Cell – Stephen King #Cell #StephenKing

Ebbe nostalgia di loro in un modo doloroso e struggente che gli fece ricordare il suo primo giorno di scuola, quando sua madre lo aveva lasciato in quel cortile. Gli altri genitori avevano accompagnato i figli all’interno. Da quella parte, Clayton, aveva detto sua madre invece, è la prima aula, andrà tutto bene, i maschietti devono fare da soli. Prima di ubbidire, l’aveva guardata andar via su per Cedar Street. Il suo soprabito blu. Ora, fermo in quell’oscurità, tornava a meditare sul perché nel vocabolo «nostalgia» è contenuta la parola greca che significa «dolore».

Terza rilettura (potrebbe addirittura essere la quarta) di questo che non è neanche uno dei migliori romanzi di King. Eppure. Eppure ogni due o tre anni devo prendermi una sera libera che diventerà nottata quasi mattina, o un week end, o un pomeriggio che sfocerà nella sera tarda, per rileggermi d’un fiato le avventure di Clay, Todd e Alice, perchè so che se comincio non smetterò fino alla fine.

Cell in questo è per me uno degli epitomi del DEVO kinghiano, in cui il Re è uno e trino: leggerlo scatena il potere dell’immaginario sull’esistenza reale, è uno di quel libri che ti succhiano il sangue come vampiri, quelli che una volta iniziati DEVI, appunto, finirli. E’ anche, semplicemente, un romanzo di puro intrattenimento, un po’ splatter, un po’ horror, un po’ critica sociale e un po’ di azione. E’ un libro relativamente breve (per gli standard di King, ovviamente), sulle 500 pagine, con una trama parecchio adrenalinica almeno per i primi tre quarti, poi si ammoscia un po’ ma si riprende nel finale (che a me piace, ma è molto aperto, e i gusti in questo senso non si possono discutere troppo, capisco anche chi ne è rimasto perplesso o deluso).

Non lo consiglio mai a chi non è fan di King o al lettore occasionale, perchè non è scevro da difetti, e perchè non è che non li veda, questi difetti; innanzitutto incarna alcuni pregiudizi prìncipi per chi diffida di King e del genere horror: parte catapultando subito il lettore e i protagonisti in scene al limite del gore, la trama è esile e le spiegazioni della vicenda abbastanza risibili. E chi è fan di King non ci si ritrova per gli stessi motivi: troppo horror e poca riflessione, personaggi relativamente meno memorabili rispetto ai suoi standard, storia che va e viene, insomma un libro che non è che una tappa minore nel felice universo del Re.

Eppure secondo me funziona, un’ambientazione alla Walking Dead che pare un multiverso dell’Ombra dello Scorpione, con una sua autonomia ma uguali premesse: cosa succederebbe se scomparisse la società così come la conosciamo? e cosa fa l’uomo comune per aiutare quelli che ama se viene scaraventato in circostanze eccezionali? e quando viene a mancare la coscienza individuale, dove vanno a finire concetti come bene e male? naturalmente, non è un libro che si dilunghi in profonde analisi, e forse la soluzione sul farselo piacere o no sta tutta qui, non è che necessariamente si deve stare sempre a riflettere su tutto con ponderati pipponi filosofico esistenzialisti king no king, bello no bello, letteratura trash. E’ solo Cell, un lucido violento horror che consiglio come validissima alternativa a una serata splatter su Netflix, o a una nottata di sparatutto.

Lorenza Inquisition

Descrizione

Boston, primo ottobre. Tutto va bene. È un luminoso pomeriggio di sole, la gente passeggia nel parco, gli aerei atterrano quasi in orario. Per Clayton Riddell è il più bel giorno della sua vita. In quel preciso istante, il mondo finisce. A milioni, quelli che hanno un cellulare all’orecchio impazziscono improvvisamente, regredendo allo stadio di belve feroci. In un attimo, un misterioso impulso irradiato attraverso gli apparecchi distrugge il cervello, azzerando la mente, la personalità, migliaia di anni di evoluzione. In poche ore, la civiltà è annientata, l’homo sapiens non è mai esistito, lasciando al suo posto un branco di sanguinari subumani privi della parola. Ma questo è solo l’inizio.

Traduttore: Tullio Dobner

Editore: Sperling & Kupfer Collana: Pickwick

Anno edizione: 2013

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Memorie dal sottosuolo – Fedor Dostoevskji

« Memorie del sottosuolo è un’opera fondamentale per Dostoevskij: d’ora in poi tutti i personaggi dei suoi principali romanzi avranno un sottosuolo, e vi penetreranno per poi risorgere rigenerati o per affondarvi senza speranza, senza soluzione. Certo, sottosuolo è negazione, è distruzione delle abitudini sociali cristallizzate, è rifiuto delle fissità convenzionali, è maledizione della solitudine. »
Fausto Malcovati


Chi è l’uomo del sottosuolo? Dostoevskij compone questo libro di poche pagine all’età di 43 anni, dopo un lungo periodo di prigionia, nel pieno della sua maturità di uomo e di scrittore. E’ il romanzo perfetto per chi vuole iniziare ad avvicinarsi a questo gigante delle letteratura di tutti i tempi, perché qui troviamo abbozzate le tematiche essenziali dell’autore, che porterà poi a compimento nel suo capolavoro “Delitto e Castigo”. Il romanzo si apre con un lungo monologo del protagonista, un uomo di circa quarantanni che si definisce malato, con tutta l’intenzione di soffrire sempre di più, evitando medici e cure. E’ convinto infatti che ogni uomo dovrebbe essere libero di scegliere come vivere, non vuole accettare una società precostituita, senza che la volontà possa decidere il proprio destino. E’ un attacco al positivismo ed un inno a libero arbitrio, capisaldi del suo pensiero. Per comprendere appieno il pensiero che l’autore esprime attraverso il suo protagonista ho dovuto approfondire la mia conoscenza del Positivismo, un movimento filosofico e culturale di cui sapevo in effetti pochissimo.
Dostoevskij, durante questa lunga riflessione ci mette di fronte ad un ragionamento complesso, che più volte mi ha fatta tornare indietro con la lettura, poiché non ero certa di aver compreso i concetti esposti, positivismo a parte. Il protagonista è torturato da pensieri contraddittori, che non fanno altro che alterare il suo stato d’animo: si definisce un uomo non d’azione bensì riflessivo, non particolarmente intelligente ma nemmeno stupido al punto da compiere come tutti gli altri azioni inconsapevoli. E’ un ex dipendente del Ministero e confessa al lettore di avere un animo maligno, e di aver sempre sfruttato quel piccolo potere derivante dal suo lavoro per sottomettere il prossimo. Terminata la metà del romanzo abbiamo chiaro chi è l’uomo del sottosuolo: un essere meschino che combatte contro la società in cui vive, che non è in grado di instaurare legami con il prossimo perché lo disprezza e al tempo stesso lo invidia. Mentre questa lotta estenuante gli riduce l’anima a brandelli egli si rintana ancora di più nel suo angolo di mondo: recluso, fuggevole e riottoso come un topo, scende sempre di più nel sottosuolo, nella sua tana solitaria, dove non arriva nessuna ambizione, nessun anelito di vita, nessun desiderio di felicità. Tanto più sprofonda nel fango della sua esistenza, tanto più il piacere che prova nell’autodistruggersi e nell’infliggere sofferenza al prossimo aumenta fino a raggiungere l’apice proprio quando noi lo incontriamo, perso nelle sue farneticazioni e nella sua lucida follia. L’uomo del sottosuolo è un anti eroe, probabilmente è l’anti eroe per eccellenza. Dostoevskij non ha remore nel descrivere la bassezza d’animo del suo protagonista, anzi, tenta di eviscerare ogni suo pensiero e lo fa con geniale maestria. Mentre nella prima parte l’autore si dedica a dissertazioni filosofiche impegnative che non permettono al lettore di distrarsi nemmeno di una virgola, nella seconda parte ci racconta la vita del protagonista, soffermandosi in particolare su alcuni episodi accaduti sedici anni prima. Questi accadimenti sono assai significativi e ci consentono la definitiva comprensione di quanto è stato filosofeggiato nella prima parte del romanzo. I sentimenti maligni e il desiderio di rivalsa sul più debole sono palesati e dimostrati nelle azioni compiute dal giovane quando ancora non era un abitante del sottosuolo, ma qualcosa di indefinito stava già ribollendo dentro di sè. All’epoca dei fatti era ancora un impiegato e conduceva una vita povera e solitaria. Si vergognava tremendamente della sua condizione ed invidiava chi poteva permettersi un’esistenza diversa. Nonostante questi sentimenti malsani conservava comunque il desiderio di migliorare, di uscire dal suo guscio solitario e di provare ad instaurare relazioni sociali. Decide così una sera di unirsi ad un gruppo di ex compagni di scuola, auto invitandosi ad una festa che però finisce in malora. Rimasto solo ed ubriaco in un postribolo riversa tutto il suo livore, la sua rabbia e la sua frustrazione su Liza, una prostituta alle prime armi. La tormenta, la fa soffrire, la illude facendole credere ha tutte le intenzioni di aiutarla per poi, ancora una volta, umiliarla definitivamente. Sarà questo l’atto finale della sua breve vita nel mondo, perché da quella notte in cui la neve bagnata l’ha inghiottito non uscirà mai più.
Sbavante di rabbia, con le mani che tremano ed il tormento nel cuore, sempre con gli occhi rivolti a terra ed il capo chino: è questo l’uomo del sottosuolo. Emblematica una delle frasi finali del libro:
“..adesso, ormai per mio conto, pongo una domanda oziosa: che cosa è meglio, una felicità a buon mercato o delle sofferenze sublimi? Ebbene, che cosa è meglio?”
Un libro dalla forza espressiva unica, suggestivo e magnetico, che ci conduce negli abissi dell’animo umano. L’uomo è nudo di fronte da Dostoevskij, grande indagatore di quei sentimenti contraddittori che tormentano da sempre l’essere umano, capace di portare alla luce ciò che tutti gli altri tendono a nascondere: il lato oscuro, la vigliaccheria, la malvagità di pensiero.

Paola Castelli