Inganno – Philip Roth #PhilipRoth

Einaudi, ET Scrittori
Traduzione di Raul Montanari 

Se avessi dovuto scrivere un commento su questo libro prima di arrivare ad un certo capitolo (che per me è stato illuminante), probabilmente avrei scritto che questo non è il Roth che io conosco e che mi piace.
Troppo confuso, frammentato, slegato.
Alla fine invece, sento di poter dire che questo è un esperimento letterario che arriva proprio là dove voleva arrivare, ovvero a sottolineare quanto labile sia il confine tra realtà e finzione.
E quanto tutte le vite possano essere “rubate” per farne letteratura…
Abbiamo 166 pagine di soli dialoghi…e all’inizio tu non sai chi è che parla, né con chi, né perché, né dove, come, quando…
Poi realizzi di essere al cospetto di due amanti adulterini, due personaggi in pieno “stile Roth”: lui professore/scrittore cinquantenne, americano ed ebreo (ma va???), lei inglese, trentenne, donna spigliata e intelligente, ma decisamente irrisolta.
Sembra di essere fra loro appena prima o subito dopo l’amplesso, quando la tensione è rallentata e loro necessitano di nutrirsi delle loro rispettive parole, delle loro storie.
Ma ad un certo punto ti perdi…
Entrano in scena donne ceche, polacche, amici profughi, mogli che scappano con uomini di colore, e sei tentato di lasciar perdere, di buttare il libro dalla finestra e non pensarci più…ma non lo fai.
Arriva quindi il capitolo in cui entra in scena la moglie dello scrittore che farà da snodo a tutto e questo ti porterà a dover ammettere che lui è proprio un geniaccio bastardo che destreggia realtà e immaginazione a suo piacimento per farci capire quanto tutto possa essere maledettamente vero e maledettamente falso allo stesso tempo, sulla carta, nei libri…ma anche nella vita.

“Io non vivevo con te solo durante quelle poche ore, avevo tutta una vita da vivere con te quando scrivevo. Avevo questa vita immaginaria e la vivevo con te mentre tu non c’eri. Tutto questo era così intenso.”

Non è il Roth che prediligo (finora “Indignazione” regna indisturbato sul podio)…troppo autocelebrativo, troppo per “affezionati”…ecco, se questo libricino capitasse in mani vergini al “Roth pensiero” probabilmente non riuscirebbe a dire tutto quel che ha da dire e genererebbe solo una gran confusione.

Quindi bene, ma per me non benissimo!

Antonella Russi

Morte di un commesso viaggiatore – Arthur Miller #arthurmiller #teatro

“Rimanere aggrappata a un sorriso o al lucido che hai sulle scarpe. E quando nessuno ti sorride più è la fine del mondo. Da quel momento cominci a sbrodolarti il vestito e addio, sei finito. Un commesso viaggiatore deve sognare. I sogni fanno parte del mestiere”.

Morte di un commesso viaggiatore Arthur Miller

Traduttore: G. Guerrieri
Editore: Einaudi

Categoria Sfida: Un libro che ti vergogni di non avere ancora letto

«Ogni tanto, per capire a che punto siamo arrivati conviene spegnere le urla dai talk show e passare una sera a teatro. Bastano pochi minuti dello spettacolo di De Capitani su Morte di un commesso viaggiatore per capire che in realtà siamo tutti diventati commessi viaggiatori, qualunque mestiere facciamo, qualunque mezzo di trasporto usiamo, l’auto o l’aereo o internet, siamo ruffianeschi e affabulanti venditori di merci e in particolare di una: noi stessi». Curzio Maltese

Forse mi vergognavo di non averlo letto perché viene spesso citato in università, al cinema, in altri libri, persino dai Simpson ed io non me ne ero mai interessato veramente, finché l’anno scorso leggendo Blonde della Oates mi sono appassionato a questa figura transitoria, quasi marginale della vita di Marylin Monroe, l’ex marito Arthur Miller, e ho finito per desiderare di leggere una delle sue opere di maggior successo: Morte di un commesso viaggiatore. Spesso rappresentato a teatro, a volte bandito come nella ex unione sovietica, altre volte inaspettatamente ben accolto come in Spagna, il testo di Miller ha avuto un seguito notevole.
È la storia degli ultimi giorni della vita di Willy Loman, raccontata attraverso i suoi occhi e quelli dei suoi figli, di sua moglie e del suo vicino di casa. Willy Loman è un rappresentante di commercio, sempre in viaggio per lavoro attraverso l’America. È un marito fedele, un venditore di successo, è molto benvoluto da uomini e donne ed è anche un bugiardo. Vive una vita irreale, convinto delle sue stesse fantasticherie pseudo perbeniste: si convince che spostarsi in viaggio per lavoro costituisca il fondamento dell’imprenditorialità americana o per lo meno di una vita invidiabile, quando in realtà detesta farlo e non guadagna abbastanza che per pagare i debiti sulla casa e gli elettrodomestici. Si convince che i suoi figli siano i veri eredi del “sogno americano”, belli, atletici e benvoluti da tutti, quando in realtà il figlio Biff, assuefatto dalle illusioni paterne trascura gli studi in nome di una più spendibile e godibile popolarità scolastica e viene bocciato in matematica, perdendo così l’occasione di diplomarsi e, negli anni a venire, di costruirsi una carriera,
come invece farà il figlio del vicino di casa, Bernard, meno popolare ma più sgamato negli studi e che per questo farà successo dopo la mancata popolarità del liceo; per non parlare dell’altro figlio Happy.
Ormai giunto al quasi traguardo della pensione, Willy Loman si troverà a scontrarsi con l’ineluttabilità dei fatti, che con gli interessi, verranno a chieder riscatto di tutti gli anni passati a bearsi di illusioni incoerenti, che lo hanno sprofondato nella miseria e nell’alienazione. Gli stessi figli saranno chiamati a fare una scelta: Biff seguirà il principio di realtà della vita adulta, accettando di essere un fallito rispetto agli standard del sogno americano, mentre Happy sembra propendere per il principio del piacere che lo porta a involvere a una condizione infantile, convinto che la felicità sia sempre dietro l’angolo e che la donna migliore sia quella che ancora non si è portato a letto e che quello che il padre non è riuscito a compiere in tutta una vita, lo riuscirà a finire lui.
Il paradosso del sogno americano è che Willy Loman vale più da morto che da vivo: per questo quando viene licenziato si uccide per fare riscuotere i soldi dell’assicurazione alla famiglia. Così alla moglie non resta che concludere sulla tomba del marito che il giorno del funerale è stato finalmente l’ultimo giorno in cui ha dovuto pagare il mutuo: Miller desidera proprio sottolineare con forza la mediocrità dell’americano tipo che cerca la fama, la ricchezza in qualche fantomatica El Dorado, in pindarici progetti sul lavoro, senza pensare neanche minimamente che una chance di essere felici anche senza fama e senza soldi c’è negli affetti familiari.
Malgrado tutto non è un testo deprimente, né didattico, né moralista perché quello che vuole rappresentare sono vari momenti della vita di quasi ogni uomo quando affronta la vita per quello che è, quando tutti gli insegnamenti che abbiamo ricevuto naufragano difronte all’imprevedibilità degli eventi.

“E ogni volta che torna la primavera, in qualunque posto mi trovi mi piglia, cosí, all’improvviso, la sensazione che non sto concludendo niente. Per Dio! Che diavolo faccio, lí tutto il giorno a cavallo, a quindici dollari la settimana! E ho trentaquattro anni, e devo pensare ai fatti miei! In quel momento, scappo, e via a casa! E quando sono a casa, eccomi qui; e che faccio adesso? Io che la mia vita me la volevo godere, ogni volta che torno qui m’accorgo che l’ho buttata via.”

Stefano Lillium