La vita segreta delle api – Sue Monk Kidd #SueMonkKidd #Romanzo #recensione

“La gente, in genere, preferisce morire anzichè perdonare. È tremendamente difficile perdonare. Se Dio dicesse chiaro e tondo: Ti do la possibilità di scegliere: o perdoni o muori, migliaia di persone partirebbero decise a ordinarsi la bara”

Traduttore: P. Frezza Pavese
Editore: Mondadori  Collana: Oscar bestsellers

Classico e leggero romanzo per donne e da donne, comunque un paio di gradini superiore alla chick-lit, con qualche momento di profondità e femminismo, uno stile accattivante e una certa intelligenza di fondo.

Nella Carolina del Sud degli anni ’60 la tredicenne Lily, orfana di madre sin da piccola, vive con il padre manesco e razzista, e la pittoresca e linguacciuta serva di colore Rosaleen, che la accudisce e la cresce da anni. Dopo un infausto incidente con un trio di potenti uomini bianchi in città, sapendo che le conseguenze per Rosaleen potrebbero essere mortali e impunite, le due decidono di fuggire, trovando rifugio nell’eccentrica casa di tre sorelle nere che allevano api, e che le introdurranno nel loro fantastico mondo di miele, Madonne Nere, melodramma antirazzista e potere della donna.

“Mi avvicinai in fretta e vidi un cartello sulla porta: VIETATE LE VISITE. Entrai immediatamente.”

Come dicevo, è un tipico prodotto per lettrici: copertina e titolo piacevoli, storia di formazione e sentimenti di sorellanza, un romanzetto tra giovanissimi ma abbastanza marginale nella storia, estrogeni e saggezza femminile (materna e non) che volano per ogni dove. Ne hanno persino tratto un film abbastanza dimenticabile, con Queen Latifah e Jennifer Hudson. Ce ne sono tantissimi di libri così, spesso mediocri; qualcuno però supera le trame del tempo e della banalità: e questo libro del 2001  si piazza al di sopra del semplice dimenticabile intrattenimento di un pomeriggio estivo. Ha momenti di banalità e due o tre passi che rasentano la vera e propria scemenza, eppure si continua a leggere, perchè, per qualche motivo, trama, personaggi, ambientazione, tutto funziona. E’ fresco, è intelligente (per la maggior parte del tempo, almeno), è sensibile e ben scritto. E’ un buon libro; non è per tutti, sicuramente ripeto non per uomini, ma neanche le chiacchierate di un pomeriggio fra amiche con tè al rhum e biscottini e patatine e crackers al formaggio sono per loro. Semplicemente, una volta al mese, la sorellanza serve, e il messaggio che è viva e lotta tra noi va tramandato, sempre e comunque.

Molto molto piacevole. Se siete madri, amiche, donne, sorelle, figlie, vi piacerà.

“Tutti sulla faccia della terra commettono errori, Lily. Tutti, senza eccezioni. Siamo umani. Tua madre ha commesso un errore terribile, ma ha cercato di rimediare.”
“Buonanotte” dissi, girandomi su un fianco.
“Non c’è niente di perfetto” mi disse voltandosi dalla soglia. “C’è solo la vita.”

Lorenza Inquisition

La masseria delle allodole – Antonia Arslan #antoniaarslan #recensione

Leggere il mondo: Armenia

“C’è un momento nella vita di ogni donna armena, in cui la responsabilità della famiglia cade sulle sue spalle. Noi moriremo, per evitare questo peso alle nostre perle, alle nostre rose di maggio: e infatti moriamo.”

Questo è il tipo di libro per cui la valenza storica di quello che narra travalica i difetti di esecuzione; e tanto è più importante l’argomento, il genocidio del popolo armeno messo in atto dai turchi nel 1915, quanto irrisorio sembra il riportare i difetti nella narrazione. Probabilmente non ha molto senso valutare questo libro nella sua qualità letteraria, qualsiasi lettore appena dotato di un poco di empatia si lascerà travolgere dalla tragedia, e lascerà cadere la forma in secondo piano, e penso sia giusto così, dato che non è un romanzo che nasce con velleità di saggio storico ma solo come cronaca famigliare.

Antonia Arslan discende direttamente da una delle casate sterminate nelle stragi; nei primi anni del Novecento suo nonno Yerwant emigrò tredicenne per studiare in Italia dalla cittadina dell’Anatolia dove viveva il resto della sua numerosa famiglia, il padre con la nuova moglie e sei figli, il fratello minore nuovo capofamiglia e le sorelle nubili, e i bambini e i nipotini tutti. Yerwant si laurea a Venezia e poi si ferma in Italia, a Padova, dove sposa una nobildonna triestina dalla quale avrà due figli, uno dei quali è il padre dell’autrice. Il fratello Sempad rimane al villaggio natale dove la sua famiglia è ricca, rispettata e onorevole, e non ci sono (apparenti) problemi tra gli armeni cristiani e i turchi musulmani. L’autrice ha una penna felice nel descrivere usi e costumi di questo mondo ovattato e irripetibile, la cucina con i grandi pani ovali ricoperti di semi di sesamo e papavero croccanti, lo yogurt fatto in casa e i dolcetti di miele e noci, gli scialli ornati di fili di seta e oro delle ragazze e il vezzo di mettere ogni mattina un geranio fresco dietro l’orecchio nella spessa treccia nera.

Poi, scoppia la guerra nei Balcani, e un anno dopo, una sera di maggio del 1915, arriva l’ordine: tutti gli uomini armeni nel villaggio, vengono arrestati. Nessuno si preoccupa eccessivamente, anche se gli armeni già in passato sono stati perseguitati dai connazionali turchi. Ed è questo che li condanna. Confidano di vivere adesso in una nuova e pacifica era di convivenza e di progresso, non potevano letteralmente concepire che i loro stessi concittadini, spesso ospiti nelle loro stesse case, li avrebbero non solo traditi, ma barbaramente assassinati.

Eppure. La strage comincia; ove vi è l’opportunità, tutti i maschi delle famiglie vengono uccisi quella notte stessa, senza processi, sentenze, deportazioni, per eliminare la minaccia fisica maggiore. La mattina rimangono da gestire solo le donne, i vecchi e i bambini, i più deboli della società: vengono informate che i maschi sono in prigione altrove, trascinate fuori dalle case e, in centinaia, costrette a incamminarsi attraverso l’aspro territorio della steppa della Mesopotamia e dei monti curdi, una marcia interminabile, di orrori indicibili, fino ad Aleppo in Siria dove, se qualcuno arriverà vivo, verrà portato nel deserto e ucciso lì.  Questo è il racconto inumano di violenze, saccheggi e stupri da parte dei curdi e degli stessi soldati turchi, di bambini e vecchi morti e dimenticati lungo la strada senza sepoltura, di famiglie intere sparite nel nulla così.

“E’ il giorno più funesto per un paese quello in cui, per sentirsi unito, sente il bisogno di eliminare una parte dei suoi cittadini, inermi.”

La casata dell’autrice non scompare interamente: in quell’orrore immane due giovani zie nubili si occupano con ogni mezzo di salvare almeno i bambini, l’unica eredità rimasta alla loro famiglia, lasciando a loro l’ultimo boccone di pane, prostituendosi alle guardie turche in cambio di una razione in più, proteggendoli a scapito della propria incolumità e salute, e riusciranno eroicamente a mantenerli in vita fino ad affidarli ad alcuni amici, determinati a soccorrerli nonostante il governo turco avesse proibito per legge qualsiasi aiuto ai deportati.

Una saga raccontata quasi con pudore di fronte alla terribile fine di quasi tutti i personaggi, come se la vergogna fosse dei morti e non dei perpetratori dell’odio e della barbarie.
E’ un romanzo corale con personaggi che avrebbero meritato una scrittura migliore, lo dico senza retorica; eppure anche così, con qualche difetto, rimangono con noi, Sempad con il suo codice morale altissimo, perchè era un farmacista, quindi quasi un medico, e comunque un letterato, una colonna della sua piccola comunità agraria dove aiutava i malati, custodiva i veleni, leggeva i telegrammi e i giornali che arrivavano nel suo negozio come recapito. Azniv la bella, che amava ballare con il suo ragazzo armeno e aveva anche un proibitissimo spasimante turco, e Veron la zia cicciotella che metteva i risparmi in una scatola di guanti per andare un giorno a vivere da uno zio a Boston, e diventare americana.

Una strage, quella armena, dimenticata, sommersa prima dagli orrori della guerra mondiale e poi dalle stragi naziste, ma non per questo meno importante, di cui si sa poco generalmente, forse perchè la Storia la scrivono i vincitori, in fondo. Ma, comunque, il passato lo possono trascrivere anche i vinti, le loro parole arrivare fino a noi, e rimanere.

Consiglio questo libro se non amate troppo leggere resoconti di avvenimenti del passato in libri impegnativi ma volete comunque informarvi su questa terribile pagina di storia; è un romanzo che non si sofferma su aspetti storico politici o interpretazioni filosofiche, rimane nel campo della cronaca famigliare e proprio per questo trasmette un grande senso di umanità.

Lorenza Inquisition