Una stanza tutta per sè – Virginia Woolf #VirginiaWoolf #femminismo #letteratura

“Se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità”.

Una stanza tutta per sè – Virginia Woolf

Editore: FELTRINELLI

Collana: Universale Economica I Classici

Traduttore: Livio Bacchi Wilcock Prefazione: Marisa Bulgheroni

Scritto nel 1929 e tratto da un discorso tenuto in due diversi college femminili sul rapporto tra le donne e il romanzo, questo saggio affronta la relazione delle donne con la scrittura, della loro vita con la scrittura e della loro scrittura in quanto appartenenti al sesso femminile, ed è storicamente considerato il primo saggio moderno della letteratura femminista.
Quello che colpisce innanzitutto è la visione della Woolf, che abbraccia il passato e vede il futuro: la Storia per la Woolf deve essere letta attraverso le sue mancanze, non solo attraverso i successi, in qualsivoglia campo, e per questo decide di raccontare la storia dell’assenza, abitata dai fantasmi delle donne nella Storia. Con tono ironico tratteggia la cruda realtà, e dice semplicemente che il presupposto per cui possa accadere che una donna sia libera di dedicarsi alla letterataura è  che sia benestante, e che possieda una stanza tutta per sé. Il denaro per essere indipendente, ovvio; e la stanza per avere un luogo in cui possa creare senza essere continuamente interrotta dalle necessità familiari.
Queste sono condizioni necessarie perchè si sviluppino tecnica e talento; e l’assenza basilare di queste condizioni ha determinato in tutta la letteratura dell’Ottocento la prevalenza assoluta e quasi totalitaria di autori maschili.
A leggerla oggi pare dica una banalità, in fondo; eppure io credo sia una questione attualissima, seppur cambiata. Credo realmente vi siano molte donne che ancora fatichino ad avere quella stanza.

ho trovato anche interessante la descrizione in cui l’autrice ricerca per la conferenza titoli di libri sulle donne. Trova moltissimi testi, tutti scritti da uomini, ‘senza alcuna riconoscibile qualifica eccetto il fatto di non essere donne’. E considera anche alcune partciolari ingiusitizie, per esempio lei stessa è in difficoltà rispetto a qualsiasi uomo incontri anche solo per il fatto che lei, non avendo potuto frequentare l’università in quanto donna, manca di metodo nel condurre una ricerca di tipo scientifico. I titoli dei libri che alla fine spesso dispregiativi per il sesso femminile, diminutivi, a volte satirici: Ridotte dimensioni celebrali delle donne, Inconscio più profondo delle donne, Amore per i bambini nelle donne. Insomma,  libri prodotti in un intero sistema culturale che vedeva la donna costretta a mansioni meno importanti o comunque non “socialmente riconosciute o valide”, dove se pure qualche coraggiosa in passato avesse trovato il coraggio di affrontare i pregiudizi del proprio tempo, di esprimere pensieri e sentimenti tramite qualche forma d’arte, sarebbe stata sminuita e osteggiata dalla società… persino dalle altre donne.

” Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni reali. E’ questa la ragione per la quale sia Napoleone che Mussolini insistono con tanta enfasi sulla inferiorità delle donne, perchè se queste non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire. Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perchè gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna; e come sia possibile per una donna dire loro questo libro è brutto, questo dipinto è brutto, questo dipinto è debole, senza procuragli molto più dolore e suscitare molta più rabbia di quanta non ne susciterebbe un uomo che facesse la stessa critica. Perchè se lei comincia a dire la verità la figura nello specchio si rimpicciolisce.”

Il ruolo subordinato della donna, secondo la Woolf, ha condizionato tutta la letteratura femminile, corrompendo l’integrità della figura del romanziere. Alcune scrittrici hanno dovuto usare uno pseudonimo maschile per essere pubblicate (George Sand), altre riuscivano ad astrarsi nel salotto di casa e nascondevano i loro scritti per evitare contaminazioni esterne (Jane Austen), altre, tante, troppe hanno sviluppato un’ansia di rivincita accompagnata al contempo dalla preoccupazione del giudizio degli uomini. In pratica non sono mai state libere di scrivere realmente ciò che volevano scrivere.
E qui interviene con un consiglio/intuizione a mio avviso davvero affascinante: la letteratura femminile dovrebbe essere una letteratura androgina per poter essere davvero libera. Sarebbe un errore creare una letteratura speculare a quella dominante maschile, perchè avrebbe gli stessi difetti di questa. La nuova letteratura dovrebbe essere caratterizzata dalla collaborazione tra elementi maschile e femminile che sono presenti in ogni essere umano.

Leggere queste riflessioni per me è stato arrivare a comprendere un modo di esistere basato sull’esigenza di stare a stretto contatto con la realtà per osservare le cose come sono, e per scriverle slegate da concetti di struttura pre-esistenti.
Un modo di vivere che pone in risalto l’esperienza personale al di sopra di ogni altra forma.

Quando leggo di una strega gettata nel fiume, di una donna posseduta dai diavoli, di una levatrice esperta di erbe, o perfino dell’esistenza della madre di qualche uomo notevole, penso che siamo sulle tracce di un romanziere perduto, di un poeta costretto al silenzio, di qualche muta e ingloriosa Jane Austen, di qualche Emily Bronte che si sarà fracassata il cervello fra le brughiere, oppure avrà vagato gemendo per le strade, resa pazza dalla tortura inflittale dal proprio talento. Infatti sarei capace di scommettere che Anonimo, il quale scrisse tante poesie senza firmarle, spesso era una donna. E’ stata una donna, suggerisce Edward Fizgerald, credo, a comporre le ballate e i canti popolari, accordandoli al ritmo della culla, oppure per ingannare il tempo mentre filava, durante le lunghe sere d’inverno.

Egle Spanò

Casa di bambola – Henrik Ibsen #HenrikIbsen

La vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda sul principio del “io ti do e tu mi dai”.

Prima di vedere uno spettacolo teatrale ne leggo, se posso, il testo, soprattutto se è una prima volta.
E così alla mia tenera età (ah ah) mi avvicino a questo lavoro, prima di recarmi al Carignano per vederne la messa in scena.
E’ la storia di Nora, una moglie frustrata e, apparentemente, innamorata di un marito affettuoso e protettivo; i due vengono colti alla vigilia di un Natale particolarmente propizio, considerata la promozione a direttore di banca di lui. Ma Nora, prima figlia di un padre non integerrimo e poi moglie di un rigoroso funzionario nasconde un piccolo segreto, avendo falsificato, con leggerezza, una firma per ottenere un prestito in denaro, peraltro necessario per curare una grave malattia del marito con un viaggio in Italia, ottenuto da un individuo un po’ losco licenziato proprio dal marito di Nora per i suoi precedenti che, naturalmente, si fa vivo con lei per ricattarla. Completano il quadro una vecchia e generosa amica di Nora e il medico Rank, amico di famiglia, molto ammalato e innamorato non dichiarato della stessa Nora.
Il fattaccio alla fine viene alla luce, e il marito si rivela per quello che è veramente, un ipocrita e ingrato compagno che antepone la propria carriera e il decoro borghese all’affetto per la moglie e all’accettazione delle sue debolezze. E quando il deus ex-machina della vicenda rappresentato dall’amica Liza che innamorata del ricattatore, lo convince a restituire la cambiale con la falsa firma, fa rinsavire il marito, pronto a vezzeggiare nuovamente la sua bella bambolina Nora, lei prende coscienza della sua ritrovata individualità e molla il marito con i tre figli.

E se nel 2017 ci ritroviamo a teatro o a rileggere questa storia senza considerarla poco attuale, nonostante tutto quello che è successo, e ovviamente mutato un po’ il contesto sociale rispetto alla fine ‘800, facciamoci qualche domanda: quanti mariti sono ancora in circolazione a considerare bamboline da vezzeggiare (o maltrattare) le proprie mogli?

Tre uomini in scena (nello spettacolo che vedrò, tutti interpretati dal poliedrico Filippo Timi , quasi a rappresentare una unica incapacità di amare in tre personaggi diversi) : un marito ipocrita, un vile ricattatore e un debole innamorato represso impotente a dichiararsi e tre donne vincenti: Nora che finalmente si ribella, Liza che ama il mascalzone e salva l’amica facendole prendere consapevolezza e la vecchia servitrice- nutrice che tutti accetta e sopporta. Donne vs. uomin, insomma, stravincono a man bassa: 3 – 0!!!

Helmer: Tu parli come una bambina; non capisci la società a cui appartieni.
Nora: No, non la capisco. Ma ora cercherò di capirla… Voglio scoprire chi ha ragione, io o la società.

Renato Graziano