Philip Roth #PhilipRoth

Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.

Il 23 maggio 2018 è stata la giornata in cui abbiamo pianto un grande della letteratura, e che sia stato un gigante lo vediamo proprio dal fatto che anche persone che mai intersecano la loro esistenza social con un libro o della letteratura, oggi condividono il ricordo di una loro lettura di Roth. E così tanti hanno una lettura di Roth perchè era un grande che scriveva in modo relativamente semplice e diretto, perchè aveva uno stile elegante e temi forse scandalosi per certi periodi di pubblicazione ma molto umani, uno scrittore che parlava a tutti. Roth scriveva di vita, sesso, morte, fallimenti, infedeltà e morale; parlava dell’essere un ebreo, un americano, un uomo, e infine un uomo vecchio; soprattutto, sempre, parlava di esseri umani, stupidi, fallaci, imperfetti. Uomini.

Il New York Times cita oggi il fatto che Philip Roth sia stato l’ultimo del triumvirato dei sommi scrittori bianchi americani della seconda metà del ventesimo secolo, l’ultimo a morire e l’ultimo a continuare a scrivere, molto dopo Saul Bellow e John Updike. Come egli stesso diceva, “Updike e Bellow scrivevano avanzando con le loro torce accese per illuminare il mondo, per mostrarcelo nella sua dura realtà. Ma io, io scavo un buco, e ficco la mia torcia a illuminare quel buco.”

Spesso si associava il suo nome a quel Premio Nobel per la letteratura che sempre lo eluse; ma ha vinto praticamente tutti gli altri importanti premi letterari, alcuni anche più volte, il National Book Award, il Pulitzer e il Man Booker International Prize, il PEN/Faulkner Awards (tre volte) e il National Book Critics Circle; e, come dicevo, è stato molto amato da lettori di tutto il mondo, di ogni estrazione sociale e cultura, pur scrivendo di personaggi scomodi, antipatici, spesso impossibili da amare anche perchè era egli stesso il primo a dire che non è compito dello scrittore prendersi cura del lettore.

Dai sessant’anni in poi, periodo della vita in cui la maggior parte degli scrittori – e degli uomini- tende al riposo e al declino, ha prodotto due capolavori indiscussi, Pastorale Americana e La macchia umana, insieme a una serie ininterrotta di libri forse non perfetti ma molto intelligenti, di grande talento e introspezione. E anche prima, spiega Ross Miller, curatore della collezione di Roth per la Library of America, “Ha un avuto un periodo in cui non aveva rivali, particolarmente nel periodo da La Controvita (1986) al Complotto contro l’America (2004), una delle grandi sequenze di letteratura di tutti i tempi, dove ogni libro è di qualità superiore.”

Non è sempre stato uno scrittore amato, e anzi molti critici lo hanno trovato insopportabile, o almeno deplorevoli parti delle sue opere: misogino, autoreferenziale, un vecchio dinosauro (DFW). Forse non hanno del tutto torto, è vero che leggere un romanzo di Roth è leggere uno scrittore che parla di sè stesso, e certamente non aveva uno stile modernista o innovativo, nè particolarmente lirico ed elevato; la sua visione del mondo era in genere abbastanza tetra, specialmente nel periodo della vecchiaia. Il corpo, per Roth, era la vita; e per questo il suo declino difficile da accettare, e i suoi desideri, pur se sfacciati, scomodi e egotistici, da assecondare. Non è stato uno scrittore accomodante nè un uomo facile, ma i suoi difetti non tolgono valore alla sua opera.

Mancherà Philip Roth, mancherà tanto, anche se aveva smesso di scrivere dal 2010, una decisione sofferta ma anche liberatoria, che lui stesso aveva sottolineato appiccicando un post it allo schermo del computer: “La lotta con la scrittura è terminata”. Mancheranno le sue riflessioni sul desiderio e sulla gelosia, sul rimpianto e sulla nostalgia, sul rimorso e sulla difficoltà di far cadere l’oblio sul nostro passato, che rimane con noi in ogni istante, sull’incomunicabilità che ci divide dal prossimo e sul tetro pensiero della morte che man mano si invecchia diventa compagno di viaggio inseparabile.

Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo. (Pastorale americana)

Philip Roth è stato uno dei più grandi scrittori di letteratura contemporanea, per quello che ha scritto e per come lo ha scritto, per i suoi romanzi superbi,  impressionanti per la qualità della scrittura e l’intensità della trama, per l’arguzia e il sarcasmo che ha adoperato nell’affrontare temi scabrosi, o nel dissacrare valori profondi della società americana, per il cinismo e per la verità fuori dai denti che ha sempre onestamente travasato nei propri libri. E’ stato, è. Gli scrittori non muoiono mai davvero, e Zuckermann, piaccia o no, è ancora lì, con l’amaro disincanto e la lussuria, la solitudine e la nostalgia, la disperazione e la comicità che si fondono in una sublime mistura letteraria. Non si può morire senza aver letto Moby Dick, dicono gli americani; e io onestamente, penso, neanche senza aver letto Philip Roth.

“Ripetiamolo fino alla nausea, a chiunque. Deve farlo anche chi, come me, non ha certo letto tutto di Roth, anzi. Deve farlo anche chi di lui ha letto una sola cosa, ma da quella è rimasto segnato. Da quella scrittura che è ferita e infezione, gloria e sconfitta, carne e malattia, sguardo e ossessione.
Dobbiamo farlo, tentare di inoculare il dubbio di una grandezza che, Nobel o meno (chi cazzo se ne frega, del Nobel), ci riguarda tutti, ancora. Riguarderà tutti noi, ancora. Leggete Roth. Leggiamo Roth, cazzo.” Stefano Solventi

“Nella maggior parte dei casi, i lettori non estendono il giudizio etico sul personaggio fino a comprendere anche l’autore; sanno, a volte anche solo istintivamente, che chi scrive crea dei personaggi che gli consentono di mettere in scena dei problemi etici, e che questi personaggi non sono l’autore. Questa garanzia che esiste una distanza tra i personaggi e il loro autore consente allo scrittore di non preoccuparsi del giudizio etico di chi legge: di fatto, costruisce un parafulmine a pochi metri, o a qualche chilometro, da sé, e lascia che sia lui a incassare gli strali.

Ecco, Philip Roth in quasi tutti i suoi libri ha piazzato quel parafulmine dentro casa sua, nel suo letto, nel suo cesso, nella sua anima. Non ha fatto nulla per rendere chiaro che Zuckerman, o Portnoy, o Sabbath, non erano lui: ha portato questa ambiguità fino ai suoi limiti estremi, senza mai abbandonarla.” (Paolo Zardi)

Lorenza Inquisition

 

Lamento di Portnoy – Philip Roth #PhilipRoth #Portnoy

“Sto presentando la verità, o si tratta solo di pura e semplice kvetch*? O per la gente come me la kvetch è una forma di verità?”
* Masturbazione mentale.

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Il “Lamento di Portnoy” di Philip Roth si apre con una definizione che ne semplifica il contenuto, anticipandone le tematiche:

“Lamento di Portnoy [da Alexander Portnoy (1933)], disturbo in cui potenti impulsi etici e altruistici sono in perenne contrasto con una violenta tensione sessuale, spesso di natura perversa. Osserva lo Spielvogel: “Atti di esibizionismo, voyeurismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; come conseguenza della “moralità” del paziente, tuttavia, né le fantasie né le azioni si traducono in autentica gratificazione sessuale, ma piuttosto in un soverchiante senso di colpa unito a timore di espiazione, soprattutto nella fantasmatica della castrazione” (O. Spielvogel, Il pene perplesso, in “Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse”, vol. XXIV, p. 909). Lo Spielvogel ritiene che gran parte dei sintomi vadano ricercati nei legami formatisi nel rapporto madre – figlio.”

Quel che segue non è un romanzo di impostazione classica, piuttosto uno sfogo, il flusso verbale e verboso ininterrotto del protagonista che si apre allo psicanalista su un lettino d’analisi (mai copertina fu più azzeccata). Uno stream of conciousness che pervade il monologo – entro il quale fanno capolino dialoghi tratti da aneddoti di vita vissuta infarciti di parole yiddish -, dove molto spesso i punti sono sostituiti dalle lettere maiuscole. Un insieme di sequenze più che capitoli, che seguono il filo dei ricordi, divagando e tornando su temi solo accennati e in seguito ripresi e approfonditi.

Una prosa scurrile e irriverente, sarcastica e ricca di volgarità che scorre via come un treno, delineando la vita del trentatreenne erotomane ebreo ingabbiato nelle convenzioni della sua educazione religiosa e familiare in “un torbido flusso e riflusso dell’umano tormento”. E’ una scrittura squisitamente moderna e piena di rimandi storici e culturali, affascinante nonostante le continue oscenità di natura sessuale. Un romanzo terribilmente attuale. Sconvolge piuttosto pensare che sia ambientato nell’America dagli anni ’30 ai ’50 del secolo scorso. Lo si legge immaginandoselo scritto ieri, con la fissità della famiglia ebraica nella cittadina ghetto del New Jersey e del protagonista a spasso per le strade affollate di New York.
E che al di là dell’impatto scioccante del linguaggio e dei contenuti, lascia ampio spazio alla riflessione sul posto occupato dall’uomo all’interno della società corrotta e amorale.

“Sogni? Magari lo fossero stati! Ma io non ho bisogno dei sogni, Dottore, ecco perché difficilmente ne faccio: perché al loro posto mi ritrovo una vita del genere. Con me tutto accade alla luce del giorno! Lo sproporzionato e il melodrammatico, ecco il mio pane quotidiano! Le coincidenze dei sogni, i simboli, le situazioni orribilmente ridicole, le banalità dalla inquietante bizzarria, gli incidenti e l’umiliazione, i colpi di fortuna o di sfortuna grottescamente appropriati che il resto della gente vive a occhi chiusi, io li vivo a occhi aperti!”

Ispirata dagli accostamenti musicali degli altri lettori del gruppo, ne propongo uno a mia volta: “Why does my heart feel so bad?”, Moby
https://www.youtube.com/watch?v=o1Xsj9-3Pvo

Owlina

DESCRIZIONE

Dopo Operazione Shylock e Il teatro di Sabbath, il capolavoro di Philip Roth: un atto d’accusa non solo contro l’antisemitismo serpeggiante negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, ma anche contro le componenti più reazionarie dell’ebraismo. Un romanzo caustico e grottesco.

Lamento di Portnoy (in originale Portnoy’s Complaint) è un romanzo di Philip Roth pubblicato nel 1969.

Il romanzo è strutturato come un ininterrotto monologo del narratore, Alexander Portnoy, un ebreo americano, al suo psicanalista, il dottor Spielvogel, prima che quest’ultimo inizi la terapia prevista. Suddiviso in sette capitoli dai titoli alquanto esilaranti (Seghe e Figomania si intitolano nella traduzione italiana rispettivamente il secondo e il quarto), ha come filo conduttore l’alternanza dei piani temporali prodotta dalla rievocazione memoriale del protagonista-narratore: nevrotico, erotomane, morbosamente attaccato alla madre e alle tradizioni ebraiche, spesso peraltro dileggiate e contestate nei loro assurdi divieti, uomo di successo (secondo coordinate americane: è Responsabile di un dipartimento dell’amministrazione di New York contro la Discriminazione), eppure incapace di trovare un centro stabile e disperatamente alla ricerca di una moglie, una famiglia, dei figli. Da Newark a New York, dalla Grecia fino in Israele, Alex Portnoy si porta dietro le sue manie, i suoi tic, le sue idiosincrasie e le sue morbosità sessuali, alla disperata ricerca di una banale, ordinaria, normalità.

Un lungo monologo di 219 pagine, in cui il protagonista ci racconta tutta la sua vita: nascita, infanzia, adolescenza, ma soprattutto rapporti interpersonali. Ed è proprio questo che poi diventa pian piano il fulcro del racconto, il rapporto di Portnoy con le donne, e più direttamente con il sesso (e con l’autoerotismo). Logicamente come in ogni seduta psicanalitica che si rispetti il protagonista tornerà alle origini di questi rapporti complicati e, proseguendo con il racconto, arriverà al suo rapporto con la famiglia e in particolare con la madre. In tutte queste 219 pagine lo psicanalista non interviene mai (se non all’ultimo), lasciando quindi la palla completamente al protagonista che con uno sfogo totale, o meglio come dice il titolo con un lamento, si svuota di tutto il peso che sembrava tenere dentro da anni.
È un romanzo particolare perché non ha una conclusione e non ha neanche colpi di scena o personaggi che irrompono nel racconto, è un vero e proprio monologo, a volte infatti rischia di annoiare per la staticità (non credo infatti sia un caso se è solo di 219 pagine) in compenso però con il proseguo della lettura e con il venire a conoscenza di ulteriori particolari sulla vita di Portnoy alcune riflessioni risultano molto interessanti, quasi come se ci trovassimo di fronte ad una vera seduta psicanalitica (gli amanti della materia lo apprezzeranno sicuramente).
Un romanzo scritto come al solito in maniera scorrevole, usando un linguaggio confidenziale, che non lesina le parolacce o gli espliciti riferimenti sessuali (all’uscita ci furono diverse critiche proprio per questo motivo).