H. P. Lovecraft. Contro il mondo e contro la vita – Michel Houllebecq #HPLovecraft #MichelHouellebecq

H. P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita – Michel Houellebecq
Traduttore: S. C. Perroni
Editore: Bompiani
Collana: PasSaggi
Edizione:2

Howard Phillips Lovecratt, il più grande autore di letteratura fantastica del Novecento, è l’oggetto e insieme il soggetto di questo testo scritto da Michel Houellebecq “come se si trattasse del mio primo romanzo”. Fondendo in un sapiente collage elementi biografici e analisi del testo, apparati critici e aneddotica, saggio e racconto, l’autore più trasgressivo del panorama letterario francese ha saputo offrire un tributo viscerale e appassionato all’autore che più ama, e soprattutto alla creatura più amata, quella “letteratura del sogno” di cui H.P. Lovecraft fu esponente a tutt’oggi insuperato.

Pronunciate senza esitare il grande “ No” alla vita.

E la scrittura di Lovecraft, vi porterà in luoghi invisibili in cui creature maligne, evocabili, usando il Necronomicon, un libro di magia nera scritto da un arabo, non sono altro che metafore dell’impotenza del genere umano. Rappresentazioni del suo fallimento e della sua impossibilità di controllo sul mondo.
L’orrore e l’incubo diventano, quindi ciò che noi lettori abbiamo di più prossimo. L’inconscio della paura e di ciò che chiamiamo caos, viene nominato. E la letteratura diventa un mezzo per essere altrove e ,forse , per provare meno dolore. In questo breve e denso saggio, Houellebecq mette su carta una perfetta commistione tra biografia e opera lovecraftiane, rivelandoci aspetti meno conosciuti dell’autore americano, che grande importanza hanno avuto nel concepimento dei suoi libri.

“Lovecraft, dal canto suo, ne aveva parecchio le palle piene. Nel 1908, a diciott’anni, rimane vittima di quello che è stato definito un “collasso nervoso” e sprofonda in un letargo che durerà una decina di anni. All’età in cui i suoi ex compagni di classe voltano impazientemente le spalle all’infanzia per tuffarsi nella vita come in un’avventura meravigliosa e inedita, Lovecraft si chiude in casa, parla soltanto con la madre, di giorno rifiuta di alzarsi dal letto, di notte si trascina per casa in vestaglia. E non scrive. Che fa? Forse legge un po’. Non è chiaro. In effetti i suoi biografi concordano nel dire che non ne sanno molto e che Lovecraft, con ogni probabilità, almeno tra i diciotto e i ventitré anni, non fa assolutamente niente.”

“La vita è dolorosa e deludente” scrive Houellebecq, riecheggiando le parole di Lovecraft: “Sono così annoiato dal genere umano e del mondo che nulla mi può interessare a meno che non ci siano in ogni pagina scritta degli orrori innominabili che aleggiano nelle periferie dell’universo”.
Non stupisce l’interesse di Houllebecq per la letteratura che sceglie di non indagare il reale, e di non usare l’immaginazione per comprenderlo.
Ciò che invece coinvolge è la passione e l’amore dello scrittore francese per la “persona Lovecraft , e per i suoi scritti che ben ha analizzato e studiato.
Si sofferma molto, in questo suo primo romanzo, sul patrimonio smisurato epistolare di Lovecraft che ci permette di scoprire anche una certa ironia che nei suoi racconti manca. Del resto Lovecraft scriveva non per sublimare le sue frustrazioni con l’arte, piuttosto per terrorizzare i suoi lettori, riuscendoci perfettamente: la sua precisione onirica produce l’effetto di una completa immersione in quei mondi di cui si sentono anche gli odori.
E oggi, che viviamo in un presente iperrealistico, in cui tutti gli eventi ci raggiungono in forma d’immagini, consegnandoci a un’ignoranza obbligata sulla loro realtà, di cui siamo inconsapevoli, una letteratura che parte dall’irreale per creare un’altra realtà pare essere l’unica via percorribile per sfuggire da un reale “finto “ e “massificato”.
Per questo motivo Lovecraft è ancora oggi da leggere.
L’attenzione di Houllebecq è anche psicologica sullo scrittore di Providence, narrando anche episodi biografici che rilevano il suo senso d’inadeguatezza estremo alla vita quotidiana, soffermandosi sulle fobie e sulle paranoie, come le sue convinzioni reazionarie e razziste, o il suo completo disinteresse verso il denaro e il sesso.
Poco ci è raccontato dell’infanzia, che a parer mio, è stata costituente la sua misantropia nel rapporto castrante e iperprotettivo della madre. Il suo disinteresse per l’umanità personalmente non penso derivi dalla oggi più che legittima disperazione nichilistica di Houellebecq, ma da un distaccato razionalismo che ha una lunga tradizione storica e filosofica;  insomma Houellebecq, nel delineare lo sfondo, ci mette molto del suo, e scrivendo di Lovecraft, in realtà Houllebecq parla anche di sé.
E questo suo prima pubblicazione è un ottimo punto partenza per chi voglia conoscere entrambi gli autori, due pensatori simili, secondo Houellebecq, separati solo dallo spazio e dal tempo. Certo occorre distinguere nel libro la grande passione personale che l’autore indubbiamente prova per Lovecraft, dalla analisi che ne fa, un po’ generica e con qualche inesattezza biografica sparsa. Direi che lo scritto presenta analisi sostanzialmente basate sulla suggestione, mostrando quanta fascinazione possa esercitare la scrittura di Lovecraft, un uomo che si riflette in un quadro antropologico e psicologico scostante, forse anche preoccupante, ma che ha in qualche modo contribuito al concepimento di uno dei pantheon più deliranti e riusciti – e ricco di epigoni – della storia della letteratura, quello (complesso e assai articolato) che va sotto il nome di Miti di Cthulhu. Un po’ biografia un po’ saggio critico, Contro il mondo contro la vita è lettura preziosa e piacevolissima per i fan di Howard P. Lovecraft e del fantastico in generale, ed è arricchito da una lunga e arguta postfazione di Stephen King in appendice.

Egle Spanò

Incipit
Quando iniziai questo saggio (verso la fine del 1988), mi trovavo in una situazione identica a quella di decine di migliaia di lettori. Scoperti i racconti di Lovecraft all’età di sedici anni, mi ero immediatamente tuffato nella lettura di tutte le sue opere disponibili in francese. In seguito avevo esplorato, pur con passione declinante, sia i continuatori del mito di Cthulhu sia gli autori cui Lovecraft si era sentito vicino (Robert Howard, Dunsany, Clark Ashton Smith). Spesso tornavo comunque ai “grandi testi” di Lovecraft, che non cessavano di esercitare su di me un’attrazione strana e contraddittoria rispetto ai miei gusti letterari. Ma della sua vita continuavo a non sapere nulla.

Sleeping beauties – Stephen King – Owen King #recensione #StephenKing

La morte ti cambia. A volte è un male. A volte un bene. In entrambi i casi, l’unica è mangiare una cazzo di braciola e tirare avanti.

“Due cuori son meglio di uno.” (Bruce Springsteen). Ma: due King sono meglio di uno solo (e che uno, il Re?) No.

Però. Due King sono meglio di niente King. E come diceva mia nonna, Pütost che nienta, l’è mei pütost.

Sleeping beauties è un buon libro, che mi è piaciuto anche se non l’ho amato di vero amore. Ha un messaggio molto importante che va letto e macinato, da tutti ma soprattutto dalle donne, e quindi lo consiglio e consiglierò a tutte, anche a quelle che hanno un poco paura di King perchè scrive cose horror (ma questo non è il caso).

Se l’avesse scritto da solo il King prima maniera, ma anche seconda o terza, sarebbe venuto fuori un capolavoro. Ma oggi abbiamo questo King qui, settantenne che ha scritto col figlio un libro da un’idea del figlio per una serie TV che a breve verrà prodotta (e d’altra parte quando non), e non si può cambiare. Non è un capolavoro, ma non è nemmeno lontanamente brutto come la trilogia di Mr. Mercedes, e per questo già andiamo ad accendere ceri alla Madonna.

Probabilmente un giorno lo rileggerò pure, questo Sleeping Beauties, perchè come ripeto, ha un messaggio importante e una serie di riflessioni sostanziose sulle quali voglio ritornare; purtroppo lo stile è a volte un po’ meh e l’esecuzione un poco mah, quindi non c’è da strapparsi i capelli gridando al miracolo, ma proprio penniente.

Quando si parla di un romanzo scritto a quattro mani, riferito a un autore che si ama molto, è normale chiedersi dove queste altre “due mani” saranno andate a finire, se sarà evidente cosa ha scritto King o se sarà tutto un colossale papacchione padre/figlio; con certezza, ovviamente, non è possibile dirlo. Però, so con certezza dove il Re è presente, perchè quando è lui è lui ed è lui: e quindi quando arrivano i topi, quando entriamo nell’Altro Mondo, quando una certa protagonista levita sulla branda con quel certo je ne sais quoi à la Randall Flagg. Questo è bello e soddisfacente, per la lettura; purtroppo non vedo il Re dove avrei voluto vederlo, per esempio nel momento in cui caratterizzare la miriade di personaggi che intasano il racconto.  Per me, il vero difetto di Sleeping beauties è che è troppo corto; è un libro di 700 pagine, ma per come avrebbe potuto scriverlo King, che parte pennellando persone e animali e poi mondi, galassie, universi, lasciandoti senza fiato, con le gambe che cedono, l’affanno, la tachicardia, la voglia di piangere per tanta bellezza, ti fa ridere e ti sbatte contro il muro, con la proprietà di linguaggio più affilata e puntuale dell’universo creato, eh, per quello, qui mancano almeno duecento pagine. Oppure, volendo, possiamo anche dire che è un libro troppo lungo, che non riesce comunque a caratterizzare bene come dovrebbe. Credo che sia l’unico libro di Stephen King, forse con l’eccezione di The dome, in cui c’è un elenco personaggi all’inizio; e questo, per un romanzo, vuol dire solo una cosa: se ci sono così tanti soggetti che ha bisogno di un indice, significa che l’editore stesso pensa che i lettori non sarebbero in grado di capire di chi si parla, chi fa cosa, chi ha detto quello e quando e a chi. Trame fitte di personaggi che sbucano da ogni dove non sono una novità, per King padre. Qui purtroppo il famoso indice serve eccome, e ahimè, rimane tutto un arrancare per la prima parte del parte del romanzo, fin verso la metà, senza avere idea di chi siano la maggior parte delle persone coinvolte, e quel che è peggio, molte le ritrovi verso la fine continuando a non avere idea di chi siano. Non ti rimangono in testa, non spiccano, non le riconosci, non ti parlano. E questo è un grande, brutto difetto di questo libro.

Detto ciò, tutta la negatività di cui dovevo parlarvi per Sleeping Beauties finisce qui, per fortuna. La storia prende, e ha un che di onirico surreale da fiaba nera: un virus pandemico nomato Aurora che si stende sul mondo un bel giorno, contagiando tutta la popolazione umana di genere femminile, che cade in un sonno profondo senza risveglio, come la principessa della fiaba. Non ci sono medicine, e non si risvegliano, anche se non sono morte. Gli uomini, i maschi, reagiscono come possono (generalmente male), scoppiano insurrezioni, disastri, scenari di guerriglia urbana. Nel frattempo le donne si risvegliano in un Altro Mondo, un aldilà, un mondo sottosopra, volendo, dove gli uomini non esistono, almeno finchè i bambini che alcune di loro portano in grembo non saranno nati, e scoprono di poter fare tante cose. Per esempio, creare un mondo migliore, allevando uomini migliori, meno ottusi, meno insensibili e grezzi a causa della società patriarcale che è stata l’unica organizzazione sociale che per millenni hanno avuto come riferimento, in cui il maschio domina, e la donna è proprietà. Proviamo, per esempio, putacaso, ad allevare per centinaia di anni dei maschi in un regime matriarcale. Vediamo che succede. Il tema fondamentale di Sleeping beauties è questo: tutti gli esseri umani sono fallaci e imperfetti. Ma qualcuno, per citare zio Orwell, è più imperfetto di altri, e se questo qualcuno ha i muscoli e per millenni è stato il genere dominante, ed è arrivato ai giorni nostri convinto che una sberla qui, un sopruso sessista là, e tutto è giusto e regolare nel mondo no, forse è meglio fermarci. Riproviamoci. Le donne, ci dice il dinamico duo king&King, non sono necessariamente senza peccato originale, ma il mondo dove vivono è violento e maschilista, si picchia, si uccide, si lascia governare il testosterone, forse è proprio da buttare. Lo buttiamo? Riproviamo nell’Altro Mondo, a fare qualcosa di meglio? O ci teniamo questo, e proviamo a cambiare qualcosa nella mentalità maschile? La scelta, in Sleeping beauties, viene fatta: quale sia, lo scoprirete a fine libro.

C’erano donne cattive e uomini cattivi; se esisteva qualcuno con il pieno diritto di affermarlo, quel qualcuno era Lila, che aveva arrestato parecchi di entrambi. Ma gli uomini si battevano e uccidevano di più. Ecco perché non c’era mai stata parità. I due sessi non erano pericolosi allo stesso modo.

Sleeping Beauties è un romanzo poco horror e un po’ supernatural, con qualche ammazzamento violento e un racconto un poco dark, un ibrido tra un romanzo apocalittico e una puntata di Ai confini della realtà. I King lo usano per veicolare una serie di loro opinioni e riflessioni politiche; questo ha creato nei fan americani una serie di scenari brutti di indigniazione che non sia mai che uno scrittore si metta a criticare nel suo libro la grande madre amerika. A me non ha dato fastidio: oltre a quello femminista, Sleeping beauties affronta su diversi piani e con una serie di riferimenti e battute molti aspetti dell’America di oggi: innanzitutto Donaldone Trump, poi le fake news (ribattezzate “false” news), la diffusione incontrollata di armi, e anche la questione della violenza razziale, più una serie di problemi sociali, che vanno dal bullismo a scuola alla dipendenza da droghe, dalla violenza domestica all’alcolismo in zone rurali disagiate e impoverite.

Lo consiglio, in sostanza? Sì. Se non avete mai letto il Re, però, ovviamente, non cominciate da qui. E’ come ascoltare Dylan per la prima volta partendo dall’album di Natale (che, per carità).

Baci.

Lorenza Inquisition

Sono un perdente, pensò. Beck deve avere composto la sua famosa canzone con me in testa. Eravamo tre contro uno, ma in ogni caso sono il re degli sfigati. Cominciò a zoppicare verso casa, perché la casa è il posto dove ritorni quando sei ferito e malconcio.