Uomo nel buio – Paul Auster #PaulAuster #Einaudi

Un libro apologetico sul valore terapeutico dell’invenzione e della narrazione e sull’ineluttabile avvento del reale.

August Brill ha 72 anni, ora vive nel Vermont a casa della figlia per rimettersi da un grave incidente d’auto. Nelle notti d’insonnia tiene occupata la mente immaginando storie che lo conducano lontano dalla sua vita, da ciò che vorrebbe dimenticare: la recente morte della moglie e l’orribile assassinio in Iraq del fidanzato della nipote che laggiù lavorava in un impresa di costruzioni. Sdraiato nel buio, immagina un’America dilaniata dalla guerra civile scoppiata nel 2000 durante la prima contestatissima elezione di Bush; un’America parallella nella quale non è avvenuto l’attentato dell’11 settembre. Mentre il destino del protagonista della storia fantapolitica diventa sempre più incerto, la nipote, anch’essa insonne, raggiunge il nonno e August capisce che non può più sfuggire ai racconti veri, alle vicende della sua vita.

Allora, eccoci qua. E’ la prima volta che scrivo di un romanzo di Paul Auster nonostante sia colui che mi piace definire “lo scrittore che mi ha salvato la vita” mi fosse capitato tra le mani un libro della Mazzantini quando ho ripreso a leggere probabilmente starei recensendo a monosillabi una partita di calcio in qualche gruppo appunto di calcio.

Il romanzo – breve, appena 150 pagine- non è proprio un romanzo e probabilmente resta uno dei pochi dimenticabili del grande scrittore della gente di Brooklyn, è più un parlare in libertà della vita, della morte, dei sentimenti, una discussione tra amici.
August Brill è un critico letterario settantenne, da poco vedovo, trasferitosi a causa di un incidente a vivere a casa della figlia, recentemente abbandonata dal marito, e della nipote Katye, vedova di guerra.
Brill soffre di insonnia e per passare le notti inventa storie che non scrive ma pensa solamente, una delle storie occupa gran parte del romanzo; l’altra parte è dedicata al racconto della storia della relazione di Brill con la sua compagna – La nonna di Katye – che viene raccontata alla nipote durante una delle notti in cui entrambi non riescono a dormire.

Insomma da un lato niente di che, il solito scrivere di Auster, quando lo leggi il Paolino sembra che lui ti sia accanto sul divano e sia proprio li, in quel momento a parlare con te, e anche se la storia non ha mordente e non ti emoziona per trama e originalità il suo modo di scrivere e l’opinione che ha delle cose a me lascia sempre senza fiato, e come in tutti gli altri suoi romanzi mi fa scendere lacrimotti a fiotte, come se io fossi una ragazzina di 13 anni invece che un un uomo di 43.
Non saprei se consigliarvelo oppure no, non so essere obiettivo su Paolino, se lui scrivesse le sue vicende di quando va a fare la cacca la mattina e le pubblicasse io sarei all’apertura della libreria il giorno dell’uscita de ” Le mie vicende di quando vado a fare la cacca la mattina”, quindi bo, fate vobis.

 
Daniele B.
 
Tre solitudini profonde, che nel cuore della notte cercano di costruirsi nuovi mondi e nuove certezze, nel vano tentativo di ignorare la vita reale e la sua profonda tristezza.
Mentre i rumori della lunga notte fanno cigolare gli stipiti delle porte e le assi del pavimento, August brancola nel buio, indeciso se far vivere i suoi sogni o soccombere ai suoi intenti più reconditi. Ma la realtà si rivelerà ben più complessa delle elucubrazioni di un vecchio scrittore, e la vita, ancora una volta, coglierà di sorpresa l’uomo e gli infiniti mondi che si è fabbricato.
Un romanzo che, ancora una volta, offre un saggio della profondità di Paul Auster, capace di penetrare in ogni piega dell’esistenza, di leggerne i segnali più nascosti e restituirceli in tutta la loro cristallina limpidezza. Un libro sulla vita e sulla morte, labirintico come un incubo e criptico come l’inconscio, da leggere e da rileggere, con lentezza, assaporandone ogni singola, illuminante frase.
 
Traduttore: Massimo Bocchiola
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione:2008

Le onde – Virginia Woolf #VirginiaWoolf

Leggere Le Onde è come sedersi nel cervello di qualcuno e ascoltarlo pensare.

Sei amici si alternano in un monologo. Nei loro soliloqui “dicono” fatti, vite, storie, e “pensano” riflessioni e sogni: la scuola e i giochi, i segreti e gli abbandoni, le rispettive famiglie e i desideri. Le voci si confondono in un unico fiato, come un’onda che racconta l’esistenza di ciascuno dei sei, e non solo la loro. Le onde sono la forma di questo romanzo: le onde del mare, della luce, del tempo, dell’emozione, dei gesti e dei dolori. Lo “stream”, il fiume, della coscienza.

Romanzo pubblicato nel 1931, dopo l’Orlando,  Le onde fu subito salutato dal critico Edwin Muir come opera profondamente e consapevolmente innovatrice, nella quale ormai «la Woolf rifiuta totalmente la caratterizzazione dei personaggi in senso tradizionale», concentrandosi «sulle realtà permanenti» al di là dell’ illusoria rifrazione temporale. E da noi Mario Praz notava come la volontà musicale della Woolf in questo romanzo fosse rapportabile agli effetti cercati da Umberto Saba nella sua raccolta poetica più aerea, Preludio e fughe del ’28, dove parimenti «ciascuna voce è espressione di un diverso carattere, di una diversa attitudine di vita»; ma, aggiungeva Praz, «senza voler per questo far torto all’arte del Saba, dirò che le sue “fughe ” stanno ai soliloqui della Woolf nello stesso rapporto di un suono di spinetta a quello di una piena orchestra».

E’ un romanzo intensamente poetico, dalla lettura impegnativa, strutturato sotto forma di soliloqui dei sei protagonisti della storia, sei amici, tre donne e tre uomini, sei toni, sei note appunto, nessuno mai descritto, ognuno raccontato attraverso una fitta serie di sue proprie sensazioni, emozioni (ciascuna delle quali è a sua volta un mondo in miniatura di altro e più profondo e così via), ricordi. La settima nota è il settimo personaggio del libro, che però non sentiremo mai parlare con la propria voce, ma solo attraverso i pensieri degli amici ( e i pensieri dei loro pensieri e ricordi).

E’ un libro stupendo, profondo, intelligente, poetico. Si legge come una poesia in prosa, con calma, lasciando che lo stream of consciuosness ti conduca dove gli pare, perchè la letteratura alta richiede del tempo. Per me è stata una rilettura, e credo che anche se lo leggessi altre sei volte non potrei mai comprenderlo tutto: la vita evocata attraverso le percezioni emotive e razionali di ogni personaggio, le loro domande sulla propria esistenza e su dove si intersechi con quelle degli altri, risposte infinite dall’infanzia all’età adulta, accettando con sgomento la consapevolezza della propria unicità e al tempo stesso della molteplicità dell’esperienza umana.

(…) attimi di estasi, di senso assoluto esplosi nell’esistenza dei personaggi: attimi e stati di grazia quasi continui nell’infanzia e poi sempre più rari nell’età adulta, simili a soli baluginanti dal fondo dell’ acqua limacciosa della routine, dell’«abitudine che ricopre tutto», spegnendo tanto la meraviglia quanto l’angoscia dell’esserci.

La Woolf seleziona le onde, al lettore il compito di comporre il mare.

“Da quando il primo raggio dell’aurora tocca la terra e illumina una storia che in quell’attimo prende vita, fino al ritorno della storia nel grembo del tempo. Quanto viene narrato è sempre e accade incessantemente perché, se il tempo è una dimensione, passato, presente e futuro siamo noi a percepirli come distinti, non l’eternità dove la creazione accade ogni istante. 

Superata l’emozione iniziale, le prime parti  in particolare irradiano una tale bellezza da lasciare stupefatti, leggetene dunque una al giorno, il buon consiglio è di Citati, oppure ritrovatevi insieme, in sei più una sedia vuota… Sedetevi in cerchio e ascoltatevi leggere fino a dimenticare quel che state facendo, chi siete, assecondando soltanto i flussi della partitura fino a poter assaporare, almeno per un po’, la bellezza di essere una semplice onda, senza tempo, senza fine.” Augusto Petruzzi, Critica Letteraria

 Lorenza Inquisition