Emilia l’elefante – Arto Paasilinnna #ArtPaasilinna #Iperborea

Recensione di parte: Paasilinna è forse il mio autore preferito. E a Natale mi concedo sempre uno dei suoi libri: per me niente racconti natalizi di Truman Capote o canti di Charles Dickens, ma surreali personaggi scandinavi e le loro strane avventure.

Durante il pranzo di Natale ho discusso di Emilia l’elefante con le mie nipoti: l’undicenne Francesca è rimasta fiabescamente affascinata dalla mia presentazione, la quattordicenne Margherita era scettica: perché mai leggere queste storie rocambolesche, al limite dell’assurdo? Risposta: per RIDERE. E non è poco!

Ma anche per deliziarsi di personaggi spontanei, di buoni sentimenti, di amore per gli animali e per la natura, di viaggi strampalati attraverso la Lapponia, di paesaggi spettacolari. Ma anche per scontrarsi con argomenti spinosi, con le incongruenze dell’animo umano, con l’aspirazione alla libertà e contemporaneamente alla sicurezza di un tetto, con una sana irriverenza, con un “naturismo politicamente scorretto” (magari l’avessi coniata io questa espressione!).

Ho amato particolarmente Emilia l’elefante: una favola ecologica che mi ha ricordato moltissimo Il migliore amico dell’orso, ne sembra quasi l’eredità. Ho apprezzato l’amore e il rispetto di natura e animali, che sono posti allo stesso livello dell’uomo: Emilia balla l’hopak, mette ordine in casa, miete il grano, prende multe per eccesso di velocità, si ubriaca e deve sottoporsi all’etilometro. Gli animali infrangono le regole della normale consuetudine, rovesciano le prospettive in una chiave mai ridicola, ma poetica e toccante.

Grandissimo Arto ❤

Emilia l’elefante – Arto Paasilinnna

Traduttore: Francesco Felici

Editore: Iperborea Collana: Narrativa

Senza un soldo a Parigi e Londra – George Orwell #recensione #GeorgeOrwell

“Il primo contatto con la miseria è un fatto curioso, ci avete pensato tanto alla miseria, l’avete temuta tutta la vita, sapete che prima o poi vi sarebbe piovuta addosso, ma in realtà, tutto è totalmente e prosaicamente diverso.
V’immaginavate che sarebbe stata terribile, ma è soltanto squallida e noiosa, gli espedienti ai quali vi costringe, le meschinità, le pitoccherie.
E poi ci sono i pasti, che rappresentano la difficoltà maggiore. Scoprirete che cosa vuol dire avere fame. Scoprirete che quando un uomo va avanti a pane e margarina, non è più un uomo, è solo un ventre con qualche organo accessorio.”

orwellSenza un soldo a Parigi e Londra è il primo libro scritto da Orwell, e racconta la sua vita di miseria in queste città. Il libro non offre soluzioni, semplicemente racconta la sua esperienza, così come l’ha vissuta: di come, dopo aver tentato di guadagnarsi da vivere facendo il giornalista a Londra, ma senza fortuna, si trasferì a Parigi, ma anche qui, la possibilità di esercitare un lavoro che gli desse da vivere sfuma, come sfuma il gruzzolo che l’aveva sostenuto i primi tempi.
Dopo aver impegnato tutto al banco dei pegni, per sostenersi accetta di fare il lavapiatti, conducendo una vita da schiavo e riducendosi all’abbruttimento totale. Qui c’è tutta una classificazione di mestieri dati agli immigrati che ricorda un po’ quella di oggi, ad esempio, gli italiani sono quasi tutti camerieri.
Finalmente gli si apre una posizione lavorativa migliore a Londra, ma, tornato in città con l’aiuto economico di un amico, scopre che il lavoro gli è stato temporaneamente sospeso. A questo punto, ripiomba nell’assoluta povertà e si ritrova a fare il vagabondo, dormendo negli ospizi e mangiando quel poco che può rimediare. Lo affiancano compagni di strada, invisibili come lui, che gli insegnano mille astuzie per sopravvivere. Fra i vagabondi incontrati ci sono anche persone notevoli, dignitose e solidali. Questo libro è quindi alla fine un saggio, un resoconto, su tutta quell’umanità quasi invisibile che si trova attorno a noi e fatta da persone senza un tetto né un lavoro, da indigenti, vagabondi ridotti alla miseria, che si trascinano sulle strade in cerca di cibo e di un rifugio quale che esso sia, per non morire di fame e di freddo, la dura e disperata battaglia giornaliera per la sopravvivenza vista dalla parte di quegli sventurati ai quali la sorte ha tolto tutto.

“… ci sono alcune cose che, campando senza soldi, ho imparato bene: non penserò mai più che tutti i vagabondi siano furfanti ubriaconi, non mi aspetterò gratitudine da un mendicante quando gli faccio l’elemosina, non mi sorprenderò se i disoccupati mancano di energia, non aderirò all’Esercito della Salvezza, non impegnerò i miei abiti, non rifiuterò un volantino, non gusterò un pranzo in un ristorante di lusso.
Questo tanto per cominciare”.

L’avventura londinese lo fa giungere alla conclusione che i vagabondi rappresentano un passivo per il paese, in quanto alimentando queste persone in maniera insufficiente e non facendoli lavorare, si vanifica un patrimonio di vita lavoro e denaro speso per il mantenimento dei numerosi ospizi.

Perché i mendicanti sono disprezzati? Io credo che dipenda semplicemente dal fatto che non riescono a guadagnare abbastanza per vivere decorosamente. In pratica a nessuno importa se un lavoro è utile o inutile, produttivo o parassitico; l’unica cosa richiesta è che sia redditizio. Quale altro significato c’è in tutte le chiacchiere moderne sull’energia, l’efficienza, l’utilità sociale e il resto, se non: «Fa’ quattrini, falli legalmente, fanne un mucchio»? Il denaro è diventato il banco di prova del valore. In questa prova i mendicanti falliscono, e per questo sono disprezzati.

Raffaella Giatti