Pacific Palisades – Dario Voltolini #DarioVoltolini #pacificpalisades

Il 2 giugno del 2015, Festa della Repubblica Italiana e giorno in cui, nel 1932, nacque mio padre, piazza Pitagora, a Torino, dopo il tramonto, era satura del profumo dei tigli.

C’era una luna bella grassa in cielo,ma gli angoli della piazza, il bar, i muri dei palazzi erano bui.

Anche ore dopo, in un altro punto della città, corso Brescia era gonfio del profumo che il tiglio rilascia nell’aria calda, e così era in tutta la città in ogni ora senza vento nei suoi viali inondati di fogliame quando attraversi attento sebbene le strade siano deserte.

Anno dopo anno, la fioritura di questi alberi sembra far ricordare scene passate, ma è difficile fissarle e renderle certe, sono alla fine suggestioni

legate ai luoghi, ai viali, alla primavera in cui finiscono le dannate scuole.

Non è un libro di liriche, ma c’è molta poesia nelle sue pagine.
Non è un romanzo, ma ci sono tracce di storie e di persone e di una famiglia.
Non è un libro fotografico ma molte immagini ci scorrono davanti sfogliando le 78 brevi pagine: del cuore, della mente, negli occhi del narratore: “ ti si apre una visuale, una piazza, e qualcosa è già dentro di te, dentro di noi, tocca il posto intimo, viene da piegare le ginocchia.”
Non è un memoir ma ci sono tanti ricordi, odori, tracce, sensazioni del tempo perduto e ritrovato: il profumo dei tigli nei viali della città o il sapore del latte e anice che serve a combattere la miscela mefitica del fumo dei copertoni bruciati per impedirsi di vomitare nella città industriale.
Non è un diario ma ci sono tanti sentimenti dolorosamente confessati: il dolore scende come un’onda lungo gli anni e ci viene passato il testimone fatto di pianto ed orrore e lo impugnamo e lo passiamo a nostra volta: il dolore tocca come una pietra piatta lanciata sull’acqua la superficie in più punti prima di inabissarsi.

Non è un saggio ma vi è molta sapienza nel pensare se stessi “intenti a erigere fragili trasparenti pacifiche palizzate per aiutarci a ricordare che chi le varca ha la possibilità di straziare il luogo dove nasciamo e poi, continuamente violati, continuiamo a rinascere reimpiantando le nostre palizzate “.

“Pacifiche palizzate funzionanti come valvole, come filtri: che lascerebbero volentieri entrare l’amore di benevolenza lasciando fuori la pazzia la violenza l’aggressione setacciando l’onda discernendola perché con l’onda arriva tutto e ciò che la muove o è un trauma o è un amore.”

Non è un libro di viaggi, ma si va lontano fino in California e a Parigi, per tornare a Torino, nel quartiere Aurora.
E’ “Pacific Palisades” dove ci porta Dario Voltolini, un luogo lontano, in California; ma anche vicino, nel nostro punto iniziale dove tutto nasce.

Renato Graziano

L’idea è tanto semplice quanto forte: esiste uno scambio di amore e di dolore tra noi e il mondo, tra noi e gli altri, e questo scambio avviene attraverso il muro che ognuno di noi è. Un baluardo che è anche una valvola, un filtro: una palizzata pacifica. Dario Voltolini – una delle penne piú originali e fieramente isolate della letteratura italiana – ha scelto la forma del racconto in versi per compiere insieme a chi legge un viaggio intimo e universale nel tempo e tra le parole.Convocando sulla pagina le persone a lui piú care e le loro storie, Voltolini ha immaginato un dialogo tra i vivi e coloro che non lo sono piú, facendo emergere una prospettiva nuova: ognuno di noi custodisce dentro di sé, insieme al proprio passato, anche – forse soprattutto – quello di chi ci ha preceduto. Da questo testo, Romaeuropa Festival porterà nei teatri un reading con le musiche di Nicola Tescari diretto e interpretato da Alessandro Baricco.

Zazie nel Metrò – Raymond Queneau #Zazienelmetro #RaymondQueneau

« Chiacchieri, chiacchieri, non sai far altro. »
(Il pappagallo Laverdure)

Zazie nel metró – Raymond Queneau

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi tascabili. Scrittori

Da quando la letteratura esiste si può dire che combatterla è la funzione dello scrittore. Ma in Queneau la battaglia diventa un corpo a corpo.

Roland Barthes

Zazie, una ragazzina ribelle e insolente, arriva nella Parigi degli anni ’50 dalla provincia. Il suo sogno è vedere il metró; ma se uno sciopero glielo impedisce, nessuno può trattenerla dal salire su quella giostra vorticosa che per lei diviene Parigi. Fugge disinvolta dall’olezzo dello zio, ballerino travestito, per incontrare, grazie alla sua vitalità straripante, una galleria eterogenea di personaggi: un conducente di taxi, diabolici flic, la dolce Marceline, una vedova consolabile, un calzolaio malinconico e un querulo pappagallo.

Zazie è una ragazzina irriverente, una bambina di provincia adulta dentro, che per qualche giorno si trasferisce a Parigi dagli zii Gabriel e Marceline, il suo unico desiderio è fare un giro in metrò… ma non riuscirà ad esaudirlo perché chiuso per sciopero! Il desiderio non realizzato diventa per la ragazzina fonte di risentimento verso lo zio e sua moglie, e decisa comunque a vedere Parigi ed i parigini, determina le di lei scorribande per le vie parigine, che diventeranno occasioni di incontri con  una serie di personaggi incredibili ad iniziare dai suoi stessi parenti e i loro amici, lo stesso zio Gabriel è continuamente in bilico tra la normalità di un adulto e l’ambiguità, anche sessuale: sebbene sia sposato con la dolce Marceline, lavora come ballerino travestito e Zazie, per tutto il racconto, pretende si sapere se è o no un “ormosessuale”. E poi caratteri ambigui e surreali come il saccente Charles, il saggio pappagallo Laverdure, un diabolico flic, il multiforme questurino, sognanti calzolai, vedove consolabili e taxisti filosofi che affollano la Parigi di Queneau.

“Una folla spessa e violacea colava un po’ dappertutto. Una venditrice ambulante di palloncini, una musichetta da luna park aggiungevano il loro carattere discreto alla virulenza dell’esposizione. Stupita, Zazie, ci mise un po’ di tempo prima di accorgersi che, non lontano da lei, un barocco lavoro di ferro battuto piantato sul marciapiede era coronato dalla scritta METRO’. Subito dimentica dello spettacolo della via Zazie si avvicinò al fiato dell’apertura, sentendosi mancare il proprio per l’emozione.”

Il linguaggio scelto è importantissimo, colloquiale, inventato, solo in apparenza di facile comprensione, ricco di neologismi che vogliono rendere il parlato diretto, a volte anche sgrammaticato.
Una divertente avventura ricca di intelligenza e filosofia, che tocca tanti temi diversi, raccontata con ironia e sarcasmo, dove la prosa la fa da padrona, uscendo dagli schemi, eccentrica e sgrammaticata, con volgarità accennate e mai spinte verso lo scurrile.

– Allora ti sei divertita?
– Così.
– L’hai visto il metrò?
– No.
– E allora che cosa hai fatto?
– Sono invecchiata.

Elena Fatichi