Il grinta (True Grit) – Charles Portis #Western #West fratelli #Coen #JohnWayne

Western atipico, dal taglio classico ma moderno e ben scritto, True grit è piuttosto noto negli Stati Uniti come esempio di letteratura canonica americana sulla scia di Mark Twain. Infatti ne hanno tratto due film, uno, il più noto, del 1969 con John Wayne (che per il ruolo vinse l’unico Oscar della sua carriera), e l’altro del 2010 dei fratelli Coen, con Jeff Bridges che mostra di avere sempre da qualche parte dentro di sè tracce del Drugo.

E’ un romanzo del 1968, che rinnova l’epopea del western con inventiva e personaggi di carattere: la protagonista è Mattie Ross, una ragazzina di quattordici anni, con moralità (e citazioni sempre pronte alla bisogna) da Vecchio Testamento, e un cervello di prim’ordine. Il padre, mentre è lontano per una compravendita di cavalli, viene ucciso durante una rapina; la madre è prostrata dal dolore e comunque ci sono due fratellini piccoli da accudire, e Mattie si assume il compito di andare a recuperare la salma e occuparsi delle varie pratiche. Mentre è in viaggio, scopre che l’assassino del padre è fuggito nei Territori Indiani, che non sono (ancora) parte degli Stati Uniti, e dove quindi non esistono forze dell’ordine o autorità, e capisce che le probabilità che il criminale venga arrestato sono quasi nulle. Decide quindi di assumere uno Sceriffo, un cacciatore di uomini, per accompagnarla nell’impresa di trovare l’assassino e portarlo alla giustizia americana. Si fa suggerire il più spietato di tutti, Rooster Cogburn, che è sì coriaceo e temibile con le armi, ma anche ubriacone e panzone, senza un occhio, con due baffoni da tricheco, piuttosto vecchio e prono alla violenza; ma Mattie lo ritiene comunque adatto alle sue esigenze, perchè con una sua morale e varie abilità. E così l’improbabile coppia, tra battibecchi, citazioni delle Sacre Scritture e racconti della Guerra civile, sigla un contratto. Già così sarebbe un western piuttosto fuori dagli schemi, ma al dinamico duo vecchio cacciatore/ragazzina si aggiunge un terzo elemento, un Ranger più giovane e altezzoso, anche lui sulle tracce dell’assassino. Nessuno dei tre sopporta realmente gli altri due nè se ne fida fino in fondo, ma partono comunque per la missione, per la strada imparando pian piano a conoscersi e rispettarsi.

Stilisticamente è estremamente efficace, tanto che spesso viene presentato in corsi di scrittura e piani di studio (non solo in America): il romanzo è un monologo, narrato da Mattie cinquant’anni dopo l’assassinio del padre, quindi raccontato dalla sua voce di vecchia zitella. Ma nei suoi ricordi le avventure tornano fresche come la ragazzina quattordicenne che le ha vissute, e così ce le racconta, senza che il lettore realizzi mai consciamente la transizione. Non solo: sempre attraverso le sue parole parlano gli altri due personaggi principali, il vecchio Cogburn e il più giovane Ranger LeBoef, e riusciamo a “vederli” sempre e comunque attraverso gli occhi di Mattie adulta e ragazzina, e sempre senza che ne accorgiamo, mentre leggiamo. Veramente ben scritto.

Questo è uno dei tanti romanzi che nel corso del tempo è stato surclassato dal (o dai) film che ha generato: se qualcuno ha mai sentito parlare del western Il grinta, si ricorda John Wayne, non Mattie Ross. Ed è un peccato perchè è un personaggio letterario davvero da conoscere: sincera, diretta e risoluta, involontariamente comica con le sue irresistibili eccentricità, pronta a minacciare improbabili ricorsi legali e che non lesina le proprie opinioni alla luce della Bibbia. E’ lei che affronta senza paura notti all’addiaccio, agguati notturni, gallette stantie e dolori al fondoschiena dopo giornate a cavallo, senza perdersi d’animo, e non senza umanità: è “una gran rompicazzo” per citare un critico letterario, però non manca di commuoversi alla giovane età di un bandito morto, un ragazzo poco più grande di lei. E’ lei, infine, che ha la vera grinta, il “true grit” del titolo originale, che solo nella traduzione italiana è rivolto al personaggio maschile.

Consigliato a chi ama i western, e anche a chi non li ama, perchè la sua atipicità lo discosta gradevolmente dal genere canonico.

(premetto che l’ho letto in inglese, non ho idea di come siano traduzione/edizione italiana)

Lorenza Inquisition

Traduttore: M. Rossari Editore: Giano Collana: Blugiano

Pubblicità

Dio di illusioni – Donna Tartt

Dio di illusioni di Donna Tartt.
Vi avevo promesso fuochi d’artificio, ma penso che fosse perché ero in vacanza in montagna e avevo troppi zuccheri nel sangue. Poi però l’ho finito, grazie alle mie notti agitate e della mia tigna (forse essa stessa causa delle mie notti agitate?) e ora mi accingo a una breve recensione.
Il libro è ambientato in un college – esclusivo ma non troppo – del Vermont, in cui alcuni ragazzi inspiegabilmente scelgono, senza costrizione alcuna, di studiare il greco antico. Il loro professore è stravagante ma amatissimo e le lezioni si svolgono in un autentico clima da accademia platonica. Tutto scorre felicemente tra alcool e decadentismo, finché una specie di incidente sconvolge la vita di tutti fino alle estreme conseguenze.
Non vi racconto niente a proposito, perché i risvolti di trama sono interessanti e non li voglio svelare. Anche i personaggi lo sono, e anche il contesto.
Tuttavia, mi restano delle riserve. La prima riguarda la lunghezza. Io adoro i romanzi lunghi, ma in questo caso avrei voluto più azione e meno descrizioni di: notti in bianco, giorni interi passati a dormire, caffè presi, drink bevuti, reazioni ai drink, periodi di malattia, strade percorse, inverni solitari, ecc. Non mi sembra necessario descrivere tanti dettagli, soprattutto perché poi certi risvolti di trama sono un po’ buttati via.
Inoltre, c’è qualcosa nell’ambientazione che non quadra. Non si dice da nessuna parte, ma siamo negli anni ’80. Tuttavia, questi studenti vivono come negli anni ’50, e per certi versi come nel V secolo a.C. Pagine e pagine, e pagine, di descrizioni non bastano a rendere chiara un’ambientazione. Io penso che l’autrice l’abbia fatto apposta, tuttavia mi sfugge il motivo.
Poi ci sono i personaggi, che sono un po’ troppo simili tra loro, e un po’ troppo tranquilli rispetto alle azioni che compiono.
Il punto di vista è unico, per cui è normale che non capiamo tutto quello che succede, però mi rimane davvero un senso di insoddisfazione.
Ve lo consiglio se siete molto pazienti e avete voglia di confrontarvi con qualcuno che pensa di aver scritto il moderno Delitto e castigo.
Così suona male! Ve lo consiglio e basta, giudicate voi.

Daniela Quartu

dio