NIENTE – Janne Teller

(Premio del Ministero della Cultura danese)

 

Niente – Janne Teller

Traduttore: M. V. D’Avino
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori

Un libro di 119 pagine con una copertina inquietante, che lascia già presagire che con il contenuto al suo interno non si scherza. E in effetti già all’ esterno questa piccola opera ha un suo magnetismo sinistro. Niente è un libro uscito in Danimarca nel 2000, arrivato in Italia nel 2004 grazie a Fanucci, con il titolo L’innocenza di Sofie. Successivamente – anno 2012 – è stato ripubblicato da Feltrinelli con il titolo attuale: Niente. Un giorno di fine agosto un tredicenne sale un albero di susine e si rifiuta di fare qualsiasi cosa perché per lui –  ha scoperto – niente ha senso, e quindi “è meglio non far niente piuttosto che qualcosa”. Ma la decisione di lasciare tutto non piace affatto ai suoi compagni di classe, i quali vorrebbero farlo scendere dall’albero e soprattutto farlo star zitto. Tacitamente, i compagni di Pierre Anthon iniziano ad interrogarsi sul senso e sul significato delle cose, ma soprattutto su quale sia il modo migliore per dimostrare l’esistenza di tale significato. Il significato in sé non viene in effetti nemmeno messo in discussione dalla classe, dal momento che tutti condividono a pieno l’idea di “diventare qualcosa, qualcuno”.

“Piangevamo perché avevamo perduto qualcosa e trovato qualcos’altro. E perché è doloroso, sia perdere che trovare. E perché sapevamo che cosa avevamo perduto, ma non eravamo ancora capaci di definire a parole quello che avevamo trovato.”

Il racconto ha la terribile semplicità delle parole dei bambini, essenziali e puntuali nell’arrivare al cuore delle cose, raccontandole semplicemente per quello che sono. Una narrazione scarna che asciuga tutto il superficiale per imprimere in ogni singola frase un significato indelebile. Ed è proprio il Significato il tema principale del libro. 12 ragazzini che cercano con tutte le loro forze di dimostrare che il Nulla, che sembra impregnare con la sua monotona vacuità e piattezza il mondo e la vita degli adulti, non esiste, e che un Senso e un Significato invece ci sono. Che loro sono qualcosa, che loro sono qualcuno. E ciascuno mette a repentaglio quello che ha di più caro per dimostrarlo, in una spirale climatica in cui la sofferenza e il superamento di ogni limite sociale, religioso e ideologico, sembrano non bastare mai. Tutto ciò che rimarrà, alla fine, sarà un po’ di cenere in una scatola di fiammiferi, e un sussulto di pancia. Perché, in fondo, il Senso forse non è una spasmodica ricerca o gara a chi dimostra di più, o a chi alza di più la posta in gioco, ma è proprio tutto quello che rimane quando non rimane più Niente.
Per me “Niente” è un vero e proprio romanzo di formazione, perché è proprio abbandonando tutti i simulacri imposti dal mondo degli adulti come pregni di significato, e facendo esperienza della realtà così com’è, con tutta la solitudine affettiva, la necessità di autosufficienza e l’atroce sofferenza che l’età adulta comporta, che questi ragazzi finalmente crescono.
“Il significato. Voi non ce ne avete insegnato nessuno. Perciò ce lo siamo trovati da soli.”

Giulia Casini

DESCRIZIONE

“Se niente ha senso, è meglio non far niente piuttosto che qualcosa” dichiara un giorno Pierre Anthon, tredici anni. Poi, come il barone rampante, sale su un albero vicino alla scuola. Per dimostrargli che sta sbagliando, i suoi compagni decidono di raccogliere cose che abbiano un significato. All’inizio si tratta di oggetti innocenti: una canna da pesca, un pallone, un paio di sandali, ma presto si fanno prendere la mano, si sfidano, si spingono più in là. Al sacrificio di un adorato criceto seguono un taglio di capelli, un certificato di adozione, la bara di un bambino, l’indice di una mano che suonava la chitarra come i Beatles. Richieste sempre più angosciose, rese vincolanti dalla legge del gruppo. È ancora la ricerca del senso della vita? O è una vendetta per aver dovuto sacrificare qualcosa a cui si teneva davvero? Abbandonati a se stessi, nella totale inesistenza degli adulti e delle loro leggi, gli adolescenti si trascinano a vicenda in un’escalation d’orrore. E quando i media si accorgono del caso, mettendo sottosopra la cittadina, il progetto precipita verso la sua fatale conclusione. Il romanzo mette in scena follia e fanatismo, perversione e fragilità, paura e speranza. Ma soprattutto sfida il lettore adulto a ritrovare in sé l’innocente crudeltà dell’adolescenza, fatta di assenza di compromessi, coraggio provocatorio e commovente brutalità.

Un gioco da bambini – J. G. Ballard #JGBallard #recensione

“In una società totalmente sana, l’unica libertà è la follia.”

UN GIOCO DA BAMBINI – J.G. Ballard
Casa editrice: Feltrinelli
Collana: Universale economica
Traduzione: Franca Castellenghi Piazza

Visto che tutti leggete Il condominio, in attesa che le acque si chetino per potermelo gustare senza pregiudizi mi sono riletta questo Un gioco da bambini, un romanzo breve del 1988 che presenta classiche peculiarità di trama à la Ballard: un microcosmo di gente ricca e colta protetto dal mondo esterno, le certezze della classe medio alta minate dalla realtà, la barbarie che subentra alla civiltà in modo violento e crudele.

In un lussuoso complesso residenziale abitato da ricchi professionisti dell’alta borghesia inglese tutti gli adulti vengono trovati massacrati, i loro figli di varie fasce di età dagli otto ai quindici anni scomparsi, svaniti senza lasciare traccia. La caccia all’uomo è massiccia, le ipotesi più fantasiose prendono piede, ma non si trova un colpevole. Le autorità inviano quindi sul luogo uno psichiatra, che messo sulla giusta strada da un laconico e disincantato poliziotto, in modo lucido e inorridito arriva infine a raccontarci la verità.

Non vorrei fare spoiler; il titolo in inglese è Running wild, ma tra titolo italiano e copertina, incomprensibili scelte di Feltrinelli, la verità è abbastanza intuibile; a dire il vero, in ogni caso, questo non è un giallo, e la suspence non è tanto data dall’arrivare a identificare chi sia il colpevole, ma di capire passo passo come il colpevole sia arrivato a tale orrida manifestazione di alienazione sociale e disadattamento esistenziale. E il “come” viene spiegato con una serie di ipotesi che portano a loro volta a varie domande, e penso che sia questo il vero pregio di questo libro e in generale di tutta l’opera di questo autore, le riflessioni che genera: come siamo arrivati a questo? siamo noi stessi a creare i nostri mostri? possono il troppo voler bene e il preoccuparsi sfociare in una forma di dispotismo? può un’educazione restrittiva impedire di fatto il vero esercizio della libertà?

E’ un romanzo di trent’anni fa, e come sempre Ballard propone un tema -per lo meno per i tempi – scandaloso e inquietantemente avveniristico; noi siamo più scafati e apatici, ma gli argomenti che discute sono attualissimi. C’è anche un importante richiamo a quello che è la realtà percepita dalle masse, o meglio alla realtà che le masse preferiscono ciecamente percepire, sempre e comunque; e a come l’opinione pubblica si volti sempre verso verità più comode da accettare anche se totalmente inconsistenti, quando la realtà è troppo dura da accettare.

Lo stile non so se è sempre riuscito: non direi che Ballard passerà alla storia per la bella prosa, e forse non ha idee veramente geniali. Ma quello che dice, anche se a volte pare tratto da un B-movie, riesce sempre a dirlo creando la giusta atmosfera, la precisa inquietudine, la fuggevole nostalgia per quello che poteva essere e non è stato.

A me è piaciuto, ma premetto che Ballard mi piace proprio; per i suoi standard, non è particolarmente disturbante, è un libro scorrevole che si legge in fretta, anche se non è di argomento leggero. Comunque, penso sia da leggere per le riflessioni che porta a fare, se non per la sua forza narrativa.

Lorenza Inquisition