Oggetto amoroso non identificato – Jonathan Lethem #jonathanlethem #oggettoamoroso

Editore: Tropea Collana: I mirti

“Sapevo che avrei dovuto sentire la storia alitarmi sul collo mentre sprofondavo nelle viscere dell’edificio…”

In un campus universitario, un premio nobel per la fisica e i suoi assistenti testano un nuovo esperimento, qualcosa di mai tentato prima che potrebbe aprire nuove frontiere della scienza. Qualcosa, però, non va come dovrebbe, un’anomalia, un risultato bizzarro, e tutto cambia, quello che doveva essere non è. È qualcosa di diverso e forse, anche più clamoroso di ciò che si aspettavano. E un giovane professore, di un reparto umanistico, scopre che la sua donna ama più il suo lavoro di lui. Letteralmente: lei è una fisica, e si è innamorata di quella specie di vuoto generato per sbaglio in laboratorio.

È in questo contesto di super menti che Lethem ambienta il suo terzo romanzo: un uomo, la sua donna e una serie di personaggi secondari costruiscono la trama di una storia che si focalizza sui sentimenti ossessivi e su elucubrazioni fisiche-sociologiche.

“Ero in orbita intorno ad Alice, una particella effervescente che ruotava intorno a lei.”

E’ un buon romanzo, piacevole, una storia d’amore molto tenera, fino a quando sonda le questioni sentimentali che si formano all’interno della storia. La genialità di Lethem non è certo una novità, ma forse qui non è in piena espressione. C’è qualche picco, ma la cronaca del lento abbandono è sciapa, la satira dell’ambiente universitario è pacifica, e il tutto è accompagnato da riflessioni più cervellotiche che penetranti.

Uscendo poi dal contesto dei rapporti tra esseri umani la storia diventa farraginosa, e non si ha un’idea chiara di dove voglia andare a parare.

” La coscienza crea la realtà. Solo quando c’è una mente che considera un mondo esiste un mondo.”

Il finale in tema fantascienza rivitalizza un po’ il tutto, chiudendo con un colpo di scena inaspettato.

“Non sono sicuro di esistere davvero se non sono sotto la tua osservazione”

Daniele Bartolucci

Storie della tua vita – Ted Chiang #Arrival #TedChiang #Frassinelli #recensione

Storie della tua vita – Ted Chiang

Traduttore: C. Pastore
Editore: Frassinelli

A gran voce mi è stata richiesta la recensione di questa mia fatica (Stefano Lilliu). La chiamo fatica perché gli ultimi sei mesi sono stati infinitamente complicati e il mio bilancio si è arrestato del tutto. Allora mi sono messa di buona calma e ho finito questo libro affascinante e colto.
Forse molti di voi lo conosceranno come “il libro di Arrival”, il film fantascientifico-linguistico del 2016. Andiamo con ordine.
Lo scrittore è un informatico, ma ciò non ha senso. Infatti potrebbe benissimo essere un linguista o un fisico applicato, o un matematico teorico. Ted è in grado di trasportarti non tanto in un mondo distopico, mistico o fantascientifico, ma in un’impostazione della mente capace di cogliere la scienza dietro la realtà, la lingua dietro il pensiero, e l’orrore dietro la storia passata e futura. Riesce a mischiare abbastanza brillantemente equazioni di Fermat e linguistica teorica, matematica degli infiniti e depressione, babilonesi e thriller. E dico ‘abbastanza brillantemente’ perché chi poi gli avrebbe potuto correggere nulla, sui deliri scientifici, ma scherziamo, no, mi sono dovuta fidare all’80%!
Dunque, comincio col dire che questo libro è fortemente consigliato (ma solo se vi piace moderatamente pensare e riflettere).
Tuttavia, rincaro la dose dicendo che io sono una linguista, e posso farvi una piccola recensione da addetta ai lavori. Innanzitutto, il film di Arrival mi è piaciuto in quanto thriller solo tangenzialmente divulgativo: non penso (come tanti miei colleghi) che abbia snaturato il mestiere del linguista, né penso che all’interno del film il ruolo della linguistica sia troppo marginale. È un thriller, un romanzo visivo, non un saggio né un documentario: e quindi, l’ho trovato gradevole e ho accettato che Hollywood abbia per una volta deciso di dipingerci in un suo lavoro. Nel film, ho trovato degli spunti a noi linguisti già ben noti e ho apprezzato quegli occhiolini diretti a noi e solo a noi. In fondo, per l’occhio esperto, si tratta della riesumazione della splendida teoria (quanto poi falsificata) del Relativismo/Determinismo linguistico di Sapir-Whorf (https://it.wikipedia.org/wiki/Ipotesi_di_Sapir-Whorf, a me molto cara), portata all’estremo in un tentativo pindarico di riflessione sulla natura della mente umana. Good job! Ho apprezzato molto.
Ecco, nel racconto da cui è tratto il film (e che da il titolo alla raccolta) Ted Chiang fa un passo ulteriore, e mischia (esplicitamente) la fisica variazionale alla linguistica (che invece è in posizione di minor rilievo, un occhiolino quasi nascosto). Ora, sulla verosimiglianza della parte fisica non posso esprimermi: però c’è da dire, nel complesso è un gioiellino. Un tripudio di riflessioni portate avanti in maniera de-complicata. E in realtà lo stesso di può dire anche per la maggior parte degli altri racconti.
Non ultimo elemento a cui Ted deve la mia stima sono le “Note sulle storie della nostra vita”, in cui uno per uno si sofferma sulla genesi, il pensiero chiave dei suoi racconti, dicendoci qualcosa di più su di essi e su di lui stesso. Vorrei che facessero tutti così!
Mi sento in vena anche di segnalarvi e descrivervi brevemente i miei racconti preferiti, cioè quasi tutti:
– Torre di Babilonia: un racconto di “fantascienza babilonese”, un thriller sumero. Imperdibile!
– Divisione per zero: un amaro racconto sui propri obiettivi.
– Storia della tua vita: ne abbiamo già parlato.
– Settantadue lettere: fantascienza giudea.
– L’inferno è l’assenza di Dio: un racconto straniante, teologicamente complicato e interessante.

Martta Loves