Beati gli inquieti – Stefano Redaelli #StefanoRedaelli @neoedizioni

Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura sa di immediatezza e poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e rivela, anche se solo per un attimo, la verità tutta intera.

La follia, la malattia mentale, i disturbi psichici, sono un tema che da sempre mi incute timore e mi affascina, dove per fascinazione s’intenda “interesse”, voglia di capire, di superare il confine del razionale e riuscire ad andare al di là del mio mondo protetto, per entrare in un luogo dove vivono le menti libere da ogni catena. Che la pazzia sia espressione di libertà è un concetto letterariamente meraviglioso, e allo stesso tempo spaventoso.

“La loro libertà mette in crisi la nostra. Per questo gliela togliamo. Però vogliamo capire perché sono liberi di dire e fare quello che gli passa per la testa, perché loro sí e noi no”.

I matti vivono luoghi altri, a noi inaccessibili solo se abbiamo paura di entrarci: a volte sono bui, e rischi di sprofondare in un burrone di pensieri strani, apparentemente senza senso, altre volte sono luoghi pieni di sfumature, di colori…

“- Il poeta ha un occhio marrone di umore triste e l’altro celeste per vedere le stelle.- Non mi hai messo il rossetto.- Il rossetto non serve, solo il lucidalabbra, il poeta ha labbra lucide di bugie.”

Entrare nel loro mondo significa innanzitutto fidarsi, lasciarsi prendere per mano e farsi accompagnare. Potresti scoprire come si gioca a nascondino con i fiori… Come ci si deve truccare per ogni occasione… Come si semina un prato… Come si leggono tre libri insieme… Come nascono i triangoli dai nei… Come si redige il Test dell’Fbi… Come si curano le malattie con le equazioni…

Potresti scoprire, per esempio, che P+F=P (presente + futuro = passato). Che si può costruire nel deserto. Che la barzelletta più bella è l’amore. Che se incontri un satanino lo devi uccidere per 900 minuti. Che mangiare “Il Piccolo Principe” guarisce dalla schizofrenia. Che se guardi troppo la luna piena ti accorgi del suo squallore, e del tuo. E chissà che qualcuna di queste scoperte non ci appartenga, non parli di noi.

Perché in fondo i matti ci spogliano, trovano le nostre verità. Loro così ingenui, così sensibili, così intatti da non essere in grado di stare al mondo senza rischiare di essere schiacciati, divorati, violentati. Redaelli con la sua scrittura asciutta, ma piena di voli pindarici e di dialoghi suggestivi, ha scritto un romanzo (questo non è un reportage) elogio della fragilità, attraverso la finzione nella finzione ci ha raccontato delle storie inventate (ma non troppo)… ma io sono certa che, da qualche parte nel mondo, ci siano un Angelo, un Simone, un Carlo, una Cecilia e una Marta che aspettano, in una Casa delle Farfalle, che il mondo si ricordi di loro.

«Molte sono le maschere della follia. Se vogliamo raccontarla, dobbiamo indossarne una (o più di una) anche noi. È quanto fa, apparentemente a scopo di studio, l’io narrante di Beati gli inquieti, ospite volontario della Casa delle farfalle, una clinica psichiatrica. Ma via via che la florida polifonia della costruzione narrativa dà voce alle fantasie e alle rimostranze, alle paranoie e ai sogni dei cosiddetti “matti”, la distanza tra ragione e follia sfuma e quest’ultima si trasforma in una implacabile lente d’ingrandimento puntata sul senso (o il nonsenso) dell’esistenza umana e della realtà stessa. In questo romanzo sorprendente, che dal rigagnolo spazia alla Via Lattea, non c’è però nulla di nichilistico. Stefano Redaelli sa che il battito d’ali di una farfalla a Tokyo può provocare un uragano a San Francisco; ma l’apocalisse indotta da questo inquietante “effetto domino” ha il sapore originario di una rivelazione, struggente e salvifica insieme, che riguarda tutti noi.» Roberto Barbolini

Antonella Russi

Editore: Neo Edizioni Collana: Iena

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I beati anni del castigo – Fleur Jaeggy #Adelphi

I beati anni del castigo è un romanzo dell’autrice italiana di origine svizzera Fleur Jaeggy che vinse il Premio Bagutta nel 1990. Il regista Luca Ronconi ne ha tratto una pièce teatrale con lo stesso titolo.

Buongiorno cinquantini e cinquantine, qua sotto vi parlo di un libro particolarissimo, raro in un senso nobile. Questo libro è venuto a me in un periodo di sofferenza particolarmente acuta. Acuta perché non passa ed è sempre viva, presente. E’ stato il primo incontro con Fleur Jaeggy, e ne sono rimasta molto colpita. L’amitié amoureuse tra Frédérique e la protagonista è una cosa che conosco molto bene, e mi ha stupito constatare, ancora una volta grazie all’alta letteratura, di non essere sola. La scrittura di Jaeggy ammalia, spacca il capello per la precisione nella scelta delle parole, è puro concetto di ascetismo estetico e formale. I sentimenti non vengono riguardati se non da lontano o, se colpiscono l’io narrante di questa collegiale -“une jeune fille triste” rinchiusa per un lungo frammento di adolescenza in un collegio femminile a Teufen, nel cantone svizzero dell’Appenzel- vengono vissuti come una calamità naturale, come uno tra i fatti nell’ordine naturale delle cose. Un’atmosfera sospesa, sepolcrale pervade tutto il libro, dipingendo l’esistenza di queste giovanissime rinchiuse per scelta genitoriale come una sintesi di vita e di morte, di idillio e decadenza, una “pace murata” nella cornice semi-voluttuaria dell’ordine e dell’obbedienza. Sono una composizione di fiori finti, queste vetuste bambine, e Frédérique si staglia come la sintesi e l’essenza di tutta la rappresentazione, distante, rapita dal mistero della morte e della perfezione. La protagonista ne rimane indissolubilmente attratta per tutta la vita, e ne seguirà le orme fino all’inevitabile epilogo.

Un libro di 103 pagine che Brodskij lesse in quattro ore, ma a noi poveri mortali è sicuramente concesso di metterci di più. Anche perché si rimane incatenati al sortilegio mortale e seducente delle parole di Jaeggy, il flusso continuo dell’esperienza è impossibile, delle pause di contemplazione in un’estasi d’ombra si ingiungono come necessarie. E quella violenza che percorre la narrazione ribollendo sotterranea e che non cessa di pulsare a tratti, sul fondale apparentemente calmo negli occhi di Frédérique, idolo assorbente di tutta la verità non detta, che finisce con l’irradiarsi nella catarsi distruttiva delle fiamme. Un libro in cui dal punto di vista formale l’estetica della perfezione, sempre così esigente nel distruggere la necessità creatrice di un artista, trova il suo compimento in un’eliminazione del superfluo che non è un volgare minimalismo scabro, ma accoglie la ricchezza dell’ornamento ingiungendole una calibrata obbedienza. Sofferenza, disprezzo e rancore impregnano vicende narrate e cifra stilistica, così come il cinico disincanto, l’ossessione per i corpi delle persone. Ogni parola sembra asciugata come il sangue fatto sgocciolare con mano ferma dopo la rapida esecuzione di un omicidio, che è presente in tutto il libro proprio perché appena trattenuto. I dettagli che ci vengono forniti distanziano e congelano cose e persone, isolando la perfezione come un concetto astratto dalla vita -con le sue pulsioni, i suoi colori, le sue passioni-, e avvicinandola così al regno dell’oltretomba e della psicosi. Estetica mortuaria. Non adatto a tutti.

Giulia Casini, 3/05/21

Fleur Jaeggy, I beati anni del castigo, Fabula, Adelphi, 1989