molto probabilmente mentre stava scrivendo (…) il capitolo 21 (un genere di storia che riassume tutte le altre), a un editor disse: “potrei dire che il racconto è del tutto diverso da qualsiasi altro che sia mai stato scritto prima al mondo, in qualsiasi lingua…Naturalmente fa parte di una serie di racconti inclusi nel romanzo” (13 marzo 1914).

Il vagabondo delle stelle – Jack London

Traduttore: Stefano Manferlotti

Editore: Adelphi

Collana: Gli Adelphi

La guerra dei Murazzi – Enrico Remmert #Murazzi #Remmert #Marsilio #Torino

Editore: Marsilio
A Torino li chiamano “I muri”: sono le sponde del Po, o meglio i locali che in questo luogo così particolare si succedevano, uno dopo l’altro, una volta preso il posto delle vecchie rimesse per imbarcazioni. Fino al 2012, anno in cui sono stati chiusi. Ma ai Murazzi nei primi anni Novanta si concentrava la movida cittadina: qui veniva attirata in sciami di migliaia di persone nel corso delle lunghe notti sabaude, che si trascinavano dietro il divertimento, lo sballo, il fumo e l’alcol, ma anche il sapore ferroso e amaro di storie di violenza e immigrazione. Quasi una guerra, La guerra dei murazzi, sotterranea e per alcuni invisibile, insabbiata. A raccontarla (con un volume pubblicato da Marsilio) è Enrico Remmert in una raccolta di racconti. Quattro sono le narrazioni che lo compongono, diversissime tra loro, sia per quanto riguarda il respiro, la lunghezza, sia per lo spettro di temi e snodi affrontati.

Ho finalmente ripreso a leggere ai miei ritmi abituali, dopo una lunga pausa dovuta ad un “momento complicato” (si dice così, no?).
A traghettarmi in salvo, un paio di mesi fa, è stato Enrico Remmert. Con il suo La guerra dei Murazzi – e il suo disquisire anche di altrui romanzi durante la presentazione alla Gang del Pensiero – mi ha fatto tornare la voglia e la volontà di leggere nonostante tutto o, forse, proprio per salvarsi da tutto il resto.
In questi due mesi ho consigliato questa raccolta di racconti (quattro, per la precisione) a chiunque, spargendo la voce urbi et orbi, e il motivo è molto semplice: questo libro è BELLO.
Vi pare poco? A me no. Certo, BELLO, nel parlare comune vuol dire tutto e niente; per me, quando si tratta di romanzi o racconti BELLO non può prescindere da due requisiti fondamentali:
1) Deve raccontare UNA STORIA. Una storia degna di questo nome, quindi non può essere solo un’insieme di considerazioni, né avere una trama nebulosa e confusa. Una storia è il racconto di una serie di eventi e delle sensazioni e trasformazioni che questi eventi provocano nei protagonisti.
Io leggo perché, per prima cosa, amo le storie. Ne ho bisogno. Un libro che non racconta una storia non ha ragione di esistere.
Qui ce ne sono quattro. Quattro storie che ti inchiodano alla pagina, quattro storie fatte di personaggi di carne, sangue, pensieri e sentimenti, di dialoghi, di luoghi, di eventi.
Quattro storie come il Dio della letteratura comanda: potranno magari non piacervi, ma ci sono.
2) Deve essere SCRITTO BENE. Il che significa che non può limitarsi ad essere scorrevole, né a fare dello stile la sua unica forza e bandiera, perdendosi nella ricerca di una “bella frase”.
Ecco: in queste pagine non troverete neppure una parola di troppo, né una di meno. Non c’è una parola che non sia stata pensata e scelta con cura: si vede, si sente. E si legge in un soffio, proprio perché la bella scrittura supporta belle storie, dense e “catturanti”.

«Mia nonna diceva che per vivere bastano tre regole, e sono tutti divieti da applicare a se stessi: non oziare, non incolpare, non lamentarti»

Detto questo, per quanto mi riguarda, ho ritrovato i miei Murazzi e li ho riguardati con una nuova consapevolezza, senza le lenti rosa della nostalgia. Ho sognato ancora una volta Cuba, e in un modo così realistico e lucido non lo avevo fatto mai. Desidero ardentemente farmi tagliare i capelli da un parrucchiere giapponese e ho compreso che la furia cieca non va mai sfidata, anche se perfino il più cattivo degli esseri viventi ha almeno una persona che ama, o rispetta.

Quando il capitano aveva mollato gli ormeggi, perché in cabina lo stavano minacciando con le armi, era stato solo perché non c’era più spazio neanche per una mela, così diceva Florian. In biblioteca, con calma, avevo poi cercato i vecchi giornali e avevo trovato le foto della Vlora che arrivava nel porto di Bari e sembrava una carcassa appena tirata su dalla profondità del mare, sembrava senza contorni, come fosse completamente ricoperta di alghe e coralli e piante marine fino ai fumaioli e alle antenne del radar, ma non erano coralli, erano uomini, ventimila uomini, una marea di disperati, assetati, affamati, non so se li potete immaginare o ve li posso descrivere, ma se la trovate sembra una foto dell’inferno.

Loretta Briscione