Mo Yan – Sorgo Rosso #SorgoRosso #MoYan

sorgo

Cina, provincia dello Shandong, avanti e indietro tra il 1930 e il 1970. C’è dentro tanta storia che da queste parti si studia poco, dall’invasione giapponese alla rivoluzione culturale, ma una storia che fa da sfondo ad una terra, che è la vera protagonista del romanzo. La terra dove vivono amano uccidono e muoiono i personaggi che si affacciano a turno sulle pagine, raccontate in prima persona da un loro discendente.
All’inizio sembra un affascinante romanzo storico in effetti, dove si narra la classica epopea di una famiglia, dei suoi eroi e delle sua canaglie, spesso racchiusi nella stessa persona, ma con l’avanzare dei capitoli ci si perde nel movimento altalenante tra tempi passati; episodi remoti e più recenti si affastellano gli uni sugli altri disorientando il lettore. La stessa persona che muore orrendamente nei primi capitoli la ritroviamo più avanti in perfetta salute e vigore e più avanti ancora ne verrà prevista la morte orrenda. E allora si capisce che protagonisti del libro non sono i personaggi di cui abbiamo letto, ma la stessa terra che hanno calpestato e abitato, intrisa dei loro ricordi e delle loro vite. È come se il narratore, passeggiando per la zona a nord-est di Gaomi, tra gli sterminati campi di sorgo, onnipresente spettatore delle imprese piccole e grandi dei suoi abitanti, narrasse i ricordi che affiorano da quella terra, nell’ordine in cui gli vengono proposti, creando una narrazione dove tempo e personaggi tendono a confondersi. Un po’ come gli Aureliano Buendia di Macondo, la cui genealogia diventa impossibile da decifrare pagina dopo pagina, così il nonno e il padre del narratore sono ora adulti vigorosi, bambini spaventati, banditi feroci, vecchi stanchi e arresi alla vita, coraggiosi patrioti.
Come nella Macondo dei Buendia ci troviamo anche qui invischiati del mistero di una terra raccontata da uno scrittore che ha una straordinaria capacità di dare l’impressione di perdersi nei particolari senza però perdere mai il quadro complessivo, come un grande compositore, dove ogni assolo della partitura può essere preso a sé stante, ma acquista il suo vero senso quando viene visto nel complesso dell’intera opera.

Luca Bacchetti

Un amore – Dino Buzzati #DinoBuzzati

buzzati

«Un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato».
Antonio Dorigo, descritto dalle parole stesse di Buzzati.

Un uomo realizzato nel proprio lavoro, un architetto stimato, soprattutto un uomo “rispettabile”, che per un borghese è alla fine tutto quello che conta.
La facciata, stare lì dove si deve stare e recitare il copione alla perfezione, senza mai sgarrare, o almeno senza farsi beccare nello sgarrare.

Un uomo a cui manca solo una cosa, ma decisiva, non riesce ad avere un rapporto con una donna, è bloccato, la figura femminile lo sovrasta e lo ammutolisce.
I suoi contatti con le donne avvengono solo in una casa di appuntamenti.
Perchè solo in questo luogo, squallido per quasi tutto il resto del mondo e anche per noi lettori, Antonio riesce a sentirsi alla pari rispetto agli altri uomini, che con due parole o due gesti riescono ad attirare l’attenzione e il corpo di una donna.

“Per ventimila lire, anche per meno spesso, avere subito, senza la minima difficolta e pericolo, delle figliole stupende che nella vita solita, fuori del gioco, sarebbero costate una quantità di tempo, di fatiche, di soldi e poi magari al momento buono capaci di bruciare il paglione. Mentre qui! Una telefonata. Un breve percorso in macchina, sei piani di ascensore, ed ecco già la ninfetta stava togliendosi il reggipetto, sorridendo.”

Ma non è solo sesso. C’è altro, tanto altro che forse nemmeno il protagonista può spiegare, anche qualcosa che viene da lontanissimo:

“Ma soprattutto c’era forse in questo suo sentimento la traccia incancellabile dell’educazione avuta: cattolica, severamente avversa ai fatti sessuali. Per cui fra lui e le donne giovani c’era stata sempre una barriera, e le donne erano qualcosa di illecito e l’atto carnale una specie di mito. Di qui la sensazione che per una donna l’andare in letto con un uomo fosse un episodio importantissimo che coinvolgeva per così dire, sia pure per pochi minuti, l’intera sua vita. E il constatare poi che ciò non doveva essere vero, che migliaia di donne erano disposte a praticare, per un esiguo compenso, maschi sconosciuti, e l’averle lui stesso frequentate per decenni, non era servito a distruggere quell’idea. Ogni volta, quando la prostituta si spogliava nuda dinanzi a lui, gli pareva un fatto quasi inverosimile, stupendo, paragonabile a una fiaba.”

Antonio non si stacca mai da questa visione romantica del rapporto uomo-donna. Mai. Anche quando arriva Laide, che gli cambia tutta la vita. Che lo ribalta e lo rivolta come un calzino, che lo ossessiona, gli pianta un chiodo nel cervello e nel cuore, perchè sì, per Antonio ecco che arriva l’Amore, qualcosa che non ha mai conosciuto prima, e che lo costringe a un sommovimento fisico e psichico mai visto e immaginato.

“e non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime allora lui trovava pace.”

Antonio viene letteralmente travolto, è costretto a rimettere in gioco tutto, a rivedere i suoi pregiudizi borghesi, tutta la sua costruzione di facciata borghese, non trova più la pace nella routine quotidiana, tutta la sua vita gli appare sbagliata, inadatta, inconcludente. Solo questo amore ossessivo fornisce un senso alla sua esistenza. Da un lato lo strangola, perchè Laide non mostra affetto per lui, dall’altro gli consente di respirare, di prendere l’ossigeno necessario ad andare avanti.

“Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici? Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli? Che senso la muraglia degli antichi faraoni se nell’ombra dello speco non potessimo fantasticare di un incontro? E l’angolo del borgo fiammingo che ci potrebbe importare o il caffè del “boulevard” o il “suk” di Damasco se non si potesse supporre che anche lei un giorno vi passerà, impigliandovi un lembo di vita? E l’erma cappelletta al bivio col suo lumino perché avrebbe tanto patos se non vi fosse nascosta un’allusione? E a che cosa allusione se non a lei, alla creatura che ci potrebbe fare felici?”

Un romanzo che ti fa incazzare. Che istintivamente ti fa prendere Antonio per la collottola e tirartelo addosso, per scuoterlo, per gridargli che è un imbecille, nonché un ipocrita. Laide la cinica, Antonio il romantico oppresso. Una padrona e un servo. Questa, teoricamente, la situazione. Ma io non l’ho esattamente vista così. Alla fine le sfumature prevalgono, e uniscono più di quanto si potesse pensare.
Per me questo è un incontro tra due solitudini immense. E’ una metafora della vita, in cui tutti ci dibattiamo, ci arrovelliamo, quasi sempre sentendoci inadatti e incompresi, vuoti, deboli, anche se sempre speranzosi di trovare la chiave per sopravvivere al meglio possibile contro “la torre nera” di una vita che è crudele, misteriosa, dura. E forse solo l’amore può darci conforto, anche se siamo destinati a non capire mai di cosa veramente si tratti, se un’illusione o una realtà. Forse amiamo quello che vorremmo essere e non siamo riusciti ad essere. Anche la scrittura di Buzzati è così, colloquiale, amichevole, e all’improvviso il flusso di coscienza travolge tutto, anche la punteggiatura, e ci troviamo in un posto che non sappiamo più dove sia, travolti da uno stile inimitabile, troppo preciso per non essere autobiografico, pensando anche che questo romanzo ha ormai più di cinquant’anni e chissà che impatto ebbe, nel 1963. Ma dal quale non riusciamo a staccarci, siamo coinvolti, come Antonio, in un finale che è tutto un interrogativo, tutta una domanda su quale sia il senso della vita, dell’amore, se sia eternità o solo un palliativo dell’esistenza. Forse meglio non guardare fuori dalla finestra, non pensare a quello che c’è fuori. Restare vicini, e confortarsi. Anche se non ci crediamo fino in fondo, ma magari non possiamo far di meglio.

Musica: Quando sarò capace di amare, Giorgio Gaber
https://youtu.be/YNyN–TqIIs

Carlo Mars