La stanza di Jacob – Virginia Woolf #VirginiaWoolf

«Voglio desostanziare le cose, perché della realtà non mi fido – che sia così a buon mercato. Voglio andare oltre. Ma ho io il potere di esprimere la vera realtà?»

Virginia Woolf, 1923

(parziale spoiler ma è trama abbastanza nota)

Terzo romanzo scritto dalla Woolf, e il genio, dopo due prime opere anche di una certa grazia e struttura, improvvisamente è qui e si manifesta: romanzo sperimentale, forse biografia, anche opera di formazione, e poi elegia, meditazione sul flusso incessante della vita e dei ricordi, e soprattutto ricerca di un disegno che ricomponga l’armonia sottesa all’apparente caos del reale. La stanza (o la camera) di Jacob (Jacob’s Room), scritto nel 1922, viene pubblicato pochi mesi dopo l’uscita dell’Ulisse di James Joyce e de La Terra desolata di T.S.Eliot. In Italia l’opera arriva tardissimo, stampata nel 1950 da Mondadori con il titolo La camera di Giacobbe, la traduzione “autorizzata” di Anna Banti e otto illustrazioni di Carlo de Roberto. Le successive edizioni Mondadori hanno adottato il titolo La camera di Jacob.

Non si può parlare della trama di questo romanzo, poiché La stanza di Jacob possiede ben poco a livello di trama e sfondo, e non ha neppure un protagonista vero e proprio. Jacob Flanders, ispirato alla figura di Toby Stephen, amato fratello di Virginia Woolf prematuramente scomparso, è presentato non attraverso dettagliate descrizioni fisiche e caratteriali, ma tramite un flusso continuo di pensieri che lo riguardano, di memorie, di sensazioni ed emozioni provate da chi lo conosce o da chi lo incontra per caso, in treno, ai ricevimenti o per strada. Jacob vive attraverso gli occhi e le menti degli altri, raccontato dalla percezione di amici, famigliari, parenti, signorine e giovanotti del suo giro, avendo come punto di riferimento le “stanze” della sua breve esistenza.

“In Jacob’s Room, non vi è il narratore onnisciente che esegue una cronaca per il lettore, passo dopo passo; in questo primo romanzo «sperimentale» («ma penso che dovrò inventare un nuovo nome per i miei libri, con cui sostituire la parola “romanzo”) il narratore è come una voce fuori campo, un coro che commenta e considera; l’intreccio è saltato («niente impalcatura, non si deve vedere nemmeno un mattone»). In fondo, per nessuno è possibile ritrarre una persona semplicemente sommando fatti e dati e riferendo avvenimenti: si deve procedere per segni, intuizioni, con attenzione alle sfumature, ai dettagli significativi, ai riflessi negli altri (non si è anche, pirandelliamente, quello che gli altri vedono di noi?), alle tante impronte che ognuno di noi, nell’arco della vita, sparge, di sè, intorno a sè. E quindi, ne consegue l’interesse quasi ossessivo al dettaglio, la cura a notare e a precisare ogni cosa: le tinte, questo o quel particolare, il moto impercettibile delle tendine, lo scricchiolio improvviso, anche un po’ misterioso, di una sedia su cui nessuno siede. Al limite tra il visibile e l’invisibile. Importante è tutto, tutto è indicativo, tutto «parla».” (Tommaso Pisanti)

La Woolf come un pittore impressionista coglie momenti e percezioni, ce li trasmette in modo struggente e nostalgico, mostrandoci Jacob bambino in spiaggia in Cornovaglia, negli anni di studio e divertimento a Cambridge (pagine magistrali sull’Università che “arde, oltre che di notte, anche di giorno”, l’austera intelligenza di biblioteche ed edifici, la ricerca intellettuale, i goffi professoroni con i loro spessi occhiali che dischiudono civiltà antiche (Quel tipo grassoccio il cui cervello è, dopo tutto, ciò che rappresenta Virgilio tra noi), le figure femminili di disinvolta libertà e incombente destino. Ci porta in Italia e in Grecia in un grand tour, l’eco lontana e inevitabile delle trincee della Prima Guerra Mondiale.

Le luci si succedevano, lungo il cortile, cadendo sui ciottoli, mettendo in evidenza scure macchie d’erba e solitarie margheritine. I giovanotti erano ora rientrati nelle loro stanze. Sa il cielo che cosa facessero. E cos’era che poteva gocciolare così? Sporgendosi sul vano spumeggiante di una finestra, l’uno fermava l’altro che veniva in fretta; e salivano e scendevano, finché una sorta di pienezza occupò il cortile, alveare pieno d’api, casa di api tramata d’oro, assonnata, ronzante, d’improvviso risuonante. Alla sonata del Chiaro di luna rispondeva un valzer.

I confini mai davvero superabili nell’arrivare a conoscere un’altra persona, il senso dell’evanescenza della vita, la caducità del momento, di ogni momento. Ombra e luce, colori e forme, ricordi e sogni. Una stanza vuota in cui la presenza del proprietario rimane vivissima anche quando non c’è (più): fotografie e vestiti, libri e musica, lettere e piccoli ricordi, tutto quello che rimane della vita, e tangibili evidenze della sua assenza. Cosa lasciamo davvero dietro di noi?

La stanza di Jacob disegna un personaggio struggente e indimenticabile nella sua normalità, e ci rivela un intero mondo, una storia significativa e intensa, a tratti una poesia in prosa: il posto, il tempo, lo stato di esistere nel qui e ora, trasmessi con un senso di chiarezza ineffabile; un libro meraviglioso, con pagine di incredibile bellezza.

Frattanto la lettera della povera Betty Flanders, giunta col secondo giro di posta, giaceva sulla tavola del salotto; della povera Betty Flanders che scriveva il nome di suo figlio: Jacob Alan Flanders Esq., come usano le madri; e il pallido inchiostro effuso suggeriva come laggiù a Scarborough le mamme scarabocchiano accanto al caminetto, i piedi sul parafuoco, quando il tè è sparecchiato, e non possono mai, mai dire… Forse questo: Non andare con le donne cattive, fa’ il bravo ragazzo, mettiti la maglia pesante, e ritorna ritorna ritorna da me.

Lorenza Inquisition

La crociera – Virginia Woolf #VirginiaWoolf

Un libro strano, tragico, ispirato, ambientato in un Sud America che non si troverà in nessuna mappa cui si arriva su una nave che non solcherebbe nessun mare, un’America i cui confini spirituali toccano Xanadu e Atlantide.

E.M. Forster

La crociera – Virginia Woolf

Editore: Nobel
Anno edizione:2012

La crociera è il primo romanzo di Virginia Woolf, una storia che racchiude non uno ma due percorsi sull’acqua, un viaggio nel viaggio: quello principale è la traversata in nave compiuta da un piccolo gruppo di signori e signore inglesi da Londra all’America meridionale, per giungere all’immaginaria città di Santa Marina. All’interno di questo viaggio se ne delinea un altro, più breve: l’escursione in battello che i personaggi principali successivamente compiono nella foresta equatoriale. Viaggi di navigazione quindi, legati al moto e al cambiamento, alla progressione anche interiore, il contatto con mondi e realtà diverse, la possibilità -per chi voglia – di liberarsi da schemi e convenzioni legati alla cultura d’origine.

Se Rachel si fosse messa a pensare, a provare sentimenti, a ridere o a esprimersi, invece di far gocciolare il latte dall’alto per vedere che tipo di macchia avrebbe fatto, avrebbe potuto essere interessante, se non proprio carina. Somigliava alla madre come l’immagine su uno stagno in una giornata d’estate assomiglia al volto vivace e acceso di chi vi si specchia.

Questo fu uno scritto che ebbe una lunga e travagliata gestazione, e numerose revisioni, se ne contano addirittura nove, e forse per questo non risente delle incertezze e ingenuità che in genere si leggono in molte prime opere di grandi scrittori. La ragione di queste riscritture risiede nei dubbi dell’autrice sulle proprie capacità artistiche, le angosce a chiedersi se la sua arte, a cui aveva dedicato tanta energia, non fosse improduttiva, realmente terrorizzata da possibili stroncature. Per contro, a queste afflizioni si univa una paradossale determinazione a scrivere con grande intensità, riversando già nelle prime stesure tematiche importanti che sono alla base della sua produzione matura: commenti politici su colonialismo e suffragio universale, e opinioni decise e controverse su questioni come divisione delle classi sociali, omosessualità e femminismo. Le prime stesure risalgono agli anni dal 1910 al 1913; gli amici stretti, temendo la critica letteraria, suggerirono alla Woolf di sfrondare gli argomenti e le opinioni più discutibili, forse eccessive per l’opera prima di un’autrice sconosciuta, che quindi riprese con i tagli e le riscritture fino al 1915, anno della pubblicazione. Questo fu un periodo travagliato per la Woolf, che ebbe problemi di salute e crisi depressive, curate con il riposo assoluto in clinica, un esilio forzato che finì per minare il suo equilibrio mentale, tanto che arrivò a tentare il suicidio; anni di crisi, cui seguì, dopo la pubblicazione, un periodo di relativa serenità.

La crociera non fu stroncato, ma non fu mai precisamente un successo, anche ai giorni nostri è poco conosciuto, sicuramente perchè pur essendo ben scritto manca di quell’incredibile capacità di esporre la mente mentre pensa e del percorso all’interno della coscienza che sarà la base delle grandi opere future della Woolf. Manca anche di una certa armonia e coesione nella storia, che però ha due grandi personaggi femminili, estremamente ben descritti, mutevoli e di grande sensibilità e profonda ricchezza interiore. E c’è un terzo personaggio femminile che arriva in silenzio ammiccando con gentilezza, la signora Dalloway, qui presente in un’apparizione giovanile che ho ritrovato con vero piacere, una sorpresa inaspettata, non avevo idea che vivesse in altre opere, è stata la visita felice di una vecchia amica che pensavo di non rivedere più.

La crociera è un romanzo che ho letto con piacere in alcuni capitoli e un poco di noia in altri, anche spiazzata da una seconda parte che presenta un numero infinito di personaggi non sempre bene caratterizzati come i principali.

Comunque, è un testo della Woolf: come la pizza anche se non è eccezionale è sempre un piacere. E mi è piaciuto anche perchè appartiene al filone della letteratura moderna: non presenta certezze, non offre indicazioni o risposte, ma, al contrario, apre degli interrogativi, lascia aperti degli spazi, suggerisce possibilità di interpretazione, con un finale inaspettato che ami sarei goduta di più se non me l’avesse anticipato la prefazione, GRAZIE PREFATTORA. Attenti agli spoiler se cercate notizie di quest’opera, avvisati siete!

Però, se non avete mai letto niente della Woolf, prima cominciate dai capolavori. Questo lo si può lasciare per una riflessione successiva.

Il modo in cui era stata educata, unito a una bella dose di indolenza naturale, era ovviamente in parte responsabile di tale atteggiamento, perché Rachel aveva ricevuto la stessa educazione che ricevevano tutte le ragazze di buona famiglia alla fine del diciannovesimo secolo. Dottori indulgenti e vecchi professori gentili le avevano insegnato i rudimenti di circa dieci diversi rami dello scibile ma non si sarebbero mai sognati di farla sgobbare sul serio così come non si sarebbero mai permessi di dirle che aveva le mani sporche.

Lorenza Inquisition