Morte di un commesso viaggiatore – Arthur Miller #arthurmiller #teatro

“Rimanere aggrappata a un sorriso o al lucido che hai sulle scarpe. E quando nessuno ti sorride più è la fine del mondo. Da quel momento cominci a sbrodolarti il vestito e addio, sei finito. Un commesso viaggiatore deve sognare. I sogni fanno parte del mestiere”.

Morte di un commesso viaggiatore Arthur Miller

Traduttore: G. Guerrieri
Editore: Einaudi

Categoria Sfida: Un libro che ti vergogni di non avere ancora letto

«Ogni tanto, per capire a che punto siamo arrivati conviene spegnere le urla dai talk show e passare una sera a teatro. Bastano pochi minuti dello spettacolo di De Capitani su Morte di un commesso viaggiatore per capire che in realtà siamo tutti diventati commessi viaggiatori, qualunque mestiere facciamo, qualunque mezzo di trasporto usiamo, l’auto o l’aereo o internet, siamo ruffianeschi e affabulanti venditori di merci e in particolare di una: noi stessi». Curzio Maltese

Forse mi vergognavo di non averlo letto perché viene spesso citato in università, al cinema, in altri libri, persino dai Simpson ed io non me ne ero mai interessato veramente, finché l’anno scorso leggendo Blonde della Oates mi sono appassionato a questa figura transitoria, quasi marginale della vita di Marylin Monroe, l’ex marito Arthur Miller, e ho finito per desiderare di leggere una delle sue opere di maggior successo: Morte di un commesso viaggiatore. Spesso rappresentato a teatro, a volte bandito come nella ex unione sovietica, altre volte inaspettatamente ben accolto come in Spagna, il testo di Miller ha avuto un seguito notevole.
È la storia degli ultimi giorni della vita di Willy Loman, raccontata attraverso i suoi occhi e quelli dei suoi figli, di sua moglie e del suo vicino di casa. Willy Loman è un rappresentante di commercio, sempre in viaggio per lavoro attraverso l’America. È un marito fedele, un venditore di successo, è molto benvoluto da uomini e donne ed è anche un bugiardo. Vive una vita irreale, convinto delle sue stesse fantasticherie pseudo perbeniste: si convince che spostarsi in viaggio per lavoro costituisca il fondamento dell’imprenditorialità americana o per lo meno di una vita invidiabile, quando in realtà detesta farlo e non guadagna abbastanza che per pagare i debiti sulla casa e gli elettrodomestici. Si convince che i suoi figli siano i veri eredi del “sogno americano”, belli, atletici e benvoluti da tutti, quando in realtà il figlio Biff, assuefatto dalle illusioni paterne trascura gli studi in nome di una più spendibile e godibile popolarità scolastica e viene bocciato in matematica, perdendo così l’occasione di diplomarsi e, negli anni a venire, di costruirsi una carriera,
come invece farà il figlio del vicino di casa, Bernard, meno popolare ma più sgamato negli studi e che per questo farà successo dopo la mancata popolarità del liceo; per non parlare dell’altro figlio Happy.
Ormai giunto al quasi traguardo della pensione, Willy Loman si troverà a scontrarsi con l’ineluttabilità dei fatti, che con gli interessi, verranno a chieder riscatto di tutti gli anni passati a bearsi di illusioni incoerenti, che lo hanno sprofondato nella miseria e nell’alienazione. Gli stessi figli saranno chiamati a fare una scelta: Biff seguirà il principio di realtà della vita adulta, accettando di essere un fallito rispetto agli standard del sogno americano, mentre Happy sembra propendere per il principio del piacere che lo porta a involvere a una condizione infantile, convinto che la felicità sia sempre dietro l’angolo e che la donna migliore sia quella che ancora non si è portato a letto e che quello che il padre non è riuscito a compiere in tutta una vita, lo riuscirà a finire lui.
Il paradosso del sogno americano è che Willy Loman vale più da morto che da vivo: per questo quando viene licenziato si uccide per fare riscuotere i soldi dell’assicurazione alla famiglia. Così alla moglie non resta che concludere sulla tomba del marito che il giorno del funerale è stato finalmente l’ultimo giorno in cui ha dovuto pagare il mutuo: Miller desidera proprio sottolineare con forza la mediocrità dell’americano tipo che cerca la fama, la ricchezza in qualche fantomatica El Dorado, in pindarici progetti sul lavoro, senza pensare neanche minimamente che una chance di essere felici anche senza fama e senza soldi c’è negli affetti familiari.
Malgrado tutto non è un testo deprimente, né didattico, né moralista perché quello che vuole rappresentare sono vari momenti della vita di quasi ogni uomo quando affronta la vita per quello che è, quando tutti gli insegnamenti che abbiamo ricevuto naufragano difronte all’imprevedibilità degli eventi.

“E ogni volta che torna la primavera, in qualunque posto mi trovi mi piglia, cosí, all’improvviso, la sensazione che non sto concludendo niente. Per Dio! Che diavolo faccio, lí tutto il giorno a cavallo, a quindici dollari la settimana! E ho trentaquattro anni, e devo pensare ai fatti miei! In quel momento, scappo, e via a casa! E quando sono a casa, eccomi qui; e che faccio adesso? Io che la mia vita me la volevo godere, ogni volta che torno qui m’accorgo che l’ho buttata via.”

Stefano Lillium

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Casa di bambola – Henrik Ibsen #HenrikIbsen

La vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda sul principio del “io ti do e tu mi dai”.

Prima di vedere uno spettacolo teatrale ne leggo, se posso, il testo, soprattutto se è una prima volta.
E così alla mia tenera età (ah ah) mi avvicino a questo lavoro, prima di recarmi al Carignano per vederne la messa in scena.
E’ la storia di Nora, una moglie frustrata e, apparentemente, innamorata di un marito affettuoso e protettivo; i due vengono colti alla vigilia di un Natale particolarmente propizio, considerata la promozione a direttore di banca di lui. Ma Nora, prima figlia di un padre non integerrimo e poi moglie di un rigoroso funzionario nasconde un piccolo segreto, avendo falsificato, con leggerezza, una firma per ottenere un prestito in denaro, peraltro necessario per curare una grave malattia del marito con un viaggio in Italia, ottenuto da un individuo un po’ losco licenziato proprio dal marito di Nora per i suoi precedenti che, naturalmente, si fa vivo con lei per ricattarla. Completano il quadro una vecchia e generosa amica di Nora e il medico Rank, amico di famiglia, molto ammalato e innamorato non dichiarato della stessa Nora.
Il fattaccio alla fine viene alla luce, e il marito si rivela per quello che è veramente, un ipocrita e ingrato compagno che antepone la propria carriera e il decoro borghese all’affetto per la moglie e all’accettazione delle sue debolezze. E quando il deus ex-machina della vicenda rappresentato dall’amica Liza che innamorata del ricattatore, lo convince a restituire la cambiale con la falsa firma, fa rinsavire il marito, pronto a vezzeggiare nuovamente la sua bella bambolina Nora, lei prende coscienza della sua ritrovata individualità e molla il marito con i tre figli.

E se nel 2017 ci ritroviamo a teatro o a rileggere questa storia senza considerarla poco attuale, nonostante tutto quello che è successo, e ovviamente mutato un po’ il contesto sociale rispetto alla fine ‘800, facciamoci qualche domanda: quanti mariti sono ancora in circolazione a considerare bamboline da vezzeggiare (o maltrattare) le proprie mogli?

Tre uomini in scena (nello spettacolo che vedrò, tutti interpretati dal poliedrico Filippo Timi , quasi a rappresentare una unica incapacità di amare in tre personaggi diversi) : un marito ipocrita, un vile ricattatore e un debole innamorato represso impotente a dichiararsi e tre donne vincenti: Nora che finalmente si ribella, Liza che ama il mascalzone e salva l’amica facendole prendere consapevolezza e la vecchia servitrice- nutrice che tutti accetta e sopporta. Donne vs. uomin, insomma, stravincono a man bassa: 3 – 0!!!

Helmer: Tu parli come una bambina; non capisci la società a cui appartieni.
Nora: No, non la capisco. Ma ora cercherò di capirla… Voglio scoprire chi ha ragione, io o la società.

Renato Graziano