Cose fragili – Neil Gaiman #NeilGaiman #recensione

Ci sono storie nelle storie, sussurrate nelle orecchie nella quiete della notte, gridate sopra il boato del giorno, e recitate tra amanti e nemici, stranieri e amici. Ma tutte, tutte sono cose fragili, fatte unendo solo 26 lettere sistemate e risistemate ancora e ancora per formare racconti e immagini che, se glielo permetti, abbaglieranno la tua immaginazione e ti commuoveranno fin nel profondo del tuo cuore.

Storie fragili, Fragile things, è una raccolta di racconti e poesie del 2006, molti di questi già precedentemente pubblicati in varie riviste e antologie, e qui tutti riuniti per completezza.

L’ultima storia qui presente, Il sovrano di Glen, è una novella ambientata temporalmente alla fine di American Gods; la prima, Uno studio in verde smeraldo, è un racconto che intreccia i mondi creati da H. P. Lovecraft e da Conan Doyle, che ha vinto il premio Hugo per il miglior racconto breve nel 2004, e che per me è la miglior storia apocrifa su Sherlock Holmes che abbia mai letto, e ne ho lette, aaah se ne ho lette!

In mezzo a queste due bellezze ci sono altri venticinque pezzi, non tutti riuscitissimi, due o tre sono (sembrano) dei semplici abbozzi di futuri libri; poi ci sono le poesie, che personalmente apprezzo fino a un certo punto, nella fiction di orrore e fantasy.

Ma per il resto, è Gaiman: letteratura e occulto, horror e citazioni pop, Sheherazade e momenti di un certo sadismo, humor sottile e un poco di sesso. Si esplorano le relazioni tra i mondi intellettuali e quelli creativi, e la sottile linea che corre tra i sogni e le speranze perdute. Ci sono personaggi intensi e appassionati, ben scritti e imprevedibili, e molto umani pur nel loro stato di evidente inumanità. C’è tutto l’infinito talento di un autore che trae ispirazione dall’aver ricevuto in anteprima una sceneggiatura di Matrix o dal fatto che un amico editore gli ha richiesto un soggetto, da un quadro di Frazetta o da una pubblicità vista nella sala di attesa di una stazione ferroviaria di Londra, da un cd di Tori Amos o dal finale de Le Cronache di Narnia. In questi racconti ci sono fantasmi e Arlecchini, zombie e diavoli, alieni e un’araba fenice; però ci sono anche uomini e donne innamorati, bambini che studiano, ragazzi che si chiedono come superare la timidezza verso le loro compagne adolescenti e dodici brevissime piccine eppure perfettamente complete storie di donne.

Soprattutto, comunque, i racconti che più ho apprezzato -anche se in tutta onestà non ce ne sono di brutti, e nessuno mi ha davvero lasciato indifferente- hanno quell’elemento di imprevedibilità e potente estro creativo che per me caratterizza Gaiman come un grande scrittore, e che rendono davvero impossibile da un lato capire dove si sta andando a parare fino a che la storia non è finita, e neanche sempre, e dall’altro ne definiscono ogni lettura e interpretazione su una serie di livelli interessanti e mai banali.

I racconti, ci spiega Gaiman nell’introduzione, sono cose fragili, scritte su carta che scomparirà, illusioni create da sogni, che si spezzano come i cuori, e le persone, e che non possono durare nel tempo; ma le storie più belle sopravvivono, e a volte si trasformano. Non è detto che questo succeda per quelle raccolte in questo libro, perchè in fondo dipende da chi legge. Ma è comunque bello fare un giro nel loro mondo affascinante e bizzarro, gotico e un po’ onirico, che comincia dalla prefazione che nasconde un racconto che apre una porta, e si chiude su una scogliera in Scozia in un altromondo forse qui, forse un po’ spostato di là.

“I racconti, come le persone e le farfalle e le uova di usignolo e i cuori umani sono cose fragili, fatti con niente di più forte e duraturo che ventisei lettere e una manciata di segni di interpunzione. Oppure sono parole nell’aria composte di suoni e di idee – astratte, invisibili, che svaniscono appena pronunciate- e cosa può esserci mai di più fragile?  “

Lorenza Inquisition

 

La casa dei desideri – Rudyard Kipling

Si può liberare dal dolore chi si ama, prendendo su di sé il male di cui soffre? Davanti a un tè, due vecchie amiche scoprono che forse è possibile, se si va a bussare alla casa dei desideri.

kipling
Mi è stata regalata questa raccolta vintage, curata e introdotta da Borges nella sua collana di letture fantastiche “La biblioteca di Babele“, inizialmente per Franco Maria Ricci (1975-1985).
E’ una raccolta di cinque racconti, in cui il fantastico non sempre si manifesta in maniera eclatante; spesso si tratta di un’apparizione di spiriti che sconvolge (“Se i morti risorgono…e io l’avevo visto…allora…allora tutto può succedere” – Una madonna delle trincee); altre volte è accettato come fosse una contingenza, un potere superiore necessario (quello di prendere su di sé le sofferenze fisiche degli altri) senza starsi a chiedere da dove viene, se è benigno o meno (La casa dei desideri). Ne “L’occhio di Allah” non c’è l’elemento soprannaturale, ma l’invenzione scientifica anzitempo, in epoca medievale, del microscopio, che però viene ritenuta troppo avanzata e prciò distrutta (“Sembrerebbe che la scelta sia tra due peccati. Negare al mondo la luce che abbiamo in mano, o illuminare il mondo prima del tempo“; “Agli occhi di Madre Chiesa abbiamo visto più di ciò che è permesso a un uomo“). L’ultimo racconto, “Il giardiniere” sembra non avere assolutamente nulla di sovrannaturale, ma la forza evocativa della lettura rivela una verità enorme, che Borges preannuncia nell’introduzione: “La protagonista lo ignora ma il lettore lo sa“. E sta proprio lì la forza di questo racconto; mi ero chiesta: “Sarà vero? sarò in grado di cogliere quello che dice Borges?“. E se la risposta è affermativa è sicuramente merito di Kipling.

Arianna Pacini