Oggetto amoroso non identificato – Jonathan Lethem #jonathanlethem #oggettoamoroso

Editore: Tropea Collana: I mirti

“Sapevo che avrei dovuto sentire la storia alitarmi sul collo mentre sprofondavo nelle viscere dell’edificio…”

In un campus universitario, un premio nobel per la fisica e i suoi assistenti testano un nuovo esperimento, qualcosa di mai tentato prima che potrebbe aprire nuove frontiere della scienza. Qualcosa, però, non va come dovrebbe, un’anomalia, un risultato bizzarro, e tutto cambia, quello che doveva essere non è. È qualcosa di diverso e forse, anche più clamoroso di ciò che si aspettavano. E un giovane professore, di un reparto umanistico, scopre che la sua donna ama più il suo lavoro di lui. Letteralmente: lei è una fisica, e si è innamorata di quella specie di vuoto generato per sbaglio in laboratorio.

È in questo contesto di super menti che Lethem ambienta il suo terzo romanzo: un uomo, la sua donna e una serie di personaggi secondari costruiscono la trama di una storia che si focalizza sui sentimenti ossessivi e su elucubrazioni fisiche-sociologiche.

“Ero in orbita intorno ad Alice, una particella effervescente che ruotava intorno a lei.”

E’ un buon romanzo, piacevole, una storia d’amore molto tenera, fino a quando sonda le questioni sentimentali che si formano all’interno della storia. La genialità di Lethem non è certo una novità, ma forse qui non è in piena espressione. C’è qualche picco, ma la cronaca del lento abbandono è sciapa, la satira dell’ambiente universitario è pacifica, e il tutto è accompagnato da riflessioni più cervellotiche che penetranti.

Uscendo poi dal contesto dei rapporti tra esseri umani la storia diventa farraginosa, e non si ha un’idea chiara di dove voglia andare a parare.

” La coscienza crea la realtà. Solo quando c’è una mente che considera un mondo esiste un mondo.”

Il finale in tema fantascienza rivitalizza un po’ il tutto, chiudendo con un colpo di scena inaspettato.

“Non sono sicuro di esistere davvero se non sono sotto la tua osservazione”

Daniele Bartolucci

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Il Rosso di Marte – Kim Stanley Robinson #recensione #KimStanleyRobinson

Il rosso di Marte – Kim Stanley Robinson
Traduttore: M. Carità
Editore: Fanucci

La trilogia di Marte (Red Mars, Green Mars, Blue Mars) è un ciclo di romanzi di fantascienza scritti da Kim Stanley Robinson che narrano della colonizzazione e terraformazione del pianeta Marte. La narrazione si svolge seguendo dettagliatamente i personali punti di vista dei protagonisti (punti di vista spesso enormemente differenti gli uni dagli altri); decisamente più utopico che distopico, il racconto si focalizza sui progressi scientifici e sociologici dell’umanità.

I tre romanzi sono Il rosso di Marte (Red Mars, 1992, tradotto in italiano nel 1995), Il verde di Marte (Green Mars, 1993, tradotto in italiano nel 2016) e Il blu di Marte (Blue Mars, 1996, edito in italiano nel 2017).  Il primo romanzo, Il rosso di Marte, ha vinto il premio BSFA nel 1992 e il premio Nebula 1993; i romanzi Il verde di Marte e Il blu di Marte hanno vinto il premio Hugo rispettivamente del 1994 e 1997.

Questa è stata una ri-lettura di quello che per me è uno dei più bei romanzi di fantascienza mai scritti. Ne ho approfittato perché la Fanucci sta ristampando tutta la trilogia completa del ciclo di Marte, quindi riparto dal primo.
Una narrazione magnifica ed abbondante (questo primo volume è di quasi seicento pagine), personaggi pennellati con finezza, il paesaggio di Marte descritto con una cura ed un realismo che ti fa davvero credere di camminarci sopra (descrizioni basate sulla reale mappa del pianeta e sulle sue reali caratteristiche geofisiche e topografiche). Oltre a questo, la vicenda: una colonizzazione sofferta, quasi destinata ad essere incompiuta, ostacolata, dove tutti i conflitti della Terra si traslano inevitabilmente sul Pianeta Rosso non appena altri coloni giungono. Politica nel senso più ampio della parola, riflessioni sia sociali, sia scientifiche.
In particolare, quest’ultimo aspetto è trattato in modo realistico, verosimile. Al punto da classificarsi pienamente come “hard science fiction”, prerogativa in genere di autori con un solido background accademico di tipo scientifico.
Robinson invece è un umanista, nel senso più esteso della parola, non ristretto soltanto al significato di istruzione letteraria o simile: è evidente che non teme di sporcarsi le mani con conoscenze diverse, proprio come gli umanisti del Rinascimento; conoscenze che inserisce nella sua riflessione su ciò che l’umanità può fare per migliorare la sua condizione. In questo caso, cosa può fare nel caso della colonizzazione di un pianeta senza vita e quali conflitti deve affrontare per realizzare una nuova utopia. Nonostante tocchi temi potenzialmente “grevi” per un pubblico magari più interessato a una lettura di svago, il libro ha secondo me un equilibrio tematico bilanciato. Unica lieve critica alla narrazione sono le lunghe pagine di descrizioni di paesaggi marziani multicolori che talvolta richiedono pagine e pagine, che possono condurre a momenti di noia. Ma secondo me è un piccolo problema comunque affrontabile, controbilanciato da personaggi interessanti e da una architettura narrativa molto ben pianificata.

Alex Grigio