Mi chiamo Lucy Barton – Elizabeth Strout #recensione #elizabethstrout #lucybarton

Ci sono diverse chiavi di lettura per questo libro di Elizabeth Strout. Lo si può vedere in termini di rapporti conflittuali tra madre e figlia, come pure considerare il romanzo di un amore familiare complesso e contorto. E’ anche una lezione di scrittura dove l’insegnante è uno dei personaggi secondari del libro, una scrittrice di successo, che spiega a Lucy, l’Io narrante, come raccontare una storia. La sua storia, l’unica che le appartiene e che potrà raccontare. E’, anche, un romanzo dalle tante diramazioni dove dal tronco della storia principale partono i rami di brevi storie secondarie in una struttura che ricorda Olive Kitteridge.
Ma quello che si sente in modo particolare in questo libro, per citare la quarta di copertina, è l’assordante rumore del non detto. Il peso di un’infanzia di privazioni e di violenze, il sospetto mai dichiarato di abusi, il ricordo di episodi che la protagonista non saprebbe dire se veri o sognati, persi nella nebbia del tempo e della distanza. Un passato del quale non si parla, al quale non è permesso accennare. Questo gigantesco silenzio è ciò che lega madre e figlia nel breve tempo trascorso insieme dopo anni di lontananza. La madre non perdona alla figlia l’essersi allontanata dalla famiglia trovando rifugio nell’università. Non le perdona aver cercato di diventare diversa, di essersi “allontanata dalla feccia”, di essere diventata migliore. O aver avuto la presunzione di provarci.
Lucy brama inutilmente una parola d’affetto da parte della madre, quel ti voglio bene che la donna non dirà nemmeno sul letto di morte ed è talmente affamata di affetto dall’innamorarsi di ogni singolo gesto gentile di qualsiasi sconosciuto.
Eppure c’è amore tra queste due donne, c’è tenerezza. Elizabeth Strout ci mostra l’una e l’altra in quel suo modo speciale e devastante che ha di raccontarci la sofferenza, senza esprimere giudizi.
Non ho amato Lucy Barton come ho amato Olive Kitteridge, però penso che la Strout ci abbia regalato un’altra magnifica prova di scrittura.

Anna Massimino

Stoner – John Williams #recensione #stoner #johnwilliams

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Così Stoner cominciò da dove aveva iniziato, e l’uomo alto, magro e ricurvo che ormai era diventato si sedette in cattedra nella stessa aula dove il ragazzo alto, magro e ricurvo che era stato sedeva dietro a un banco, ascoltando le parole che l’avrebbero condotto fin lì. Ogni volta che entrava in quell’aula non poteva impedirsi di guardare il posto che aveva occupato, e ogni volta si stupiva un po’ di non trovarsi lì.

E’ abbastanza facile capire perchè Stoner di John Williams venne ignorato nel 1965, mentre ha avuto successo con la ristampa del 2003. Nel 1965 la letteratura era ancora intesa come arte di raccontare grandi storie, grandi personaggi o perlomeno grandi sentimenti di uomini piccoli. Stoner era invece descritto fin dalle prime righe del libro come un uomo piccolo senza grandi sentimenti e storie. Poi però leggi la storia di un grigio professore universitario con grigio matrimonio e scopri che visto con i nostri occhi da anni 2000, Stoner è un eroe, che incastonato in una società che gli impedisce di poter essere e dire quello che vuole, riesce comunque a prendersi le sue soddisfazioni e l’amore di cui aveva bisogno, seppur per breve tempo. Lui stesso si considera uno sconfitto, ma solo perché non sa che 50 anni dopo quello sarà uno dei modi di vincere. In qualche modo lo stesso Williams dà più volte nel libro la sensazione di non avere ben compreso la statura per nulla minuscola del suo personaggio. Mi sono innamorato anche io di Stoner e della sua storia e di un libro piacevole da leggere, quasi mai pesante e avvincente pur raccontando quasi nulla, se non la vita grigia di un uomo medio con anche una giusta dose di ironia. Un personaggio che non poteva certo piacere in epoca rock and roll, ma che invece diventa eroe in era indie-folk potrei dire 🙂 8,5 pieno

Nicola Gervasini