Il figlio – Michel Rostain #IlFiglio #MichelRostain

Il figlio – Michel Rostain

Traduttore: F. Alessandri
Editore: Elliot
Collana: Scatti

Da tempo “Il figlio” era nella mia lista di libri da leggere. Diverse recensioni lette qui nel gruppo mi avevano incuriosita. Per questo, appena me lo sono visto davanti su una bancarella ad un prezzo ridicolo, mi sono affrettata a comprarlo.
Mi sono affrettata talmente tanto che non ho fatto attenzione all’autore e mi sono portata a casa Il figlio sbagliato. Non le vaste praterie e l’epopea americana di Philipp Meyer. Proprio per niente.

Michel Rostain è un regista teatrale francese, questo è il suo primo romanzo, vincitore del Premio Goncourt; in questo libro racconta della morte del suo unico figlio, stroncato a vent’anni da una meningite fulminante.
Cosa si può dire di un libro così? Quasi nulla, perché come si commenta il dolore più grande del mondo e il modo in cui lo si affronta?

La voce narrante è quella dello stesso Lion, il figlio, che vede suo padre affrontare un distacco che non può essere in alcun modo accettabile. La vita finisce, ma la paternità, o la maternità, ovviamente, no, non hanno fine, mai.
E così Rostain racconta per bocca di suo figlio la difficoltà di accettare l’inaccettabile, vaga nel tempo ricordando il passato e paventando il futuro, anche l’ingresso in un negozio non è più un gesto di routine, tutto riporta “all’ultima volta che”. Rimorsi continui, e poi cercare di realizzare le ultime volontà di chi aveva di fronte tutta la vita, cercare di interpretare pensieri che non si erano condivisi, leggere dietro le parole e poi rimproverarsi. Lion se ne va in tre giorni, o meglio in tre minuti, la malattia è fulminante, lo dice il nome, non lascia tempo. A nessuno.   Lo stile è molto teatrale, e questa non vuole assolutamente essere una critica, tutt’altro. L’autore è un regista teatrale, la sua scrittura riflette semplicemente il suo mestiere.
Il contenuto è devastante. Poetico, tenero, struggente.
Devastante.

Devo fare più attenzione!

Anna Massimino

Descrizione

Questo romanzo celebra la vita e la morte con emozione e pudore, trascinandoci nel racconto di un dolore intollerabile – quello di un genitore che perde un figlio – con riserbo, eleganza e imprevisti tocchi di leggerezza. L’autore affida alla voce benevola e a tratti ironica del figlio Lion, morto a ventuno anni di meningite fulminante, il compito di condurci attraverso le vicissitudini che hanno preceduto e seguito la sua scomparsa, permettendoci di partecipare a quanto c’è di più intimo nella vita di una famiglia diversa e uguale a tutte le altre. E tra i ricordi dell’infanzia e quelli della giovinezza incompiuta del figlio, Michel Rostain opera il miracolo che appartiene alla letteratura, la capacità di trasfigurare i sentimenti più profondi, valicando i confini dell’esperienza personale e arrivando a toccare il cuore di chi legge con un invito alla speranza: si può vivere con un dolore così. Pur essendo ateo, l’autore lascia aperti, rispettosamente, tutti gli interrogativi che circondano il mistero della morte; non cerca e non propone risposte retoriche o facilmente consolatorie ma offre al lettore una via, personalissima, per continuare ad amare la vita, nonostante tutto.
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Chiaro di donna – Romain Gary #recensione #RomainGary

Per amanti delusi (ma ancora fiduciosi).

Singhiozzava. Sapevo che non era una questione di me o di lei. Era una questione di mancanza. Solo un momento di reciproco aiuto. Avevamo bisogno d’oblio, tutti e due, di una sosta prima di rimetterci in marcia con il nostro bagaglio di miseria. Poi ci fu da attraversare il deserto, dove ogni indumento che cade spezza, allontana e brutalizza, dove gli sguardi si fuggono per evitare una nudità non soltanto dei corpi, dove il silenzio accumula le sue pietre. Due esseri allo sbando che si sostengono contro la solitudine, e la vita sta a guardare.
Una disperata tenerezza che è solo un bisogno di tenerezza.

Non avendo mai letto nulla di Romain Gary e ritrovandomi per le mani questo agile volumetto, ho iniziato a leggere “Chiaro di donna” con curiosità e ricordando vagamente un vecchio film con il carismatico Yves Montand e l’incantevole Romy Schneider. Fino a metà della breve lettura il mio umore è oscillato fra il perplesso e l’incavolato: un lui Michel e una lei Lydia si scontrano casualmente complice la portiera di un taxi aperta distrattamente. Qualche imbarazzo, lui deve partire per Caracas fuggendo da una sua compagna che lo ha lasciato inaspettatamente nonostante il legame fortissimo, e anche Lydia è in fuga dal ricordo di un marito e di una figlia persi in un incidente. Entrambi mentono o almeno non dicono tutta la verità, ma non sul fatto di essere in un abisso di solitudine. Si ritroveranno, e l’attrazione fatale di due solitudini diventerà uno sfogo sessuale; poi si lasciano ancora e intanto piovono sul lettore frasi memorabili, battute spiritose e calembour da gente colta ed istruita. Sembra tutto molto fasullo e molto letterario nel senso più deleterio, anche perché poi lui torna ancora e compare pure Sonia, la suocera impossibile di lei immersa in una sfarzosa festa che si potrebbe definire radical chic nella Parigi di esuli russi ed ebrei cui lei appartiene. Lì comincia a disvelarsi meglio la genesi di due solitudini, che non svelo per correttezza verso potenziali nuovi lettori, (se non sarete dissuasi da queste mie confuse note!) e il tentativo di Michel, poco assecondato da Lydia ovviamente, di celebrare la precedente compagna attraverso la nuova venuta per salvarne il testamento d’amore trasmesso e celebrare l’amore come l’unica religione che possa salvare la vita.

Non fare del mio ricordo un gruzzolo da conservare gelosamente. Spendimi. Dammi a un’altra. Allora sarò salva. Rimarrò donna. 

E questo credo, quasi religioso, forse è quello che va salvato del libro che ho, prima faticosamente, e poi con qualche convinzione crescente verso il finale, portato a termine, anche perché non riesco mai a non finire quello che comincio a leggere.

E’ un libriccino breve, triste, intriso di poesia e speranza, comunque mai troppo pessimista, con una certa malinconica dolcezza che alla fine non mi è dispiaciuta.
Vorrei però essere aiutato a capire da chi meglio lo conosce se questo autore viaggia sempre borderline fra melodramma patinato e tormenti esistenziali, fra personaggi letterari e sceneggiature cinematografi. Ma forse, come mi pare di ricordare, anche la sua vita è stata un bel film!

Renato Graziano