Cartongesso – Francesco Maino #FrancescoMaino #Einaudi

Cartongesso – Francesco Maino

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli

“Questo è il paese delle cose che stanno morendo. No. Questo è il paese dei corpi. Un paese pieno di corpi. Corpi che si svegliano morti, escono morti di casa, tornano morti; corpi che parcheggiano, scendono, sputano, corpi che si salutano, sbadigliano, bestemmiano sempre, fatturano. Corpi camminanti”.

Capita, alle volte, di leggere un libro, acquistato e dimenticato su uno scaffale, poco conosciuto, ovviamente trascurato dalle classifiche di vendita italiche. E capita di leggere un inaspettato capolavoro, almeno per quanto mi riguarda: perché cominci a leggere questo “Cartongesso” e ti immergi stupefatto in un ininterrotto monologo di 240 pagine che il protagonista avvocato Michele Tessari (alter-ego, si immagina, seppure in una dilatata, estrema esacerbata rappresentazione del proprio sé dell’autore avvocato Francesco Maino). E per definirlo, questo monologo, mentre leggi ti si affollano alla mente aggettivi esplorativi a bizzeffe, per cercare di afferrarne il senso ed il perimetro: tragico e crudele, feroce e divertentissimo al tempo, irresistibile e ossessivo, compulsivo nel suo furore distruttivo di un Veneto amatissimo e devastato e quindi odiato, stravolto e lacerato e dilaniato nel suo territorio, nella sua gente, nei suoi riti assurdi di consumo delle persone, della dignità, del buon senso. Un’invettiva rabbiosa contro i propri concittadini, un fiume in piena, un flusso di pensieri arrabbiati e molto sofferti nei confronti degli abitanti del tipico Nordest veneto, in particolare Basso Piave.

Un monologo che diventa una invettiva raccontando la vita del protagonista, senza speranza e senza soluzione: e sei dilaniato anche tu, mentre ti diverti, perché capisci che non è solo il Veneto del Tessari/Maino di cui si parla, ma sei anche tu e tutta l’ Italia che ti circonda ad essere chiusa in questo circo infernale, senza soluzione di continuità: c’è la geografia degli sghei (anche quando non ci sono più), l’etica vuota di come il sogno (non solo veneto, appunto) sia contenuto in case in cartongesso e architetture brutte e poco funzionali, nuove cattedrali effimere, del nero che permette a tanti di vivere ben oltre il tenore dichiarato al fisco ma comunque sempre ancora sotto ai desideri continui, e molto altro ancora.

Impossibile scendere dalla giostra, occorrerebbe troppo coraggio. Edito da Einaudi nel 2014 dopo aver vinto il premio Calvino 2013, è il primo e forse sarà anche l’ultimo libro di questo avvocato: perché si immagina con difficoltà che possa scrivere un altro libro così denso, perfetto e potente nella sua rabbia civile e umanissima e con una scrittura magnifica la cui intensità mi ha riportato alla memoria pagine di maestri come Gadda per la lingua, e Celine o Bernhard per l’esplosiva rabbia e capacità di indignazione e dissacrazione. O, nel cinema, il corrosivo Germi che affrescava la cattolica e ipocrita piccola borghesia trevigiana in “Signore e signori”.

Infine una nota: terminato nel 2009 con una gestazione di 10 anni appare oggi, se possibile, ancora più attuale (indovinate perché). E naturalmente, leggendo sul web qualche recensione d’epoca ho trovato qualche detrattore indignato che accusa l’autore di lesa dignità dell’operosità lavorativa, riassunta nel libro nella sacra trimurti veneta : sghei & spritz & scopar. Ma chi, veneto, si sentirà vilipeso e offeso dal libro, fa la parte di chi denuncia i film di mafia come cattiva pubblicità al belpaese
Da leggere e rileggere, perché una volta sola non basterà a gustarlo interamente.

“Chi l’avrebbe mai detto che dopo questa micidiale esperienza di morte avrei dovuto affrontare il ben più micidiale meccanismo della pratica forense, frequentando i peggiori inculatori del mondo moderno, le più pure carogne del mondo giurisperito?”

Renato Graziano

Lo Stralisco – Roberto Piumini #RobertoPiumini #Einaudi

Illustratore: C. Mariniello
Collana: Storie e rime

– Guarda là, padre – disse il bambino indicando attorno – vedi, le radici del prato sono nel cielo della terra, e i fiori sono radici nell’aria.
Con la mano aperta copriva da lontano la fascia dipinta sulla parete.
– I fiori sono radici nell’aria. Gli animali entrano ed escono, sono dentro e fuori. Entrano nella terra, escono dal cielo. Il prato li protegge nel loro passaggio. Li protegge. Li sente tutti e li protegge.
Ganuan sollevò la mano del figlio e la baciò.
– È vero quello che dice Sakumat, figlio. Tu sei un poeta.
Madurer sorrise.
– Il prato è un poeta, – disse, e nuovamente si assopì.

Io non lo so cosa ti accade a undici, dodici anni, se ti trovi a leggere un libro così. Non posso saperlo perché l’ho letto che di anni ne ho quaranta. Immagino però ti accada qualcosa di molto bello, nel momento esatto in cui ti ritrovi dentro a una storia di una semplicità accecante, capace di colorarti i sentimenti, di tradurli in gioco e speranza; una storia capace di farti sentire il respiro del mondo, fermandolo senza arrestare il tempo. Immagino che la tua testa di bambino finisca per muoversi dentro a una curiosità liberatoria, in cui scoprire l’amicizia e l’amore, il cosa dell’amicizia e dell’amore, finisce per stordirti di pace, la pace necessaria a credere che la vita valga sul serio la pena, a prescindere da come si è arrotolata a tuoi piedi.
Insomma, questa cosa del *trovare i propri orizzonti*, del mettere segno su segno il Poi della vita, la vita che continua; questa cosa del dialogo fra un adulto e un bambino, dialogo che diventa la possibilità di scegliere dell’adulto e la voracità dell’esserci del bambino, mescolate dentro alle sfumature di una umanità straordinaria (la mia personalissima idea di fede: credere nell’essere umano e nelle sue eccezionali sfumature); questa cosa di un padre che bacia la mano del figlio e in quel gesto c’è tutto quello che significa stare al mondo: questo libro mi ha ubriacata, come solo sanno fare i rosoli, come solo possono le vette, come, nei fatti, solo riescono i brividi procurati alla pelle da altra pelle.
Ecco, regalatevelo, se già non fu. O regalatevelo di nuovo. La bellezza dell’essere umani passa da qui, dalla grandezza del saper dire la vita e l’amore con tutta la loro prepotenza di cose normalissime.

«Viveva nella città turca di Malatya un pittore di nome Sakumat, non giovane ma nemmeno anziano: aveva l’età in cui gli uomini saggi sanno stare in amicizia con se stessi, senza perdere quella degli altri.»

Rob Pulce Molteni

DESCRIZIONE

“Stralisco” è una parola strana, che non si trova sul vocabolario: fa parte di un gioco fra Madurer – un bambino – e Sakumat – un pittore. Madurer è malato e deve stare sempre rinchiuso al buio. Sakumat ha il compito di mostrargli il mondo attraverso i suoi dipinti. Il loro rapporto si trasforma in una storia di amicizia totale che unisce un bambino, un uomo e – sullo sfondo – un padre, in un’avventura molto intensa. “Lo stralisco” è una favola sulla possibile felicità di chi accetta fino in fondo di guardare il mondo attraverso gli occhi della poesia e dei segni dell’arte. Una favola per ragazzi che anche il pubblico adulto ha saputo apprezzare. Le tavole di Cecco Mariniello accompagnano il lettore in un mondo fantastico nel quale la pittura ha il compito di sostituire la realtà.