Il bacio della donna ragno – Manuel Puig #recensione #manuelpuig

“Che c’è di male a essere come una donna? Perché solo le donne dovrebbero essere sensibili? Perché non un uomo, o un cane, o un gay? Se ci fossero più uomini a comportarsi come donne, non ci sarebbe tanta violenza”.

Il bacio della donna ragno è un libro stupendo, intenso, magistrale nei dialoghi e nella descrizione dei due personaggi.

In un carcere argentino, durante la dittatura militare del 1970, convivono nella stessa cella un omosessuale, Luis Alberto Molina, condannato per corruzione di minori, e Valentin Arregui Paz, un militante politico arrestato per attività sovversiva in fabbrica. Due mondi diversissimi: l’omosessuale Molina, sentimentale, frivolo, “femmina”, votato completamente all’anziana madre, sensibile e sognatore che abbellisce la realtà abbandonandosi a fantasie romantiche. Valentin è etero, marxista e rivoluzionario, attivista politico, votato solo alla causa e refrattario a sentimentalismi e innamoramenti, considerati come ostacoli e distrazioni alla realizzazione dell’ideale rivoluzionario e dell’opposizione alla feroce dittatura argentina. Il tempo in cella non passa mai, e in mancanza di argomenti comuni di cui parlare Molina s’improvvisa narratore di storie, racconta trame di film che ha visto, che parlano di amori impossibili, donne algide e bellissime, vestiti stupendi e paesaggi incredibili, e il flusso ininterrotto di parole diventa come la tela di un ragno che alla fine unisce entrambi gli uomini e li cattura, coinvolgendoli in una compenetrazione dei due caratteri.

E’ un libro del 1976, che idealmente è lecito pensare ispirò Ho paura torero di Lemebel, pubblicato nel 2001; ma al di là di un’analogia superficiale della trama, un omosessuale di mezz’età che si innamora di un rivoluzionario, non ci sono altri punti di contatto (anche perchè in questa storia la relazione tra i due personaggi è reale, e i sentimenti di fondo reciproci). Letterariamente, Il bacio della donna ragno è superiore, la scrittura è una prosa sperimentale che si articola in una serie di prove stilistiche: liriche descrizioni dei film di cui parlano i due protagonisti, dialoghi fitti come in un copione teatrale, improvvisi flussi di coscienza, lunghi elenchi, nutrite note a piè pagina sulla genesi e psicanalisi dell’omosessualità, un ultimo capitolo scritto come un rapporto di polizia, tutto teso a far convergere sulla pagina il racconto di una diversità individuale, sessuale ed ideologica, e il bisogno e la capacità squisitamente umane di trovare un canale di comunicazione e annullare le differenze.

Attraverso i racconti dei film, fantastiche, iridescenti, favolose esposizioni di nuovi e incredibili mondi, i due protagonisti di fatto evadono dalla costrizione fisica e psicologica a cui sono sottoposti, a poco a poco prendendo coscienza e realizzando che entrambi possono completarsi, e persino migliorarsi, laddove ideologia ed individualità, sessualità e sacrificio sono alla fine soprattutto, e per entrambi, profondo desiderio di un contatto umano. La coabitazione carceraria li spinge a parlarsi, a conoscersi, e infine a “vedersi” completamente, travalicando pregiudizi e portandoli a scoprire prospettive nuove da cui considerare la vita ed i rapporti con gli altri (e in primis tra loro due), ancorché limitati dalla detenzione.

Il libro è bello, originale, poetico, la narrazione davvero evocativa: al di là dell’esperimento letterario, Puig fonde diversi temi, il fascino del cinema, la propria passione per il mélo, la critica della repressione sessuale, la denuncia di metodi polizieschi e antiterroristici che in Argentina comprendevano non soltanto la manipolazione psicologica e il ricatto, ma la tortura e l’omicidio. E infine, le numerosissime e voluminose note che accompagnano il racconto, tutte incentrate sull’analisi storica e psicoanalitca dell’omosessualità, pongono il libro anche su un piano non narrativo, e più decisamente socio-politico, perché svolgono una serrata verifica delle teorie sulla omossessualità che Puig sentiva di voler legittimare.

La pubblicazione non fu delle più facili: consulenti ed editori di taglio “militante” non potevano apprezzare la trama di simpatia che sfocia nella tenerezza travalicando pregiudizi tra i due protagonisti, fino allo “scandalo” della consumazione di qualche rapporto tra di loro (un turbamento anche peggiorato dal fatto che la “checca” dimostra in qualche situazione una certa superiorità umana se non morale nei confronti del rivoluzionario).

Il regista Hector Babenco ne trasse un film di successo mondiale nel 1985, dove per il ruolo di Molina fu scelto William Hurt, che vinse l’Oscar come migliore attore, e Raul Julia nell’interpretazione di Valentin. I film che vengono narrati sono Cat People (1942) di Tourneur, Die große Liebe (1942) di Rolf Hansen, Hipocrita (1949) di Miguel Morayta, e un altro di Tourneur, I walked with a zombie, solo però parzialmente citato, il resto è immaginazione di Puig. Ci sarebbe da aprire tutto un altro dibattito sui film scelti, ma mi fermo. Mi inchino, ma mi fermo.

Libro straconsigliato.

Lorenza Inquisition


 

 

Una questione privata – Beppe Fenoglio #recensione #beppefenoglio

fenoglio

La villa.
La vedo.
Il cuore mi esplode in petto.
Anzi no, il cuore non batte, sembra latitante in petto.
Fulvia, stesa a terra, le sue trecce, le ciliegie appena colte.
Scrivimi una lettera, ti ha detto, Milton, devi scrivermi, voglio una tua lettera, un’altra.
La voglio sempre.
Perchè tu forse sei brutto, Milton.
Sei secco, allampanato, sei curvo di spalle, pallidissimo come una luna pallida e offuscata.
Ma no, chi dice che sei brutto lo dice perchè non ci riflette.
E comunque nessuno ha i tuoi occhi, e nessuno sa scrivere come te.
Sei Cyrano e Don Chisciotte.
Avanzi nel fango.
Fino alle ginocchia.
Blocchi di fango alle caviglie.
La nebbia negli occhi e nel cuore.
Lei ti amerà o avrà virato l’anima verso il tuo amico?
Ricchezza e povertà, nobiltà d’animo e aridità di cuore, rossi e azzurri, tutti insieme.
Mischiati in questa guerra maledetta.
In cui nemmeno si distinguono amici e nemici.
Ci vuole la parola d’ordine sempre.
E per farti dare un tozzo di pane devi dimostrare chi sei e chi sei stato.
C’è una gerarchia sempre e comunque.
Mille bandiere diverse.
Invidie, gelosie, rancori.
Ho fatto più di te, no non è vero.
Non me ne frega niente, io voglio la verità e basta.
Non mi importa della guerra, di Mussolini, quel bastardo.
Niente conta se non c’è Fulvia.
O meglio, se Fulvia mi ama, allora sì, che tutto ha un senso.
Anche questa guerra, questo fango e questo sangue mischiati, hanno senso.
Questi uomini da guerra che hanno 14 anni.
E chi ne ha 25 è un vecchio, senza speranze, e il valore è deprezzato, merce in scadenza.
Anche prendere alle spalle un poveraccio di un nemico, ha un senso.
Fulvia conta più di Giorgio.
Ti serve un corpo da scambiare per un altro.
Non importa chi. Non importa nemmeno che faccia abbia, e non importa che vita abbia passato, il perchè si trovi davanti alla tua strada.
Non ce la fai. E’ troppo difficile.
La pioggia ti martella le tempie.
Ti entra nelle ossa.
Vuoi maledire il mondo, vuoi urlare al cielo.
E non lo puoi fare, il nemico è vicino.
Non ce la faccio. No, devo farcela.
Dio mio, la testa tra le mani mille volte.
Chiudi gli occhi e te la premi, per farne uscire il ricordo dei suoi occhi.
Non puoi dimenticare, Milton, non li devi dimenticare.
Se dimentichi i suoi occhi, sei morto.
E continui a cantare Over the rainbow.

“Ho camminato tanto, ma sono sempre lo stesso, Fulvia.
Sono scappato e ho inseguito.
Mi sono sentito vivo come mai e mi son visto morto.
Ho ucciso, e ne ho visti uccidere.
Ma io sono sempre lo stesso.”

Musica: Over the rainbow, Judy Garland

https://youtu.be/MXJ2Q0F8H80

Carlo Mars