La grammatica della mano destra – Lorenzo Zumbo #LorenzoZumbo

Anno edizione: 2018

“Lina, questi ragazzi, leggendo, ci stanno rimettendo al mondo, ci stanno sognando. E a noi questo chiedono: di saperli immaginare. Nient’altro. Incrociare i loro sguardi significa dare forma alle rovine che andiamo diventando”.

Qualcuno di voi ricorderà che vi parlai de “Il vento contapassi” qualche anno fa, dello stesso autore, che è il mio ex professore di Letteratura del liceo. Come già dissi, gli sono molto affezionata, è un ottimo professore, di quelli che ti insegnano davvero un sacco, e bene, e che ti chiamano per nome.

Un professore di letteratura di scuola superiore indaga il suo rapporto con la scuola come entità e con i suoi studenti, attraverso riflessioni e discorsi con il collega Ivano. Esplora, inoltre, le possibili motivazioni all’origine del tremolio che ha colpito da qualche tempo la sua mano destra e che non sembra migliorare.
Ogni scuola è un labirinto, un mondo a sé, e ogni lezione è un congedo.
Un giorno dopo una lezione di letteratura, qualcosa va storto nel rituale che chiude il varco temporale che si apre quando si aprono libri e si tratta di letteratura e tutti gli animali della letteratura fuggono dalle pagine dei libri e si riversano nella classe. L’ordine viene ristabilito e gli animali riconsegnati alle pagine ma dopo un po’ l’insegnante si accorge che l’insetto Gregor Samsa è scappato, e non è più nei libri.

“La grammatica della mano destra” mi ha conquistata subito perché, da sua ex studente, ci ho trovato un concentrato di tutta la sua poetica, di tutte le sue lezioni. Non solo, ci ho ritrovato la mia scuola, perché anche se la scuola di cui si parla non ha un nome e potrebbe essere tutte le scuole, non ho potuto fare a meno di rivedere la mia, la nostra. Ma ognuno può tranquillamente vederci la propria.
Gli studenti che figurano nella storia sono sia dei personaggi con delle storie a sé, ma, a mio avviso, anche le varie personificazioni di grandi temi della Letteratura e del suo manifestarsi nel mondo. Anton rappresenta la tradizione orale e il ritorno alle origini, Daniele è la perdita e il rapporto genitore-figlio, Sara è il corpo, la carne, la madre.
Il libro parla di letteratura, di padri e di figli e di quanta letteratura si è costruita su questo rapporto, in cui possiamo annoverare il libro stesso. Gregor Samsa è un personaggio sovversivo da sempre e come tale fugge, e rifiuta di farsi trovare e incasellare, e il protagonista lo collega in un modo profondo e intimo con il padre. E questa mano destra che trema, che diventa anarchica e smette di rispondere ai comandi. La mano (nel caso del protagonista la destra) è lo strumento con cui si agisce sul mondo e lo si conosce, che ne delinea i confini e lo decifra. La grammatica della mano destra è la grammatica del mondo, della conoscenza. Che succede se questo strumento di conoscenza si ribella? Cosa vuole dirci della vita? E la letteratura è sono solo parole su carta che si insegnano o è vita, carne, mistero?
È un libro veramente intenso e ricco di temi letterari e spunti di riflessione, è poetico e dolce e in alcuni passaggi mi sono commossa.

“Se penso a mio figlio non posso che pensare a un insieme di misteri: il mistero dei suoi silenzi, il mistero delle sue rabbie, il mistero della sua insonnia. Mi scusi, professore, ma un padre non lo sa descrivere il proprio figlio. Un figlio è uno che ha il tuo stesso sangue e poi è soltanto un dolore che ti cerca.”

“Penso spesso al tuo lavoro e mi sembra che ogni insegnante si muova tra due logiche contrarie. Deve convincere che il sapere è l’unico modo di contrastare la morte. Anche se poi è consapevole che proprio quel sapere la rende necessaria. Così oscilla tra menzogna e verità.”

Selena Magni

Ogni scuola è un labirinto. Lo sa l’insegnante protagonista di questo racconto che l’attraversa come fosse l’ultimo luogo della terra. Per lui, come per Ivano, collega filosofo, ogni lezione è un congedo. A maggior ragione da quando la sua mano destra ha cominciato a tremare. Intorno si muovono i suoi studenti. Anton che conosce l’arte delle narrazioni orali, Sara che fa dell’anoressia alimento per la lettura e la scrittura, Daniele che ogni notte va a trovare la madre morta per sentirla più vicina del proprio corpo. Un giorno si riversano nella realtà di una classe, fuggendo dai libri, gli animali della letteratura.

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Electric Kool-Aid Acid Test – Tom Wolfe #TomWolfe #NewJournalism #recensione #acidtest

“Perciò i Pranksters guardano tutti Kesey. Ha la testa abbassata e dice in tono malinconico: “Noi non siamo nel viaggio di Cristo. Quello è stato fatto, e non funziona. Tu riveli il tuo scopo, e poi hai duemila anni di guerra. Sappiamo dove porta quel viaggio.” 

Electric Kool-aid acid test – Tom Wolfe
Traduttore: S. Mazzurana
Editore: Mondadori
Collana: Oscar contemporanea

Il Kool-Aid è una polverina gastronomica, disponibile in decine di diversi colori e sapori, che si mischia all’acqua per ottenere una bevanda fruttata molto gradita ai bimbi e teen-agers americani. Il gruppo di hippie le cui gesta si narrano in questo libro usava sciogliere l’LSD nelle caraffe di succhi al Kool-Aid per un trip di meditazione trascendentale collettivo e immediato.

Tom Wolfe nel 1968 era un giornalista tutto sommato ancora imberbe, che comunque scriveva già articoli per il Washington Post e il New York Herald Tribune, che si era messo in testa di sfornare un reportage su Ken Kesey, un romanziere apprezzato nel giro beat di New York, dove viveva Wolfe. Kesey era noto letterariamente per lavori come Sfida senza pauraQualcuno volò sul nido del cuculo, e socialmente perchè era un guru alla Manson (per fortuna benigno), che aveva fondato una comune hippie e che si era dato alla macchia da qualche tempo, si diceva in Messico: appena trentenne si era già messo in un mare di guai per la droga. Il fuggitivo in realtà fu arrestato poco dopo a San Francisco, e Tom Wolfe si recò quindi sulla West Coast per intervistarlo per un soggiorno di diversi mesi, e da questa esperienza nasce il libro Electric Kool-Aid Acid Test, dove Wolfe non solo cercò di raccontare cosa facevano Kesey e i suoi Pranksters, ma anche e soprattutto di ricreare la relativa atmosfera mentale o realtà soggettiva dei fatti che riferiva.

La controcultura che negli anni Sessanta dalla Beat Generation traslava in modo colorato e pacifico verso il movimento Hippie, favorì l’uso di sostanze allucinogene come l’LSD – non subito illegale, anzi inizialmente sperimentato in test di ricerca di varie facoltà di psicologia-  e la consuetudine di riunirsi in comunità per condividere valori, esperienze, sesso, droga, arte. Una delle prime e più famose in America fu proprio la comune che aveva come guida spirituale Ken Kesey: intorno a questo scrittore si riunì a poco a poco un numero considerevole di giovani sbandati e personaggi che in quel movimento avevano )o avrebbero) lasciato impronte leggendarie, da quel Neal Cassady, l’eroe Dean Moriarty di On the road di Kerouac, a Jerry Garcia e i suoi Grateful Dead, passando per Allen Ginsberg a Kerouac stesso.

La comune di Kesey, nota con il nome di “Merry Pranksters” (Felici Burloni) attraversò gli anni fra il 1962 e il 1966 abbandonandosi ad eccessi, usando gli stupefacenti per assumere consapevolezza delle proprie facoltà mentali, e scegliendo una mite e poco dogmatica ideologia che favoriva la pace, la fratellanza e la libertà personale per opporsi all’ortodossia politica e sociale. Utilizzavano arti alternative, il teatro di strada, la musica popolare ma anche le sonorità psichedeliche come parte del loro stile di vita e come modo di esprimere i propri sentimenti, le loro proteste e la loro visione del mondo e della vita. A bordo di un pulmino scolastico attrezzato all’interno con letti a castello, alcove, tendine di perline, frigo bar (per il Kool-Aid all’acido), tappeti di juta e strumenti musicali di ogni tipo, completamente ridipinto in colori sgargianti e con l’insegna “FURTHUR” (storpiatura di further, che significa più avanti, ma ammiccante anche a future, futuro) a indicare la via, abbigliati con indumenti fluorescenti, equipaggiati con decine di registratori, microfoni e cineprese per registrare tutto ciò che succedeva a loro ma anche intorno a loro, un neo-reality live on the road sul lato dei neuroni brusciati, i Merry Pranksters scorazzarono lungo un’America che si stava ancora svegliando al movimento della controcultura, che non aveva ancora iniziato seriamente le battaglie sui diritti civili e che guardava con un misto di curiosità e di timore questo gruppo di eccentrici, selvaggi, sudici, innocui fattoni. Infollementecredibili.

Un gran bagliore al centro dell’autorimessa. Vedo uno scuolabus che brilla: «arancione, verde, magenta, lavanda, blu, cloro, ogni color pastello fluorescente immaginabile in migliaia di motivi decorativi, sia grandi che piccoli, come un incrocio tra Fernand Léger e Doctor Strange che strepitano insieme e vibrano l’uno per l’altro come se qualcuno avesse dato a Hieronymus Bosch cinquanta secchi di vernice Day-Glo e uno scuolabus International Harvest del 1939 e gli avesse detto di mettersi all’opera».

Tom Wolfe ripercorre con questo libro tutta la parabola dei Merry Pranksters: dalla nascita del gruppo a seguito delle prime sperimentazioni allucinogene di Kesey, all’ingresso dei vari componenti storici, dalle traversie subite da Kesey stesso ai famosi “acid test” in cui centinaia di persone provavano insieme l’assunzione di acidi sciolti nei famosi succhi Kool-Aid, alla sperimentazione musicale di quelli che poi divennero i Grateful Dead, da un concerto dei Beatles all’avvicinamento al gruppo di motociclisti ribelli Hell’s Angels, fino alla graduale dispersione dei componenti dopo che il loro guru fu condannato a una pena detentiva di qualche anno.

Al di là dei contenuti, questo libro è poi importante per la storia del giornalismo. E’ un dettagliato report ma in forma quasi romanzata, in cui Wolfe perfezionò il rivoluzionario (per i tempi) metodo del New Journalism di cui divenne esponente importantissimo, insieme a Truman Capote, Hunter Thompson, Norman Mailer; si rese conto cioè di dover descrivere questa storia non in modo convenzionale, bensì di dover adattare la propria scrittura al testo innovativo della storia che stava raccontando, una metodologia che stravolgesse il canone principale assunto, per certo, proprio dell’inchiesta giornalistica: l’oggettività. Creò quindi una particolare commistione di generi, una fusione fra letteratura e giornalismo, e inventò un nuovo linguaggio ricalcando in qualche maniera il modo di raccontarsi dei suoi personaggi, con trovate postmoderne: si leggono pagine di versi, altre tempestate di puntini o parole dilatate, punti esclamativi, periodi di maiuscole e corsivi ossessivi. E poi tanti riferimenti letterari, Straniero in terra straniera di Robert A. Heinlein, il mistico Le guide del tramonto di Arthur C. Clarke, Herman Hesse con il Pellegrinaggio in Oriente e Hunter Thompson con il suo libro sugli Hell’s Angels, Ginsberg e Corso e Kerouac; e momenti musicali, i  Beatles e Bob Dylan e i Grateful Dead, un grande raduno pacifista a Berkeley, la New Left, il movimento studentesco, le folli corse nei quartieri della suburbia benpensante.

“La conversazione semplicemente fluisce. Tutti fanno notare i più piccoli episodi come se fossero metafore della vita stessa. L’esistenza di ciascuno diviene, a ogni attimo, più favolosa del libro più favoloso. E’ ipocrita, dannazione… ma mistico… e dopo un po’ comincia a contagiarti, come un prurito.”

Il racconto, onestamente, a volte collassa verso l’incomprensibile, altre si eleva e decolla trascinando con sé chi legge a fianco di questi pionieri di una vita alternativa alla ricerca di un’utopia tutto sommato innocua, di pace, fratellanza, comunione con la natura. Credo onestamente sia troppo lungo, almeno di un centinaio di pagine; e nonostante l’ottima traduzione attuale (uscì nel ’68 per Feltrinelli con il titolo L’Acid Test al Rinfresko Elettriko, ripubblicato e ri-tradotto nel 2013), è una scrittura interessante ma a tratti così acida da diventare impossibile da seguire nei meandri dei suoi deliri. Però, sorvolando sullo strafattume, l’ho trovato molto profondo e interessante.

Questa cronaca di Wolfe è ormai diventata storia, e pure remota. Tutto passa, si sa, in fondo anche Tom Wolfe, che da anni tende alla letteratura classica e allo stile conservatore. Rimangono i ricordi, e questo libro, testimonianza vera di un periodo quasi dimenticato nel quale i valori del comunitarismo e la sperimentazione di stili di vita che rifiutavano i paradigmi della società capitalista ebbero davvero per qualche breve attimo una utopistica, splendida possibilità di riuscita.

Consigliato per chi è interessato alla storia sociale americana, alla musica psichedelica, ai movimenti studenteschi degli anni Sessanta e alla sperimentazione di linguaggio letterario: per tutti gli altri, potrebbe essere urticante ai massimi livelli.

Ciononfollementeostante.

Lorenza Inquisition