L’ultima spiaggia – Alex Garland #TheBeach #AlexGarland

– Sì, abbiamo fatto trekking. E poi abbiamo disceso un fiume in gommone. Noiosissimo. – sospirò.

– Noioso?

Etienne sorrise.  – Certo. Mi va di fare qualcosa di diverso. E tutti vengono qui e vogliono fare qualcosa di diverso. E alla fine facciamo tutti la stessa cosa.

The beach è un romanzo che ha avuto molto successo quando è uscito nel 1996, grazie a un accanito  passaparola nel mondo anglofono dei viaggiatori zaino in spalla e via, diventando in breve il loro “On the road” generazionale. E’ ambientato nel Sud-Est asiatico e celebra quello stile di vita libertario e un po’ libertino del viaggiatore giovane e fricchettone che odia i turista e cerca “l’esperienza autentica di vita sulla strada” e considerando che questa popolazione nomade e allegramente vagabonda è in numero costante generazione dopo generazione, era ovvio che spopolasse trai suoi esponenti. Qualche anno dopo c’è stata poi l’onda di ritorno del film con Di Caprio, che vedrò con una certa calma perchè me ne parlano tutti in modo abbastanza negativo. Il libro, mi sa, è meglio (ma va? ma dai).

Premetto che a me è piaciuto, e che lo trovo veramente ben scritto. Non lo definirei un must e nemmeno un mezzo capolavoro, ma è senz’altro un buon libro, e mi ha anche fatto riflettere.

Il protagonista è Richard, un ragazzo inglese di ventuno o ventidue anni. Il romanzo si apre con lui in arrivo a Bangkok mentre cerca alloggio per la notte in una bettola per saccopelisti; per caso viene in possesso di una mappa disegnata a mano che indica una serie di isole con un punto marcato in rosso indicato come The Beach, La Spiaggia.

Richard è un ragazzo per certi versi davvero sveglio, con una maturità acquisita sulla strada e nella vita. Si considera (e nel libro rappresenta) IL viaggiatore, che non sarà mai UN turista: disdegna i luoghi affollati, iper frequentati e inflazionati da anni di becero sfruttamento vacanziero, consulta le guide solo per le cartine geografiche, si concede intere settimane per esplorare una zona se gli va, in netto contrasto con il turista schiavo dell’orologio e del ruolino di marcia (dell’agenzia o autoimpostosi). La sua idea di divertimento in viaggio è passare le serate a fumare erba e bere alcolici, chiacchierando con qualche altro viaggiatore o buttandosi in uno degli innumerevoli dance party della zona, e le giornate a dormire in spiaggia sotto il sole. Non è propriamente ignorante, perchè anche se non frequenta musei e templi conosce l’aspetto economico e politico del Paese in cui risiede temporaneamente. E se non visita mostre e non gli interessa la storia, però mangia con la popolazione e in breve tempo è sempre in grado di comunicare con parole basi nella lingua del posto. Vede quindi molto di più di quanto solitamente un turista vede, e meglio. Al tempo stesso, in un certo modo, è comunque schiavo delle convenzioni: alla fine, pur volendo fare i viaggiatori alternativi, anche lui si ritrova a fare le cose che tutti, ma proprio tutti, fanno: surf di qua, rafting delle cascate di là, uscite in canoa di su, trekking sulle colline di giù. La triste verità che ogni viaggiatore deve ammettere è che anche se non si vuole seguire il turismo mainstream, ogni Paese è ormai domato, esplorato, incordato e incatenato: ma quello che tutti loro, e in fondo anche i turisti , vorrebbero, è l’avventura. Una vera avventura, di quelle che si sognavano da bambini: pirati, terre inesplorate, libertà, mare e vento nei capelli.

Questo è il prologo, e tutto il libro si basa su queste premesse. Nella mappa che un vecchio fattone ha lasciato a Richard è indicata una spiaggia mitica e meravigliosa, di cui a volte si favoleggia nei falò serali e alle feste nelle guest-houses, nel passaparola dei backpackers, nei racconti di qualche ubriacone perso dietro all’ennesimo spinello: una spiaggia inesplorata, che nessuna imbarcazione di turisti ha mai toccato, nascosta in un arcipelago di isolette che fanno parte di una riserva marina il cui accesso è per ora proibito al traffico vacanziero. In quel “per ora” sta tutta la filosofia di vita dei viaggiatori come Richard: una volta che comincia a sbarcare in qualche atollo inesplorato un turista con una guida, ne seguono altri, con altre guide che intuiscono l’affare. Poi il piccolo paradiso inesplorato arriva sulla Lonely Planet, e da quando esce l’edizione della guida con la menzione del suddetto atollo, la rovina è irreparabile: arrivano le cabine, gli ombrelloni, le collanine e la birra ghiacciata, e nulla sarà mai più come prima. Questo mi ha fatto molto sorridere perchè la Lonely Planet è la guida per eccellenza del viaggiatore auto-menarello che spregia i turisti pecoroni, e già vent’anni fa il vero saccopelista la considerava assoggettata al sistema. Comunque.

L’avventura che Richard e i suoi amici  inseguiranno è proprio la ricerca di questa mitica spiaggia, che troveranno dopo breve tempo per scoprirla abitata da una piccola comunità di hippie e vagabondi di varia nazionalità. Con la scoperta dell’isola troveranno anche, in effetti, qualche avventura e un raro tipo di felicità: la comunione con la natura, l’assenza quasi totale di tecnologia, lo spogliarsi di una serie di abitudini e convenzioni che l’uomo diciamo civilizzato porta inevitabilmente -e forse anche necessariamente- con sè. Tutto questo discorso, così come l’approccio viaggiatori verso turisti, sono aspetti che mi sono molto piaciuti, anche se ammetto che il pensiero di passare mesi su una spiaggia senza neanche un libro da leggere o il mio rock da ascoltare mi crea ansia, più che invidia e senso di Paradiso perduto e ritrovato. Al tempo stesso pur apprezzando a livello emozionale il discorso di tornare liberi e selvaggi e andare a vivere pei boschi per succhiare il midollo e blah, devo ammettere che sarà l’età, ma l’idea di vivere per sempre su una spiaggia dorata spinellandosi sera dopo sera come unico e massimo divertimento dopo un po’ comincia a perdere il suo fascino, per me. Vabbene la comunità in cui si viene a creare la vicinanza spirituale tribbale amicale che tutto può e tutto rasserena, e ok, ma che bello. Tuttavia anche qui, sarà l’età, ma dopo una qualche settimana a me scatta l’irritazione e il senso di volerli prendere a scappellotti sul coppino. Ma ce li avete due cristo di genitori a casa, un cazzo di amico, una qualche cosa da fare vagamente nel futuro? In ogni caso, ripeto, bello eh, ma la prima e unica verità che chi parte deve imparare è che dal viaggio si torna, prima o poi. E quando i nostri amici si sveglieranno, il risveglio sarà brutto assai. 

In ogni caso, gli aspetti che davvero non mi sono piaciuti del romanzo sono due: innanzitutto una certa deriva se vogliamo paranormale di cui non mi capacito, probabilmente non l’ho capita io, in cui la figura del fantasma del vecchio hippie si ripropone a intervalli regolari di tempo, e ha funzione tipo non so, guida alla Virgilio di Richard nel mondo dell’aldilà. Vi sono dialoghi col fantasma che ho trovato francamente spiazzanti, anche spiegati come proiezioni della mente di Richard per metà del tempo per me non hanno senso. Soprattutto sono troppi e verso la fine pure troppo lunghi.

Poi c’è un aspetto che in teoria ci collega a radici letterarie molto profonde, tanti lettori lo hanno esaltato come l’effetto Signore delle mosche, che per me è sviluppato male a dir poco. Dopo la metà del libro, come catalizzatore della vicenda c’è un brutto incidente, dove alcuni dei ragazzi rimangono feriti: la reazione di una serie di persone normali, e se vogliamo pure sgamate come Richard e i suoi pari, dovrebbe essere -legittimamente-  di tornare alla civiltà e cercare aiuto.  Qua viene invece introdotto l’elemento Siamo troppo selvaggi per cambiare, oramai. Questo aspetto scatena una serie di vicende conseguenti per me rese malissimo, incoerenti e appicciate in qualche modo alla trama che prende una deriva incoerente. Il signore delle mosche ha innanzitutto un aspetto che non si può sottovalutare, la giovanissima età dei protagonisti, e il sottotesto del romanzo è il crollo della civiltà nei suoi aspetti etici, morali e di profondi valori umani. Ne La spiaggia sono tutti più che maggiorenni e vaccinati, persone un po’ alternative ma non nichiliste, che si sforzano di ritrovare certi valori lontani dal mondo nella comunità e nella vicinanza con la natura. La deriva psicotico-esistenzialista proprio non mi ha convinto, immagino che l’autore volesse inviare un messaggio neanche tanto sottile sul pericolo di desiderare di vivere sull’Isola che non c’è senza responsabilità e senza impegno foreva and eva. Ma questo messaggio lo veicola tagliandolo con l’accetta, e questa parte del libro l’ho trovata del tutto assurda.

Garland rimane un grande narratore, per quasi tutto il romanzo, anche se si perde  lui stesso nei meandri delle proprie metafore e in labirinti di trama dai quali non sa uscire. Al di là di tutto, trovo che sia un libro che ha avuto un successo per certi versi immeritato, perchè ha venduto largamente nella comunità dei backpakers ventenni come se fosse la celebrazione del loro stile di vita fricchettone canne al vento giriamo il mondo zaino in spalla con autocoscienza senza grande consapevolezza e con la paghetta di papà che ci aspetta a casa. Per me, non lo celebra e certamente non lo glorifica, ne parla come tutt’al più di una fase anche molto poetica dell’esistenza umana ma che non può essere seriamente perseguita nella vita reale.

In ogni caso una lettura scorrevole e tutto sommato coinvolgente, che lascia diversi spunti di riflessione.

Lorenza Inquisition

Shantaram – Gregory David Roberts #shantaram #gregorydavidroberts #recensione

Qeusta è una recensione vecchia che ho dovuto ricicciare per farla leggere a due amiche che parlavano bene di Shantaram. Sciagurate! Intanto che la ricicciavo si è cancellato il vecchio post, e quindi la ripubblico, infatti era bellissima 😛

Ci sono libri che riscuotono oceani di consensi, lettori che si strappano le vesti e gridano al miracolo, scrittori gggiovani e alessie marcuzzie che fanno a gara per parlare del fortunato autore. Sono quei libri che o li ami o li detesti, non c’è via di mezzo. Nel mio posto dell’anima (de li mejo) andiamo a indovinare dove mi si piazza il gregory david roberts con la sua opra. Shantaram è un malloppone di 1000 pagine circa, un uber mega best seller del 2003 che è piaciuto a tutti, di cui si sono contesi a schiaffoni i diritti Johnny Depp e Russell Crowe, che narra le avventure di un galeotto, condannato per una serie di rapine a mano armata e narcotraffico, che evade dalla prigione australiana in cui è detenuto, e arriva a Bombay nei primi anni ’80. Qui si immerge nella malavita locale, apre una specie di clinica gratuita negli slums per i poveracci pur non essendo un dottore nè avendo mai studiato medicina (vabbè dai che ci vorrà mai), diventa il figlioccio bello di un signore mafioso, e generalmente con la sua stupendezza e intelligenza passa di avventura in avventura per 10 anni (il protagonista, avrete intuito, è di rara antipatia, narra in prima persona, è superconvinto e se la tirella). L’autore ha fatto la sua fortuna spacciando il malloppone come il romanzo della sua vita, anche se varie persone coinvolte hanno più volte dichiarato che metà delle cose raccontate non sono accadute, o sono successe ad altri, o non è proprio andata così e comunque chissenefrega. Ora, tutto questo a me importa relativamente. Leggo perchè mi piace, e se la storia è avvincente e scritta bene, non mi interessa se l’autore è un minchionazzo o si ddddhroga o arriva sempre in ritardo agli appuntamenti o vota trump. A me interessano due cose: prima di tutto, se scrivi un libro di 1.000 pagine, e non sei Stephen King o Victor Hugo o Tolstoj, la storia deve scorrere come una littorina ai tempi del mascellone, non avere tempi morti, poche riflessioni se non sai scrivere, e poche -MA POCHE- ciance. E seconda cosa, se scrivi un malloppone di 1.000 pagine e non sei King o Hugo o Tolstoj, sei proprio sicuro, ma sicuro sicuro sicuro, che servano tutte e mille, ste pagine? c’hai pensato bene? no perchè. Sicuro? Ecco. Shantaram è innanzitutto -purtroppo- un libro lunghissimo, e si sente. E’ un’opera prima, e in fondo si possono perdonare tante cose, ma quello che è davvero grave è che un editor abbia permesso di spalmare questa totale evanescenza per mille pagine. Dovrebbe essere in primis un romanzo di avventura, un feuilletton mega fantastico di rocambolesche cose che capitano a Bombay, una roba che scorre come un fiume in piena travolgendoti, e invece per la maggior parte è un fiumiciattolo lentissimo di riflessioni new age e cattiva scrittura che ti tirano fuori dalla storia, e ciò a me irrita e mi fa venire il nervoso e non ci siamo. La cosa peggiore del libro, comunque, sono le perle di filosofia spiccia che l’autore sente di doverci proporre a mazzi in ogni capitolo, ma la banalità di quello che riesce a tirar fuori, signora mia, non ve lo potete immaginare. Ci sono poi degli stereotipi nei personaggi (tutte le donne sono uber gnocche, c’hanno tutte l’occhio tenebroso e il passato arcano e parlano solo per frasi a effetto, e poi misteriosissime che però lui le guarda due minuti e le ha già inquadrate e TAAAAC snocciolamento di banalità filosofica), l’India è piena di poveri miserrimi però puliti e integri e generosi e quindi vi faccio un paio di pretenziose riflessioni di vita anche su ciò, i mafiosi sono delinquenti occhei ma però ci hanno un loro codice morale e chi siamo noi per giudicare e quindi vi ammollo due tre frasi filosofiche che ho giustappunto appena partorito che un saggio eremita tibetano mi spiccia casa, a me. In tutta questa abissale sofferenza scrittoria, devo però dire onestamente che ci sono anche momenti davvero evocativi, che sono poi quelli che ti spingono a resistere per tutta la mappazza. Innanzitutto Roberts ci porta piano piano (pure troppo, vabbè) alla scoperta delle sue varie Indie: prima quella degli occidentali che si trasferiscono per fare fortuna e i loro intrighi, maneggi, perversioni; poi, grazie al suo amico indiano, Prabaker, un grande personaggio, si entra nella vera India, quella dei locali che ci nascono e vivono, e infine si sprofonda nell’India più misera, quella degli slums e delle baraccopoli di Bombay. E’ qui che il protagonista diventa indiano scrollandosi di dosso l’Occidente, vivendo alla pari coi miserabili e i reietti, condividendone la miseria, le difficoltà ma anche la gioia, la comunione, la vera generosità di chi pur non avendo niente, sceglie di condividere il poco che può. C’è anche tutta una parte di redenzione umana nel momento in cui il nostro va a vivere in campagna per qualche settimana, dove scopre il semplice piacere di esistere lavorando la terra e capisce che il duro lavoro e i semi che germogliano sono tutto ciò che possiedi e nulla può aiutarti ad affrontare la fame e la paura del male se non la gioia silenziosa che Dio infonde nelle cose che sbocciano e crescono perchè Lui vede e provvede. Insomma zappa la terra e sii sereno. Ha un suo perchè. Ok, si poteva rendere in meno di novantaduemilatrecentosei parole, ma va bene. Qui comunque siamo solo tipo a pagina 192. Ne mancano uno sbirillione. E nulla ci verrà risparmiato in un enorme miscuglio di mattanze, torture, brutta scrittura, vero ammòre, sprazzi di filosofia à la Cosmopolitan, turpiloquio, azioni eroiche, autocompiacimento, agnizioni, e un altro cinquecentenaio di gran pezzi di riflessioni. Una sola cosa traspare onestamente, ed è l’assoluto amore che Roberts ha per l’India, ne è totalmente affascinato, e questa cosa essendo vera splende di vita propria, ti aggancia e ti fa innamorare a tua volta. Riesce anche, in alcuni punti, a farti riflettere su quello che è il tuo posto, come occidentale ma anche come essere umano, rispetto a una cultura e a un modo di vivere così lontani dai tuoi da risultare addirittura alieni, se non proprio ostili. C’è qualcosa nel modo in cui accetta senza troppi pregiudizi quel mondo, la gente, la lingua, il cibo, le usanze, un certo lasciarsi andare perchè il senso dell’essere in un altro mondo non è resistere ma provare ad accettarlo, per essere a propria volta accettati, che è davvero toccante. Però comunque rimane che non è legale far soffrire così laggente per mille pagine e quindi Roberts te avrai capito tutto dell’India e della crescita personale e soprattutto di come fare a vendere libri e perciò tanto di cappello però ti auguro una settimana di mal di panza e pantaloncini sudati sotto il sedere così andiamo in pari, e già so che stai pubblicando il seguito di Shantaram perchè mica sei scemo, però sistemalo un poco meglio, dai. Peggio non è che puoi fare, anche impegnandoti, penso. Lorenza Inquisition