La macchia umana – Philip Roth #PhilipRoth #macchiaumana

#26: un libro che hai letto veramente in fretta

La macchia umana – Philip Roth

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi tascabili. Scrittori

Per le mie modalità di lettura solite, riuscire a terminare un libro in poco più di due settimane è davvero un record. Praticamente me lo sono bevuto.

“Noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui”.

Il romanzo di Roth prende le mosse dalla citazione di un paio di versi dall’Edipo re di Sofocle. La scelta di anteporre questa citazione all’intero romanzo implica anche un orientamento della sua possibile interpretazione. Citare Edipo, infatti, e intitolare il romanzo La macchia umana, portano il lettore ad un rapido collegamento che sull’onda della colpa e della vendetta si snoda dal tempo mitico dei Greci fino ad oggi. La lettura, quindi, si avvia su questo humus di rimandi più o meno sottili che trillano come campanelli nella mente del lettore: la domanda è unica a questo punto: di quale macchia stiamo parlando?
Durante la lettura scopriamo che ogni personaggio è portatore di una macchia, una e unica, ma allo stesso tempo universale, che deriva dalle generazioni precedenti, dai padri dei padri. E proprio in questo senso si staglia la citazione sofoclea: la macchia di Edipo non è un semplice errore che macchia la sua reputazione; è invece una tara che sarà destinata a perpetuarsi attraverso le generazioni, a cui nessuno potrà sottrarsi. Una macchia che va sopportata e scontata.
La macchia poi porta con sé la necessità della vendetta: tutto questo va identificato e posto alla pubblica gogna. Solo così la macchia può essere scontata e l’individuo può in qualche modo sperare di essere reintegrato nel consorzio umano.
Esattamente questo è quello che accade al professor Coleman Silk: la sua macchia, tanto nascosta e segreta, sarà anche ciò che, ironia della sorte (è proprio il caso di dirlo), il fato gli farà scontare, al ritmo di TUTTI SANNO.
Ma ognuno ha la sua macchia: Faunia Farley, Les Farley, Delphine Roux, Nathan Zuckerman. Una macchia personale, derivata di generazione in generazione, e probabilmente inscindibile dalla propria condizione umana.
Tutto questo si intreccia con le tematiche care a Roth, che coinvolgono le idiosincrasie e le ipocrisie dell’America secondonovecentesca. Il razzismo; il rapporto di potere uomo-donna; la tenda che ricopre la sfera sessuale che tutti però vogliono velata, se riguarda gli altri; insomma, la penna di Roth taglia come un bisturi la ferita purulenta dell’America moderna, esponendone la carne con ironia, puntando il dito contro ogni inconsistente formalismo.
Su tutto questo si innesta ancora una volta la grande abilità scrittoria di Roth: con una narrazione fluida, vivace, accattivante (sembra quasi che strizzi l’occhio al lettore); una scrittura piena e ricca (ridondante dicono alcuni, rigogliosa per altri), riesce a tratteggiare una serie di personaggi che sono un assemblaggio a tutto tondo di pregi e difetti. Anche i personaggi cattivi alla fine non sono dei cattivi in assoluto, si prova pena per loro: pur tratteggiati nelle loro pieghe peggiori, la loro verità crea in qualche modo empatia. Un esempio: Delphine Roux è insopportabile, ma è tratteggiata per risultare insopportabile; è credibile, è motivatamente una stronza; alla fine, è la sua macchia, ereditata e ineliminabile, a renderla così. E non si può che avere compassione per chi è costretto a cercare la perfezione solo perché la propria madre è perfetta in qualunque cosa.

Era il momento di cedere, di lasciare che questo semplice e ardente desiderio fosse la sua guida. Al di là della loro accusa. Al di là della loro incriminazione. Al di là del loro giudizio. Impara, si disse, prima di morire, a vivere al di là della giurisdizione della loro irritante, odiosa, stupida condanna“.

Marta Doppia M Masotti 

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